
25 marzo, un ragazzo di 13 anni entra con un coltello a scuola e attacca la sua professoressa. Cinque giorni dopo, un diciassettenne viene arrestato mentre pianifica una strage in una scuola a Pescara. Il 29 maggio, in provincia di Trapani, un ragazzo di 11 anni prova ad aggredire il suo professore di educazione tecnica. A inizio giugno, a Oreno, un ventunenne viene arrestato con l'accusa di terrorismo internazionale. All’apparenza sono episodi scollegati. Storie diverse, luoghi diversi, ma mettendo tutto in fila emerge una costante: un filo rosso.
Questi ragazzi frequentavano gli stessi spazi online. Le stesse chat, gli stessi gruppi, gli stessi canali, e io sono entrata lì dentro. Ho creato un account falso, mi sono finta un adolescente e per mesi ho seguito queste community dall'interno. Mi hanno proposto di comprare armi, ho letto manuali su come uccidere un uomo, mi hanno portato dentro stanze di torture in diretta. Ho trovato un universo fatto di server Discord, canali Telegram. Ma anche videogame come Roblox, Minecraft e Brawl Stars. Luoghi frequentati ogni giorno da milioni di utenti molto giovani. E infatti lì dentro ci sono soprattutto ragazzini di quattordici, quindici, sedici anni. Ma anche figure più opache che all'inizio ho faticato a capire.
Nei gruppi scrivono continuamente, anche di notte. Condividono video di incendi, sparatorie, pestaggi remixati sotto musica hyperpop. Condividono meme nazisti, razzisti, satanisti. Si scambiano immagini di violenza estrema. E poi c’è il passaggio successivo. Prima il reclutamento, poi l’addestramento. Più tempo passavo lì dentro, più iniziavo a vedere gli stessi schemi ripetersi. Le stesse frasi, meme, gli stessi utenti. E in almeno due casi anche lo stesso nome. Lo stesso nome che compare nelle conversazioni fatte da due adolescenti la sera prima degli accoltellamenti e poi sul muro di un palazzo abbandonato. Il nome di una ragazza, o almeno, di qualcuno che si presenta così: Euno.
File 1 | Dentro le community
Partiamo da una data: il 26 marzo. È il giorno in cui mi infiltro nella prima chat: quella dell’accoltellamento del 13enne di Bergamo. Il gruppo è stato creato la sera prima dell’attacco per seguire lo streaming in diretta. Il primo messaggio che leggo è: “Lo trasmetti qui lo streaming?” Poi iniziano a scorrere meme, slogan, riferimenti che in quel momento non capisco. Io riesco ad entrare in quella chat il giorno dopo l’attacco. Voglio ricostruire cosa è successo, capire perché un gruppo di adolescenti si è organizzato per seguire lo streaming dell’accoltellamento. E da quella chat finisco dentro un labirinto. Un utente, X333, mi scrive in privato. Poi un altro mi aggiunge a un gruppo diverso. Poi un altro ancora. Ogni chat è una porta, ogni porta, un’altra stanza. E tutte conducono nella stessa direzione. Un sistema di gruppi chiusi, mobili, che si creano e si dissolvono continuamente. Discord, telegram, canali privati. È da qui che inizia la vera discesa.

File 2 | La mappa dei gruppi
Prima di entrare nel dettaglio, serve fare un passo indietro. Ricostruire la mappa. Perché quello in cui sono finita non è un insieme di gruppi isolati, è una rete. Negli ultimi anni online si è sviluppata una costellazione di gruppi e canali che i ricercatori chiamano Nihilistic Violent Extremism (NVE). L’obiettivo è promuovere la violenza fine a sé stessa, senza un’ideologia dietro. Dentro questo ecosistema si muove la cosiddetta Com Network. Una struttura fluida, decentralizzata che opera in tre aree: estorsione sessuale, criminalità informatica, violenza offline. Ma guardiamo la mappa da più vicino. Dentro l’ecosistema, uno dei nomi che ricorre più spesso è 764. Il gruppo è stato creato tra il 2020 e il 2021 da Bradley Cadenhead, un adolescente del Texas. Il nome deriva dal codice postale di Stephenville. Si ispira a una rete precedente, CVLT, attiva nell’estorsione sessuale di minori. Ma nel tempo il modello si espande. Non solo ricatti, anche autolesionismo, umiliazione, manipolazione psicologica.
Dopo l’arresto del fondatore, 764 non scompare. Si frammenta. E si replica. Nascono decine di derivazioni: harm Nation, CVLTIST, Court, Leak Society, H3ll, 6996. Nomi diversi, stessa struttura operativa. Molti utenti con i quali ho parlato fingendomi un adolescente fanno parte della più ampia True Crime Community (TCC). Non è un gruppo estremista in senso stretto. Ma una frangia della cultura true crime può trasformarsi in qualcosa di oscuro. La TCC infatti spesso è la porta d’accesso per entrare in gruppi ancora più estremi. Tra questi il Maniac Murder Cult, un gruppo accelerazionista neonazista nato tra Ucraina e Russia, e i No Lives Matter. Il nome stesso racconta la sua filosofia: nessuna vita conta. Il gruppo esalta la violenza fisica e soprattutto per entrare davvero a far parte della comunità bisogna dimostrare di essere disposti a fare del male. Incendi, aggressioni, vandalismo. È questo il perimetro in cui ci muoveremo.
Per capire meglio ho deciso di incontrare Giovanni Ravasio, è un educatore e in queste settimane ci siamo scritti e chiamati più volte: “Lavoro nelle scuole, nei centri giovanili, negli oratori con ragazzi delle superiori e medie e sono a contatto con loro con diverse iniziative. Mi capita nel giro di un mese di vedere tanti gruppi diversi, tanti ragazzi e ragazze diverse. Nell'ultimo anno ho notato un trend, un fenomeno online legato ai ragazzi giovanissimi che mitizzano attentatori che hanno fatto sparatorie negli Stati Uniti e protagonisti di casi di cronaca nera in Italia”. Contatto anche uno dei ragazzi che sono entrati in questa community, lo chiameremo Andrea per tutelare la sua privacy. Mi racconta che lui è entrato nei gruppi subito dopo l’attacco. “Un mio amico mi ha inviato il link di un canale Telegram, era tutto basato sull’odio, sulla rabbia, lì c’era anche i video dell'accoltellamento di Bergamo, me lo sono visto anche io, era l’avvenimento del momento. C’erano anche altri video, sempre di aggressioni, gli edit a riguardo li ho visti sul profilo della ragazza, posso dire il nome?”.
File 3 | Il codice
Andrea è arrivato a questi gruppi attraverso il passaparola. Io, invece, sono entrata nella prima chat grazie a un link sponsorizzato su TikTok, proprio dalla ragazza che cita Andrea. Il nome del suo account è Euno. È un tassello importante di questa storia, ma ci arriveremo tra poco. Una volta entrata nel primo gruppo i link arrivano. Rimandano ad altre chat. Sono gli stessi utenti a indicarmi la strada. È un effetto a catena. Più vai avanti, più scendi in profondità, e più le conversazioni diventano difficili da decifrare. Sigle, meme, acronimi. Il vocabolario è la chiave d'accesso a questo mondo. “Usano formile specifiche, una che mi ha colpito su tutte era la frase Never smile che è il grido di battaglia, il motto di alcune divisioni neo neonaziste che hanno come logo un teschio con un coltello in bocca e un elmetto.”
“Un altro temine che torna spesso è larper l'acronimo del gioco di ruolo, viene utilizzato come sinonimo di poser. Questo è il linguaggio che ho riscontrato tra i ragazzi ed è lo stesso linguaggio usato nelle chat legate ai due recenti casi di cronaca, di Bergamo e di Trapani. Non sto dicendo che i ragazzi delle mie classi sono assassini o potenziali, ma che la stessa cultura, lo stesso vocabolario viene usato in gruppi più pericolosi. Il linguaggio diventa un facilitatore, prima ironia e meme, magari attraverso un video su TikTok che poi spinge ad entrare in posti più pericolosi. Che poi è il gioco di chi gestisce queste community, no? Fare in modo di trasformare dei video social in una porta ingresso all'interno di questi canali.”
Il linguaggio è anche il primo confine, che segna chi sta dentro e chi sta fuori. Serve a riconoscersi, a costruire appartenenza, ma anche a individuare gli estranei. E infatti in ogni chat c'è una costante: la paura degli infiltrati. Nelle settimane in cui l'attenzione dei media aumenta, la diffidenza cresce. Gli utenti iniziano a sospettare di chiunque faccia troppe domande o scriva in modo diverso dagli altri. Leggo messaggi come: “Qui dentro ci sono almeno tre infiltrati”. Oppure: “Cosa rischiamo?”. E ancora: “Raga, questa è una chat gore, nazifascista, con contenuti che incitano all'odio. È reato. Un sacco di gente verrà controllata”. In un'occasione siamo stati molto vicini a essere scoperti. A salvarci è stato proprio quel linguaggio che stavo cercando di imparare. Nei gruppi compaiono gli stessi termini, gli stessi meme, gli stessi codici e soprattutto gli stessi nomi. Comincio a seguirli, a tracciarli, vedo che si spostano insieme, che migrano da una community all'altra, che ricompaiono continuamente lungo il percorso. È così inizio a collegare i punti.
File 4 | L'ecosistema dell'odio
Mentre analizzo i casi del tredicenne, del dodicenne, del diciassettenne, capisco che non si tratta di episodi isolati. Non sono storie separate, fanno parte dello stesso ecosistema. Perché queste comunità non sono compartimenti stagni, i confini sono porosi e, soprattutto, condividono lo stesso obiettivo: celebrare e incoraggiare atti di estrema violenza. Guardiamo i dettagli per capire un fenomeno più ampio. Partiamo dal caschetto che l’undicenne in Sicilia ha realizzato per l'attentato. È nero, in stile militare, sopra ci sono decine di scritte bianche fatte a mano. La prima che riconosco è "Columbine". Un riferimento diretto alla Columbine High School, dove nel 1999 Eric Harris e Dylan Klebold entrarono armati e uccisero tredici studenti e un insegnante.
“Il caschetto”, spiega Ravasio, “è un elemento ricorrente, l’ho visto in tante bio, l’emoj spesso viene utilizzata e si fanno anche le foto profilo indossando questi casi, simili a quello usato dall’11enne in Sicilia”. Tra le scritte su quel caso compaiono poi altri nomi di mass shooter che ormai ho imparato a riconoscere: Brenton Tarrant, Payton Gendron. Ma ci sono anche altre scritte. Leggo "W PD"."Per l'Europa". Accanto c'è una Stella di Davide. Sono elementi in contrast, non siamo davanti a un movimento con un manifesto chiaro. È un ecosistema che mescola tutto: violenza, estremismo politico, cultura internet, meme, provocazione, culto della notorietà.
“Uno sguardo adulto può rimanere colpito dalla apparente incoerenza di questo mondo, questo fenomeno. Il ragazzo ventunenne arrestato a inizio giugno, faceva propaganda di attività jihadiste e faceva filmati dell'Isis”, spiega Ravasio. “All'interno di queste community bisogna capire che possono benissimo convivere questi fenomeni può esserci il ragazzo che mischia l'odio, il nazismo e che fa propaganda per l'Isis.”Sul caschetto del ragazzo di 11 anni c’è però un altro dettagli che mi colpisce. In stampatello c’è scritto anche il nome del 13enne che ha accoltellato la sua professoressa a Bergamo.
File 5 | Il filo rosso nei casi di cronaca
C’è più di un legame tra i due casi. Entrambi sono entrati a scuola armati di coltello. Entrambi avevano addosso magliette con scritte realizzate a mano. Sul petto dell’undicenne c'era scritto: "Me ne frego". Su quello del tredicenne, "vendetta". Entrambi hanno cercato di trasmettere live su Telegram l’attacco, e tutti e due la sera prima nelle chat hanno citato mass shooter e attentatori. Uno dei primi messaggi che ho letto quando sono entrata nella chat del 13enne è un riferimento a Hugo Jackson, il 15enne svedese arrestato nel 2021 per aver accoltellato un suo insegnante.
Li ritrovo anche in altri gruppi in cui mi sono infiltrata, si parla spesso di saints culture. Gli autori di attentati trasformati in figure religiose, chiamati santi, da imitare. Non è un caso che il 13enne prima dell’accoltellamento abbia deciso di pubblicare un Manifesto intitolato: "The final solution". Questi testi sono ricorrenti prima delle stragi, degli attacchi o di azioni autolesioniste. Sono documenti pensati per lasciare una traccia, per costruire il proprio personaggio. E infatti, il tredicenne aveva anche preparato degli edit: video, meme, immagini, materiale da diffondere dopo l'attacco. Come se la violenza fosse soltanto una parte dell'evento. L'altra è la sua distribuzione, la sua circolazione online, la sua metamorfosi in contenuto. Ma c’è un altro dettaglio che collega i due casi, entrambi la sera prima hanno parlato con la stessa persona.

File 6 | I manuali dell’odio
Prima di mettere in fila tutti gli elementi dobbiamo ancora aggiungere un tassello: uno spesso plico di fogli che è stato trovato nella cameretta del 17enne che stava pianificando la strage nella scuola di Pescara. Su una pagina c’è un pentola sul fuoco, con accanto delle scritte, subito dopo un fucile, il capitolo si intitola: “Come assemblare un’arma da fuoco”. Il plico di fogli è un manuale dell’odio. Sono guide che circolano negli ambienti 764 e NLM. Diversi attentatori in Europa e negli Stati Uniti hanno citato questi materiali.
Ho recuperato i manuali mentre stavo indagando sul caso di Pescara. L’obiettivo è chiaro: addestrare ragazzi giovanissimi alla violenza. E infatti qui dentro trovo istruzioni per creare bombe, veleni, per uccidere un uomo. Nel testo leggo “manuale per guerrieri crudeli” oltre a una serie di citazioni di gerarchi nazisti. Ma la cosa che mi colpisce di più emerge andando avanti nella lettura. Perché questi documenti non si limitano a spiegare cosa fare, ti dicono anche perché farlo e, soprattutto, ti premiano quando lo fai. Scopro che esiste una gerarchia, un sistema di punteggi, una classifica. Più sono estreme le azioni che compi, più sali di livello. È quella che diversi studiosi definiscono gamification del terrorismo: dinamiche prese dal mondo dei videogiochi – punti, livelli, reputazione – applicate però alla violenza reale.
A questo punto riapro una chat e alcuni messaggi che avevo letto iniziano ad avere un significato diverso. "Il mio terrore è non arrivare a -1", scrive un ragazzo. Quando l'ho letto la prima volta non avevo capito. Ora che ho in mano il manuale sì. "-1" indica una vittima, una persona uccisa, è il traguardo a cui alcuni aspirano. Su TikTok questi numeri ritornano, ci sono video di ragazzi che ballano, in sovraimpressione delle cifre: “-1” “-2” “-5”.
“A volte, quando un attentatore fallisce nel suo intento, come nei recenti di cronaca che abbiamo visto in Italia, per deriderlo dicono che è a livello zero”, spiega Ravasio. In questi ambienti non basta raccontare un'azione, bisogna dimostrarla, far vedere le prove, pubblicare le immagini. Lo capisco anche parlando con gli utenti delle chat. Durante l'infiltrazione, infatti, ho parlato in privato con un ragazzo che chiamerò Marco. A un certo punto mi scrive che dietro gli incendi avvenuti vicino a Pordenone a fine maggio ci sarebbe lui. Mi manda alcune foto, mi manda video: "Questa è opera mia, te lo giuro", mi scrive.
Poco dopo un altro utente rivendica su una delle chat gli stessi episodi. Non riesco a verificare chi dei due stia dicendo la verità. Potrebbero appartenere allo stesso gruppo, potrebbe mentire uno dei due, potrebbero mentire entrambi. Il meccanismo però è evidente: chi sostiene di aver compiuto un attacco deve documentarlo. Chi non riesce a compierlo viene spesso spinto verso un'altra forma di violenza. Quella contro se stesso. Nelle chat compaiono richieste di tagliarsi, di soffocarsi, di trasmettere tutto in diretta. E ci sono diversi modi per “incentivare” gli utenti a farlo.
File 7 | Il sistema chiuso della violenza
Mentre sono dentro questi gruppi, mi scrive un ragazzo, ha solo una lettera nel nickname: V. Cominciamo a parlare, poi mi dice di aprire un link: "Qui trovi roba forte per ispirarti." Lo apro, mi ritrovo in un canale di Watch People Die. I contenuti sono tutti uguali: violenza estrema. Il nome del canale “guarda le persone morire” è una dichiarazione di intenti. Leggo i titoli dei video: "Uomo accoltellato per strada." "Pestaggio mortale." "Suicidio." Ci sono video di corpi mutilati, esecuzioni, incidenti, omicidi. Continuo a scorrere. Ma a colpirmi non sono soltanto le immagini, sono i commenti. Sotto un video che mostra un suicidio particolarmente violento, un utente scrive: "Anch'io ho difficoltà a decidere. Hai una sola possibilità, quindi tanto vale usare tutti i metodi possibili." Sotto il video di una decapitazione, un altro commenta: "Buono per prendere spunto." Nei gruppi questi contenuti vengono condivisi costantemente per incoraggiare gli altri utenti. Ma c’è di più. I gruppi funzionano come un sistema chiuso della violenza. Non è un caso che proprio qui trovo anche la persona che può fornirmi le armi per portare avanti la mia strage.
Dice di chiamarsi David. Mi propone un listino prezzi con consegna discreta. Mi dice di essere stato lui a vendere le armi al 13enne di Bergamo, chiaramente non possiamo verificarlo. "Scegli", mi dice inviando un link che riporta a un altro canale Telegram di sua proprietà. In quel momento realizzo fino a che punto si spinge questa rete. Non ci sono soltanto persone che parlano di violenza, non ci sono soltanto persone che la celebrano, ci sono utenti che sostengono di poter fornire gli strumenti per metterla in pratica. E tutto questo avviene a pochi clic di distanza da ragazzi che, in molti casi, hanno appena dodici, tredici o quattordici anni.

Ma chi c’è davvero dentro questi gruppi? Io sono stata all’interno tre mesi, non ho mai commesso una strage, ma nessuno mi ha buttato fuori, anche se diversi utenti mi ha contattato in privato chiedendo se ero un larper. Come spiegava Ravasio, una poser, una che faceva finta. Dentro i gruppi ci sono i larper, ci sono ragazzi affascinati da questo mondo ma che rimangono a guardare, commentare e poi c’è chi fa un passo in più. Uno dei meccanismi più inquietanti che accade dentro questi gruppi è la trasformazione. Ragazzi che passano dal condividere video violenti a compiere atti violenti. Spinti da qualcuno nascosto dietro a un nickname. Qualcuno che è pronto a intercettare solitudine, bisogno di appartenenza. Ed è così che cadono nella trappola. Da un lato un sistema che come abbiamo visto normalizza la violenza, poi ci sono i gruppi che trasformano idee pericolose ma isolate in una missione legittimata e poi c’è la solitudine di questi ragazzi, le fragilità i vuoti che diventano il terreno fertile.
“Tra i miei conoscenti una persona che è all’interno di questo sistema, questa community, che mi ha girato il link di questo canale copia. Più che altro mi dispiace un po’ per tutti, è solo sofferenza e dolore e stressa in modi sbagliati e sicuramente ci sono altri ragazzi come quello di Bergamo in l’Italia ma anche per tutto il mondo", mi racconta Andrea. "Il mondo è pieno di questo tipo di persone, fanno quello che pensano sia giusto e poi altri rimangono in questo stato di dolore e sofferenza.”
File 8 | Il caso Euno
Per chiudere il cerchio, dobbiamo tornare all’inizio. Al profilo TikTok che ha sponsorizzato uno dei primi gruppi in cui sono entrata: Euno. Sul suo profilo compaiono edit, montaggi, veloci, un'estetica tipica da community online. “Tutti noi abbiamo visto e cercato il canale di Euno, c’erano questi hard edit con musica sotto dove si andava ad esaltare la figura dello school shooter", racconta Andrea. Non solo. Ci sono anche riferimenti agli episodi di cronaca, agli accoltellamenti nelle suole, disegni in stile anime di due ragazzi abbracciati con la maglia Vendetta, quella del 13enne di Bergamo. Trovo anche un articolo che avevo scritto sul caso e un mio video – un’analisi sull’attentato dell’adolescente – modificato, in bianco e nero remixato con musiche hyperpop.
All’inizio Euno sembra solo un’ombra tra le altre, un alias, un account. Ma questo nome compare sempre, sui social, su Telegran, e a fine maggio sul muro di una casa abbandonata a Pordenone viene scritto: “Ave Euno”. E ancora, è lei che parla la sera prima dell’accoltellamento con il tredicenne di Bergamo. E ha parlato e stretto “amicizia” anche con il dodicenne in Sicilia. Provo a contattarla fingendo di essere un ragazzo delle superiori. Comincio a parlare con lei per capire chi è e le chiedo di accedere nei suoi gruppi. Mi sposto da una chat all’altro usando identità diverse. Ogni volta un ruolo nuovo. Ogni volta un ragazzo diverso. E dall’altra parte c’è sempre lo stesso schema. Euno incita l’odio scrive: “uccidiamo e stupriamo mussulamni negr* ed ebrei”. E ancora: “Ti tiro i fili e tu cadi dritto nelle mie trappole”.

Euno non è un semplice utente. È un centro di gravità. Crea gruppi pubblici, li diffonde attraverso i suoi canali. E nel giro di poche ore arrivano decine, a volte centinaia di utenti. Spesso i gruppi chiudono perché violano le linee guida e lei ne riapre altri. I canali sono un primo punto di approdo, una specie di test. Perché solo alcuni utenti vengono selezionati, portati dentro cerchie più piccole, gruppi chiusi, più estremi, più controllati. E poi passa alle conversazioni private, in alcuni casi, come per il 13enne di Bergamo inizia una storia d’amore a distanza.
E mentre cerco di capire chi sia davvero Euno, mi accorgo di un elemeno che torna in tutte le conversazioni. Nessuno è sicuro, alcuni dicono che è una ragazza, altri che è un uomo, che sia italiana, straniera. "Mi ha provato ad adescare”, mi racconta un utente. “Ma non sono stupido. I ragazzi si fissano con lei e poi fanno cazzate. Non scriverle.” Un altro utente invece mi scrive: “È un attention seeker. È pericolosa se non la sai gestire. Ti vuole groomare.” Nel linguaggio di questi ambienti, “grooming” indica un processo di manipolazione graduale.mPiù raccolgo testimonianze, più Euno smette di essere una persona e diventa un meccanismo. Un modo di entrare dentro questo mondo, di selezionare, di trattenere e forse, di trasformare chi entra.
File 9 | La community diventa una trappola
"I ragazzi che sono lì dentro secondo me di ragazzi di base intelligenti, però la loro solitudine e la loro frustrazione, il fatto di sentirsi inadeguati nel mondo, la sublimano passando tantissimo tempo online", spiega Ravasio. "Hanno una profonda frattura tra sé e il mondo che può spingere a forme di violenza. In questo caso la forma di violenza è direttamente suggerita dall'ambiente stesso. E quindi abbiamo un ragazzino fragile che rischia di fare cose in nome della Community perché appunto questi ragazzi si sentono incoraggiati a compiere determinati atti, è la community stessa che li spinge nel gioco." Questi gruppi, non sono solo una sotto-cultura marginale, ma un ecosistema che ha effetti sul mondo fuori dalle chat, dai social e dalla cameretta di questi ragazzi. E infatti, secondo l’Institute for Strategic Dialogue (ISD), tra il 2020 e il 2025 più di 200 individui legati a reti nichiliste e misantrope sono stati arrestati in 28 Paesi.
È qualcosa di difficile da inquadrare. Un ecosistema online che combina sfruttamento minorile, cultura dello shock, estremismo, nichilismo e ricerca ossessiva dello status. Una rete in cui molti carnefici sono stati prima vittime. Perché stando lì dentro, parlando con gli utenti, ho visto principalmente ragazzi molto soli, fragili, senza, amici, passioni, punti di riferimento. Con un vuoto da riempire. Ed è questo il lungo filo rosso che collega tutti questi casi. Che attraversa un ecosistema costruito per trasformare la solitudine in appartenenza, e l'appartenenza in violenza.