in foto: Monumento a Dante, scultura di Enrico Pazzi. Piazza di Santa Croce a Firenze. Foto di Emi Curatolo

La lingua italiana sembrerebbe essere la più romantica del mondo, a rivelarlo fu qualche anno fa un gruppo di 320 linguisti dell'azienda londinese Today translations a cui non mancano di certo termini di paragone, offrendo traduzioni e interpreti in oltre 200 lingue. Anche Thomas Mann la chiamava la Lingua degli Angeli e indubbiamente sugli stranieri esercita fascino e magnetismo, non a caso è la quarta lingua più studiata al mondo, non solo perché  ha un'immensa autorevolezza culturale, discendente diretta del latino, ma è studiata proprio per il piacere studiarla, perché è ‘bella'.

Ascoltare la lingua italiana ricorda i piaceri e la bellezza della vita.

Gli stranieri sono da sempre attratti dalla nostra lingua. Le motivazioni sono fra le più svariate e una lista pubblicata dall’Università di Princeton ne mette in luce alcuni aspetti salienti come la sua musicalità, il diretto richiamo all'arte, l’opera, l’architettura, il cibo buono. Princeton dice proprio che l’italiano è ‘sonoro' e ‘bellissimo', ed è la lingua di chi ama la vita. Affascianante quanto utile anche all'apprendimento dell'inglese poiché il 60 per cento del vocabolario inglese deriva dal latino. Nelle università statunitensi le iscrizioni ai corsi di lingua italiana stanno crescendo a vista d'occhio.

"Con l’italiano entri in contatto con la storia, l’arte, la religione, la musica, il cibo, la moda, il cinema, la scienza – tutto ciò che la civiltà occidentale ha inventato”.

Queste le parole di Dianne Hales, autrice di "La bella lingua", che si aggiungono al parere condiviso di molti. Per captare il valore della nostra lingua stiamo però ricorrendo ad un punto di vista esterno. Si sa che guardare le cose dal di fuori offre una visione più lucida e ampia su quanto accade dentro. Siamo assuefatti alla bellezza della nostra lingua, la passediamo con padronanza o meno ma non ci rendiamo conto del prezioso strumento che abbiamo. Senza ombra di dubbio possiamo definirlo un ‘mezzo seduttivo' che rientrerebbe fra i soft power di una nazione. Andrebbe coltivato questo ‘potere morbido' e in questo potremmo prendere lezioni da tutti i paesi anglofoni che sin dai tempi della guerra fredda hanno compreso quanto fosse scaltro investire sulla promozione della propria lingua. Così come anche la Cina, super determinata nella diffusione dello studio del cinese.

Il soft power come il butterfly effect: impercettibile ma in grado di influenzare l'intero ecosistema.

Non bisogna sottovalutare l'effetto sottile e benefico del ‘potere morbido': è come l'impercettibile battito d'ali delle farfalle che influenza però l'intero ecosistema. Il concetto di soft power è stato formulato sul finire degli anni ottanta da Joseph Nye, politologo e docente ad Harvard, che in una memorabile conferenza lo definì come “nient’altro che la possibilità di influenzare gli altri per ottenere i risultati voluti”. Non abbiamo bisogno di forza e carri armati per imporre la nostra autorevolezza culturale. Morbido, quasi invisibile, soffice e sinuoso come una nuvola è il potere della nostra lingua. Il soft power non è altro che un fatto di desiderabilità inconsapevole, e rendere irresistibile l'italiano è di gran lunga più facile che per il cinese. Bisogna solo prendere coscienza dei propri mezzi preziosi e con uno sguardo esterno si fa prima. I fatti parlano e dimostrano che l'italiano piace, seduce, evoca cose belle ed è la quarta lingua più studiata al mondo.