
La musica è alta, l’aria pesante. Qualcuno balla tra le luci rossastre, qualcuno parla a bassa voce negli angoli, qualcuno entra e esce dai bagni continuamente. Sulla porta un uomo nudo ci guarda, si sta masturbando. “Siete qui da sole?”, ci chiede un ragazzo appoggiato alla tenda nera, l’ingresso della dark rom. Diciamo di sì, lui ride. “Bel coraggio.” Gli chiediamo se gira roba. “Sì, non è difficile trovarla", dice. Siamo dentro da un quarto d’ora e ci sono state già offerte popper, cocaina, pasticche. Ma noi stiamo cercando una droga precisa. La chiamano PV, o MDPV. È una sostanza psicoattiva che viene usata sempre più spesso nel chemsex, il sesso sotto effetto di droghe stimolanti. “Ti aumenta un casino il desiderio, elimina l’inibizione, ti fa fare sesso, anche per 48 ore”, ci dice il ragazzo.
Il locale in cui siamo è uno dei punti di accesso per il mondo del chemsex. Ma tutto è iniziato un mese fa, con una segnalazione. Paolo Stucchi, direttore del centro Narconon Aurora ci chiama, ci dice che i casi stanno aumentando. Il chemsex esiste da anni, ora però sta cambiando. Non si tratta più di festini privati e cerchie ristrette. Ci dice che il chemsex si trova anche nei locali, nelle dark room, nelle chat. Che basta chiedere alle persone giuste. Volevamo capire se fosse vero. Così siamo entrate nel mondo del chemsex.
Nel labirinto del chemsex: accesso, regole e reti nascoste
La nostra copertura è semplice: una coppia lesbica, alla ricerca di qualcuno per trovare la MDPV ed entrare nel mondo del chemsex. Fingersi una coppia è un modo per tutelarsi da avance indesiderate. La serata comincia a Milano. Non troviamo subito il locale giusto, ma dopo alcuni tentativi e conversazioni durante le serate ci indicano un posto, "lì dovreste trovarla". Entrare è facile. In alcuni locali non viene chiesto alcun documento. Basta pagare. Nessuna selezione, nessun filtro. Una volta dentro, il tempo sembra cambiare ritmo. Luci basse, musica, persone che si muovono con sicurezza in uno spazio che per noi è nuovo. Ci chiudiamo in bagno per sistemare le telecamere nascoste. È l’inizio dell’infiltrazione.
Le domande arrivano subito: “Cosa ci fate qui?”, “È la vostra prima volta?”. Alcuni sembrano incuriositi, altri danno per scontato che siamo lì per le stesse ragioni di tutti: fare chemsex."Giocate da sole?", ci chiede un ragazzo comparendo dalla penombra. Ci allontaniamo, entriamo in una saletta per fumare, subito si avvicina un uomo in mutande e ci chiede se siamo nuove, se sappiamo come funziona. Gli chiediamo di spiegarci le regole, "è la nostra prima volta", diciamo, vogliamo saperne di più. "In realtà è abbastanza semplice, qui si può parlare, poi si va sotto". Silenzio, indica una scala alle sue spalle. “Sotto c’è il posto dove si va a fare sesso”.
Scendiamo. È un labirinto buio. Stanze, corridoi, lettini di pelle. C’è odore di sesso, sudore, profumi vecchi che hanno impregnato i tessuti industriali che ricoprono inginocchiatoi e testate dei lettini. “Tu puoi entrare qui e stare quanto vuoi", ci dice Luca, un ragazzo che incontriamo all'entrata della sala di sotto. Ci spiegano anche chi prende "la roba può starci ore". La roba, la droga, è infatti l'altro elemento del chemsex, che aumenta il piacere, diminuisce le inibizioni e allunga la durata del rapporto. Per questo, ci dice un ragazzo, spesso sono meglio i festini privati, dentro le case, lì non c’è limite di tempo. Nei locali si prende la droga e si cercano persone.
Quella del chemsex è una rete. Luca ci racconta di far parte di una community: centinaia di persone, eventi organizzati, festini in motel o appartamenti privati. “Siamo tipo 600”, dice. “Ci si invita, si cresce, si incontrano persone in questi locali. I locali sono sempre un punto di accesso e poi ci sposta", spiega. "L'altra sera ci siamo trovati in questo posto, sono andato con due amiche, ci siamo divertiti moltissimo, siamo andati avanti per ore". Gli chiediamo se è obbligatorio avere un rapporto sessuale per partecipare a queste serate chiuse. Alza le spalle, sospira, dice "beh no, ma se sei lì trovi sempre uno che prova a mettertelo…".
La caccia alla MDPV: la sostanza più cercata
Usciamo dal piano di sotto. Sopra la musica è diventata più alta, la è sala più buia. Non dobbiamo cercare la droga: è lei a trovare noi. “Vi offro qualcosa?”, dice un uomo alle nostre spalle. Tira fuori della cocaina "questa è buona", rifiutiamo. In pochi minuti sentiamo nominare MD, ketamina, popper "ottimo vasodilatatore", ci dice un ragazzo, "ti aiuta a fare sesso anale?", sorride. Ma noi stiamo cercando altro. Quando chiediamo dell’MDPV, la reazione è sempre la stessa. Prima fanno una faccia strana. Poi abbassano la voce. “Non la trovi ovunque”, dice un uomo che si presentato come Marco. Passano pochi secondi. “Però te la trovo.” Aspettiamo, ricompare l’uomo nudo che si stava masturbando quando siamo entrate. Lo incontreremo spesso durante la serata.
Si avvicinano altri, poi torna Marco. Dice di avere un contatto al piano di sotto. Dice che non si fa vedere da tutti. Dice che è meglio se parla lui. “È roba forte. La fumano anche. Tanti hanno passato situazioni di m*rda con questa.” Ci racconta che la chiedono in molti, che gira più di quanto si pensi e che costa: “70/80 euro ma posso trovarvela 50”. Il suo viso brilla sotto la luce rossa, altri uomini nudi ci passano di fianco diretti verso il bagno.
Il momento in cui smetti di controllarti
Dal punto di vista scientifico l'MDPV, un catinone sintetico stimolante. Non è l’unica droga che circola in questi contesti. Nel locale sentiamo nominare crystal meth, mefedrone, GHB, popper. “La PV però ora è diventata la più figa”, spiega uno spacciatore “è troppo punk”. Ci dice che il problema non è trovarla. È fermarsi. Viene usata per ridurre l’inibizione, aumentare l’eccitazione e prolungare i rapporti per ore. Poi l’effetto cambia con il tempo.
Per capire meglio abbiamo deciso di incontrare Carlo, nome di fantasia. È un ex consumatore e in questo momento si trova in una clinica per disintossicarsi. Lo andiamo a trovare. La prima cosa che ci dice è che ricorda perfettamente il momento in cui ha capito che la situazione stava sfuggendo di mano. “Mi ritrovo a letto e mi ricordo benissimo di aver pensato: questa sarà la droga che mi rovinerà la vita”, ci guarda, silenzio, tira su gli angoli della bocca senza sorridere. “E infatti poi è stato così”.
La sensazione più forte è la perdita dei freni inibitori. “Ti dà una pulsione incontrollabile. Rompe tutti gli argini, tutti i freni. Ti fa andare oltre qualsiasi limite, ritorni al sesso primordiale come tra animali.” All’inizio può sembrare un’esperienza intensa ma gestibile, spesso vissuta tra amici o in piccoli gruppi. Poi, racconta, diventa qualcosa di diverso. “Si parte da un weekend, da un’esperienza tra amici. Poi diventa una regolarità. Arrivi a un punto che non c’è più sesso senza droga e non c’è più droga senza sesso.”
Dalle app ai festini: la rete invisibile del chemsex
Anche Marco, nome di fantasia, ci racconta che uscire dal giro del chemsex non è stato facile, come Carlo anche lui sta affrontando un percorso per disintossicarsi. “Ci si trova in queste feste. Si va avanti per ore. A volte per giorni”. È seduto di fronte a noi con le mani appoggiate su un tavolo di legno plastificato. Le fa scorrere accarezzando il piano. “Ecco immaginate un tavolo tipo questo, ognuno porta una pietanza come in un banchetto poi si entra nelle camere e si fa sesso”. Marco ci racconta che, in alcuni casi, si entra il venerdì e si esce la domenica. Ci parla di gente che non dorme per notti intere.
Quando gli chiediamo come è entrato nel giro del chemsex alza le spalle. “Sapete io un po’ frequentavo i locali, avevo gli amici del giro, mi invitavano alle feste. Puoi però trovare diverse occasioni sulle app di incontri”. Gioca con un filtrino in mano. “Questo fenomeno nasce nel mondo omossessuale quindi sicuramente trovi sempre qualcosa o qualcuno interessato sulle app di incontri legate più al mondo del gay, del bisex del trans.”
Per capire come funziona scarichiamo una delle più usate, creiamo un profilo e iniziamo a scrivere. Non serve molto per capire come funziona. Non si parla quasi mai apertamente di droga. Si usano emoji, abbreviazioni, parole in codice. Chi conosce questo mondo capisce. Spesso queste app vengono anche utilizzate per cercare persone all’ultimo minuto disponibili per unirsi a festini privati a base di droghe. Entriamo anche nelle chat Telegram legate al chemsex, dopo una serie di ingressi a catena all’interno di gruppi privati riceviamo il link per shop online. Qui c’è Mefedrone, Crystal meth, Ghp, e ovviamente anche l’MPV. Basta cliccare per ordinarli e farli arrivare a casa.
Le origini nel mondo LGBTQ+ fino ai più giovani
Come ha raccontato Carlo il chemsex nasce nell’universo LGBTQ+, dove sesso e sostanze venivano usati anche per abbassare le difese, sciogliere l’imbarazzo e affrontare lo stigma legato all’identità sessuale e al desiderio. “Io sono omosessuale”, ci ha raccontato Carlo, "e non mi metterei mai nudo davanti a una persona, poi sono entrato nel tunnel del chemsex e in quattro anni sono finito a letto con 1.000 1.500 persone, forse anche di più”. Ora però il chemsex si sta diffondendo sempre di più anche in contesti differenti e tra i giovanissimi. Come nel caso di Alessia, 22 anni. La incontriamo al bancone del bar sta bevendo un Cuba Libre, “non vi ho mai viste qui”, dice. Cominciamo a parlare, a commentare la serata. Poi ci spostiamo fuori, fa caldo, vogliamo fumare una sigaretta. Quando le chiediamo se hai mai provato la PV annuisce. “Sì, è una me**da, mi sono tolta in tempo”, beve un sorso di Cuba Libre. “Il mio ragazzo me l’ha fatta provare, non voleva più smettere”, tira una boccata di sigaretta, “a un certo punto è diventato aggressivo, mi picchiava, io me ne sono andata da lui e ho deciso che non l’avrei provata mai più.”.
Quando il chemsex non è una scelta
C’è chi il chemsex lo cerca, ma non è sempre così. A volte le sostanze vengono somministrate senza consenso, come dimostrano diversi casi di cronaca. Primo tra tutti quello di Albero Genovese, imprenditore milanese che organizzava nella sua casa, “Terrazza Sentimento”, festini privati dove usava la GHB per drogare ragazze incosapevoli e avere rapporti sessuali con loro. Ma non è l’unico: recentemente in Francia è stata aperta un’inchiesta sul caso di un bambino di cinque anni che sarebbe stato drogato e violentato da dieci uomini durante un festino chemsex. Le indagini al momento sono in corso. Altre volte le sostanze vengono presentate senza spiegare quali sono i reali rischi e conseguenze, non permettendo alla persona di scegliere in modo consapevole, come ci ha raccontato Alice, anche per lei abbiamo scelto di usare un nome di fantasia per proteggere la sua identità. Come Mario e Carlo, anche Alice sta affrontando un percorso per disintossicarsi.
“La prima volta che ho preso la MDPV è stata a ottobre dell'anno scorso. Questo mio amico me l’aveva descritta come una cosa fantastica per poi fare sesso. Mi ero avvicinata a questo mondo con il mio ragazzo e ho deciso di provarla anch'io perché comunque le cose che descrivevano sembravano cose dell'altro mondo. La prima volta che l'ho presa mi sentivo come se fossi una pornostar.” Alice fa una pausa. “Facevo cose che non mi sarei mai immaginata”.
La droga che diventa una roulette russa
L’uso di sostanze per intensificare o prolungare la sessualità ha origini antiche. Nel mondo romano erano già noti afrodisiaci vegetali e preparati a base di oppio per aumentare resistenza e disinibizione, nell’Ottocento, assenzio e derivati della cannabis circolavano anche in ambienti artistici e letterari con funzioni rituali o erotiche. La differenza del chemsex contemporaneo sta però nell’uso pianificato di molecole sintetiche con obiettivi sessuali precisi. Il fenomeno esiste da anni, ma ancora oggi non tutti hanno accesso a informazioni su rischi e conseguenze. C’è chi riesce ad assumere queste sostanze in modo controllato e aproblematico. Per altri però i chemsex può diventare una trappola. L’assunzione di questo tipo di droghe è come una roulette russa: gli effetti, così come i rischi a cui si va incontro, sono imprevedibili.
“Gli effetti collaterali sono la paranoia, la convinzione di essere continuamente perseguitati. Io ho perso tutto per questa cosa. Ogni cosa che potevo perdere io l'ho persa. Sono arrivata al limite, mi sono buttata nell’Adda, sono dimagrita di 12 chili, ho iniziato a vivere con l'ansia, con la paura. Non mangiavo, non bevevo più. Io ho perso mia figlia, me l’hanno tolta, ho perso la mia famiglia, la reputazione in tutto il mio paese. Quando la utilizzavo, che nell'ultimo periodo era tutti i giorni tutto il giorno non dormivo più o facevo anche otto nove giorni senza dormire”, ci racconta Alice.
I rischi del chemsex
Tra i rischi del chemsex c’è anche la morte. Le sessioni, spesso prolungate, sottopongono l’organismo a uno stress intenso: la combinazione di sostanze stimolanti e sedative può provocare disidratazione, collassi cardiaci, perdita di coscienza e overdose, soprattutto quando i dosaggi sono incerti o le droghe vengono assunte insieme. Alcune sostanze frequentemente associate al chemsex possono causare depressione respiratoria, psicosi, ipertermia e danni neurologici. I rischi non sono però solo tossicologici. L’uso di droghe durante rapporti sessuali prolungati aumenta la probabilità di traumi fisici, comportamenti sessuali non protetti e trasmissione di infezioni come HIV, e altre malattie sessualmente trasmissibili, anche perché la disinibizione e la durata delle sessioni rendono più difficile mantenere pratiche di protezione.
“Come l'eroina degli anni 80 e degli anni 90 camminava a braccetto con l'AIDS, con il PV quasi mai c'è protezione e anche lì un continuo andare a braccetto l'AIDS con malattie trasmissibili”, ci racconta Carlo. Le conseguenze, inoltre, non dipendono soltanto dall’effetto diretto delle sostanze. La forte componente compulsiva favorisce dipendenza, isolamento, disturbi dell’umore, ansia, rendendo il chemsex un fenomeno con implicazioni mediche, psicologiche e sociali complesse. "C'è gente che non esce da un loop, c'è gente che non fa nessun lavoro e sta tutto il giorno a scopare, drogarsi, anche per mesi. È un mondo molto depresso, molto paranoico, molto notturno. Chi lo usa spesso vive come vampiri, esce solo la notte poi rientra nel sarcofago.”
Il chemsex cresce, ma la ricerca è in ritardo
Come spiega uno studio pubblicato a febbraio 2026 su National Library of Medicine, nonostante la diffusione del fenomeno il tema rimane poco studiato. “Nonostante le notevoli preoccupazioni per la salute pubblica riguardo all'aumento dei decessi per overdose, la relazione tra chemsex e overdose rimane poco studiata”, si legge nello studio. Non solo: “Le terapie farmacologiche efficaci per la dipendenza da stimolanti rimangono limitate”.
Queste sono le conclusioni: “È urgente condurre ricerche mirate, migliorare la raccolta dei dati e sviluppare strategie di riduzione del danno personalizzate per comprendere meglio e ridurre il rischio di overdose nel contesto del chemsex. Colmare queste lacune è fondamentale per ridurre i decessi prevenibili e migliorare gli esiti sanitari in questa popolazione.”
Come racconta Mario, “la maggior parte del mondo che ha fatto questo tipo di esperienza non è aiutato, è abbandonato a se stesso. Ho conosciuto persone che lavorano in politica, imprenditori, impiegati, amici della mia età, gente molto più giovane, gente molto più vecchia. Chi inizia poi comincia a drogarsi costantemente, e non è semplice trovare qualcuno che ti aiuta ad uscirne”.
“Il problema è tornare indietro”
Il chemsex unisce la sfera del piacere a una logica di tipo performativo, il corpo va ottimizzato, diventa uno strumento da potenziare. Le sostanze riducono l’ansia, l’inibizione. Non solo, rendono il corpo immediatamente disponibile e performante.Il fenomeno diventa ancora più complesso e radicato in contesti segnati da stigmatizzazione, marginalità, appartenenza a minoranze sessuali e identitarie. Questa esperienza può diventare così intensa da creare un meccanismo di rinforzo: per alcune persone la sostanza finisce per apparire necessaria per provare eccitazione o interesse sessuale. Con il tempo può svilupparsi una forma di dipendenza, in cui la sessualità senza droghe viene percepita come poco gratificante o impossibile.
Da qui la ricerca ripetuta della sostanza insieme al contesto sessuale in cui viene usata, si arriva così a consumo continuativo per contrastare il malessere che segue le sessioni, e la progressiva diminuzione del desiderio quando la sostanza non è presente. La dipendenza legata al chemsex infatti non è legata solo dall’effetto chimico delle droghe. È spesso il risultato dell’interazione tra sostanza, dinamiche di gruppo e ricerca di conferme identitarie. “Questa nottata è durata quattro anni. È un attimo passare dal divertirsi al non riuscire più a farne a meno. Dopo, il sesso normale non basta più. Ti abitui a qualcosa che nella vita normale non esiste. Quando torni alla vita normale, sembra tutto spento. E allora vuoi rifarlo. E lo rifai”, ci ha raccontato Mario.
“E per chiunque abbia fatto chemsex purtroppo sarà difficile tornare alla vita quotidiana, dove c'è un un un rispetto di se stessi, un rispetto del partner e una non ricerca di un qualcosa che è già vissuto, crea dipendenza immediata. Non so se avrò mai un giusto rapporto con il sesso, con l'esperienza che ho fatto. Anche Alice ha la stessa paura, quando ci salutiamo ci dice che vorrebbe tornare indietro, ma non è così semplice: “Io ogni tanto mi fermo, ci penso. Poi dico: sarà ancora in grado di andare con un ragazzo senza l'uso di sostanze?”
A cura di Elisabetta Rosso e Beatrice Barra