in foto: Foto Piero Cruciatti / LaPresse

Molto sta facendo discutere la proposta di realizzare a Predappio il museo nazionale del Fascismo. Giorgio Frassinetti, sindaco Pd, è riuscito a convincere il governo a finanziare, con due milioni di euro, l’iniziativa. Il progetto, spiega il primo cittadino, ha l’obiettivo di «dare un contributo alla Storia del nostro Paese» e di sottrarre il paese alla nomea di «città dei nostalgici».

Frassineti è convinto che questa sia l’unica soluzione per liberarsi «dagli aspetti ideologici e mettere al primo posto la storia» e aggiunge: «A Predappio siamo vaccinati. Sia prima del fascismo che dopo la guerra il paese è stato sempre retto da giunte di sinistra. E dopo la svolta interventista del 1914, Mussolini poté tornare qui solo nel 1923, dopo aver preso il potere, perché era considerato un traditore e un voltagabbana e se fosse venuto le avrebbe prese. Non a caso a riportare la salma in paese fu un presidente del Consiglio di Predappio, il democristiano Adone Zoli, nei cui poderi fra l'altro nacque donna Rachele, moglie del Duce e figlia di una contadina che lavorava per la sua famiglia. La condizione che pose Zoli fu che il sindaco Egidio Proli, comunista, fosse d'accordo. E lui, nel dare il beneplacito, pronunciò parole che per me restano valide ancora oggi: “Mussolini non ci ha fatto paura da vivo, non ce ne farà da morto”».

Anche l’Istituto Parri di Bologna intende contribuire all’operazione. A parlarne è Luca Alessandrini, direttore dell'istituto: «Siamo nati nel pieno della guerra fredda da un’idea avuta da Ferruccio Parri nel 1949. Parri voleva salvare l’esperienza storica dell’antifascismo mentre la guerra fredda sembrava fare passare in secondo piano la straordinaria esperienza unitaria della Resistenza. Per capire la Resistenza bisogna capire come il nostro Paese sia stato preda del fascismo».

La proposta ha provocato un fuoco di fila da parte di storici e intellettuali. Ma l’iniziativa più provocatoria arriva dalla politica. Il primo a prendere posizione è stato il sindaco di Rimini, Andrea Gnassi che, nel luglio del 2015, ha chiesto di emendare la legge sull'apologia del fascismo inserendo una sanzione per chi vende oggetti recanti simboli e immagini dei regimi fascista e nazista: accendini, penne, magliette, bottiglie di vino, calendari, gagliardetti, indumenti intimi e chi più ne ha più ne metta. La lista è lunghissima.

Dopo un anno l’iniziativa è approdata in Regione con il sostegno di diversi consiglieri regionali (Pd, Sel, Altra ER) che hanno votato una risoluzione in cui si reclama di intervenire nelle sedi opportune per estendere l'apologia di fascismo anche alla diffusione di souvenir del duce. La consigliera del Pd promotrice dell’istanza, Nadia Rossi, ha dichiarato che si vuole «dare un segnale contro la banalizzazione della storia e del male rappresentato dal totalitarismo fascista, perché la memoria non può venire offuscata da mere logiche commerciali».

Come ha giustamente rilevato il direttore dell’Istituto Parri: «Tutto in noi si ribella quando vediamo questa ignobile paccottiglia ma è impossibile trovare una norma giuridica che assecondi la nostra rabbia senza ledere le libertà democratiche. Il problema è culturale. Inutile vietare». Dalla nobile finalità del museo, in cui si vuole ricostruire la storia italiana della prima metà del Novecento (perché è questo il tema di fondo della proposta), si è passati alla battaglia iconoclasta sui simboli del fascismo, come se occultandoli o reprimendone la vendita quel pezzo di storia nazionale potesse scomparire.

Questo atteggiamento è la spia del lungo processo di rimozione del regime, il cui fantasma evoca le paure insondabili di una democrazia immatura intrisa di populismo straccione. La Repubblica, dopo settant’anni di vita vissuta e di battaglie compiute per la difesa delle libertà costituzionali, ha ancora timore che un trauma improvviso possa risvegliare i geni del fascismo e modificare la struttura del suo Dna. Una specie di complesso di inferiorità democratica che spinge a trincerarsi dietro censure e proteste che tramutano la Storia in un oggetto al servizio della politica. E così, invece di trovare la cura, si prova ad evitare il contagio respingendo un pezzo della nostra identità nazionale, che ci piaccia o meno.

Anch’io, quando mi soffermo a fare un esame di coscienza, valuto negativamente alcuni aspetti del mio carattere e penso agli errori compiuti a causa di scelte sbagliate che, in quel momento, sembravano giuste. Tuttavia, ogni passo falso compiuto è parte integrante della mia identità e non potrebbe essere altrimenti perché non si tratta di una somma tra numeri positivi e negativi ma un amalgama inscindibile in cui tutto si confonde: dal male può discendere il bene e viceversa, ma può essere anche il bene contiene parti di male e viceversa. Insomma, la vita, il mondo, e i fatti in essi contenuti, non sono semplificabili con il manicheismo per questo ogni ricostruzione storica è complessa, soprattutto se parliamo dell’Italia che è notoriamente il Paese della zona grigia.

Si ha talmente timore di evocare il fascismo come “autobiografia della nazione” che ci si arrampica sugli specchi con pretesti del tipo: “non si può fare un museo sul fascismo in mancanza di un museo sulla Resistenza”. Ecco questa è precisamente la scusa del bambino che rifiuta di giocare con la nonna in assenza della madre. Del resto Serge Noiret ha recentemente ricordato: «non si capisce bene questa critica visto che, in 71 anni, un museo nazionale della Resistenza, si poteva realizzare. Non averlo fatto non dipende dall’esistenza di un “complotto” anti-resistenziale. La rete degli Istituti per la Storia della Resistenza avrebbe potuto scegliere la via di un grande museo nazionale, ma ha scelto di decentrare le sue iniziative scientifiche e memoriali sul territorio per celebrare la Resistenza italiana». Aggiungo solo, mantenendo un punto di vista puramente storico, che la stessa Resistenza, come ha rilevato il direttore dell’Istituto Parri, si può comprendere solo conoscendo profondamente il fascismo; in altre parole: ci sarebbe stata la Resistenza senza il fascismo? Come ho già detto dal male può discendere il bene.

La scrittrice Igiaba Scego ritiene che il museo di Predappio non ha senso perché la strada della decostruzione dei tabù e della “decolonizzazione delle menti” deve partire dalla necessità di dare voce alle tante vittime che il regime, nel suo ventennio, ha generato. Ma in fin dei conti questa interpretazione non ribadisce l’idea che il fascismo sia stato unicamente il carnefice degli italiani?

Per raccontare la storia del totalitarismo nostrano (un totalitarismo, ricordiamolo, imperfetto rispetto a quello nazista e a quello sovietico poiché il regime era una forma di governo soggetta all’autorità formale del Re e all’autorità morale del Papa) bisogna avere il coraggio di lasciare la vulgata ed entrare nei meandri della quotidianità dove il processo di nazionalizzazione delle masse, il cui impatto è sconvolgente, rapido e violento a causa della Prima guerra mondiale, modifica l’interpretazione del vissuto proprio nel verso di quella eterna malattia che si chiama paura.

Ecco che allora un museo sul fascismo diventa un’occasione per conferire alla Storia il ruolo di agente pubblico in grado di mettere gli italiani di fronte alla necessità di maturare e di guardare ai traumi del passato senza nasconderli nelle pieghe della memoria. La Storia quando è ricostruita, con rigore scientifico e strumenti comunicativi avvincenti, può essere un utile strumento per compiere un esame di coscienza collettivo e risalire alle ragioni dell’io nazionale che diventa noi.

Restituiamo la parola a Serge Noiret: «L’idea chiaramente non è di costruire un museo-mausoleo attorno al Ventennio o addirittura a celebrazione del passato regime, bensì ricucire uno strappo di due decenni nel tessuto dei 150 anni della storia dell’Italia unitaria. Uno strappo che ha portato con sé non solo l’ideologia e la guerra perduta, ma anche la vita quotidiana di 40 milioni di italiani, con l’arte, il design, le realizzazioni, la musica, il cinema, l’architettura, il dibattito culturale, filosofico e politico». Si tratta, in realtà, di documentare e insegnare come è nato e si è sviluppato il totalitarismo fascista occupandosi di più di vent’anni di storia italiana ed europea e non solo della seconda guerra mondiale e della guerra civile. Eppure, senza nemmeno sapere come sarà realizzata l’istallazione, si dibatte su museo si o museo no. Il 9 maggio Noiret ha scritto un post su Facebook proponendo una discussione virtuale sulla “questione”.

Ci sono stati 63 commenti di storici schierati su entrambi i fronti con una discussione pacata e appagante per chiunque l’abbia letta, a dimostrazione dell’esistenza di una comunità scientifica viva e reattiva anche nel marasma digitale.

Enzo Collotti su “Il manifesto” ha scritto che Predappio non è la sede ideale perché l’iniziativa rischia di essere influenzata dalla sua perifericità e dal valore evocativo del luogo, riducendo il fascismo al mussolinismo. La migliore risposta è ancora una volta di Noiret: «È proprio contro la lettura mitologica del passato fascista, che impera a Predappio dove la storia della comunità romagnola è stata abbandonata per lasciare spazio alla vendita di cimeli e oggettistica fascista e alle manifestazioni a-storiche di nostalgici post-fascisti, che il public historian deve potere intervenire. Creare un museo diffuso sul territorio regionale anche grazie alle nuove tecnologie di rete e che possa rispondere a questa domanda, non è solo un bene per la professione degli storici in quanto tale, ma una necessità delle comunità locali oltre che, l’unico modo per impedire a Mr. Everyman – nel nostro caso i nostalgici di Salò – di imporre il monopolio della storia o, meglio, delle loro favole anti-storiche nel territorio di Predappio».

Sarebbe il caso di aggiungere che la Romagna è il luogo ideale per diverse ragioni: 1) qui negli anni Venti si sono scontrati socialisti e squadristi; 3) romagnoli sono alcuni fondatori del movimento fascista (Mussolini, Grandi, Balbo) 2) qui si è sviluppato il cosiddetto fascismo agrario; 3) qui sono stati operativi oppositori clandestini; 4) qui si è svolta parte della guerra partigiana. Inoltre non bisogna dimenticare che la Romagna è un’area centrale all’interno del triangolo Toscana, Marche ed Emilia in cui ci sono state 1980 stragi nazifasciste con 9507 vittime (http://www.straginazifasciste.it/).

Anche lo storico Giovanni Sabbatucci è contrario alla museificazione del fascismo. Certo se il contenitore immaginato sarà una mera esposizioni di oggetti, senza capacità di comunicare ad un pubblico intergenerazionale – attraverso tre livelli di approfondimento (informativo, narrativo ed emozionale) – i molteplici aspetti della storia nazionale, non sarà solo una noiosa “cristallizzazione” degli eventi ma anche un pericoloso strumento celebrativo. Intanto, oltre 50 storici di chiara fama hanno sottoscritto un manifesto in cui dichiarano che «la costruzione di un museo sul periodo fascista della storia italiana sia da valutare in modo positivo, considerate le garanzie di serietà, di rigore scientifico, capacità narrativa, ricchezza documentaria e capacità divulgativa e didattica che il Sindaco Frassineti ha sempre posto come requisiti necessari perché esso possa prendere corpo».

Predappio o non Predappio su una cosa sono d’accordo con la Scego: un museo sul fascismo non può bastare se non comprendiamo la storia del Ventennio calandoci nella memoria stratificata delle comunità locali per scoprire come la dittatura è stata assorbita nei diversi contesti territoriali e come è cambiata la vita quotidiana della gente comune: «Ed ecco che dal cilindro della storia escono fuori la benzina made in Italy Roburt, le lamette da barba Mirabilia, il caffè alla cicoria e il tremendo lucido da scarpe Astra che prometteva con la sua trementina di far brillare le calzature come il sole delle colonie africane». Tutto questo si può e si deve fare se avremo coscienza della necessità di ricostruire, a Predappio come in ogni altra città d’Italia, il puzzle dell’identità nazionale.

Si continuerà a discutere ma la vicenda fa emergere, in tutta la loro sostanza, i limiti del presente: la paura del passato ci blocca; è padrona della nostre coscienze, ci impedisce di osare, di immaginare, di creare, di affrontare i nostri tabù con gli occhi dell’uomo maturo. Guardiamo alla storia con lo sguardo atterrito del bambino che s’imbatte nel lupo di Cappuccetto rosso. Il terrore quotidiano ci basta e ci avanza. Meglio le storie che la storia, meglio le bufale diffuse nella rete che la verità, meglio camuffarsi da cittadini digitali che guardarsi allo specchio per scorgere le ombre alle nostre spalle.