Era di aprile, il 25 aprile, che dovrebbe essere il giorno in cui si festeggia la Liberazione e invece io quel 25 aprile lì ho smesso di essere libero. È curioso, il destino: per vivere ci abituiamo a tutto ma solo con gli anni riusciamo a scorgere con chiarezza le ferite che ci sono rimaste addosso. Vivere protetto non ha niente di affascinante, niente di curioso da raccontare ai propri figli, niente di cui vantarsi con gli amici: vivere sotto scorta, l'ha detto qualche giorno fa proprio Roberto Saviano, è una condanna. Ma non una condanna dolce come certa retorica vorrebbe lasciare intendere: una condanna bastarda che ti lascia cicatrici che pesano più della paura, delle minacce e ancora di più della visibilità che lo status ti concede.

Vivere sotto scorta non significa farsi accompagnare e nemmeno saltare la coda: vivere sotto scorta significa comprimere i tuoi affetti in un angolo, come un bonsai, per non lasciarlo in pasto agli altri. Significa perdere il diritto di cittadinanza nel Paese della normalità. La scorta è un tarlo. Un tarlo col quale convivi per difenderti ma che intanto cresce mangiando la tua solitudine. La minaccia delle mafie non sta nelle minacce, quella è roba buona per farci la fascetta di un libro o le chiacchiere da bar; la minaccia delle mafie sta nell’isolamento, la delegittimazione del proprio lavoro, nella sovraesposizione cannibale, nel fianco che ti ritrovi costretto a prestare a chi non aspettava altro che un nuovo idolo da abbattere per primo. Nel momento in cui ti dichiarano sotto scacco tutto il resto diventa rumorosissimo. La sofferenza, il rischio e la paura finiscono per essere solo tue. Un autismo irrisolvibile. Passeggiare, dire, bere e mangiare sempre malato della convinzione che è una cosa che non si riesce a raccontare, che non si riesce a far capire, che vuoi ascoltartela e giocartela da solo.

Sofferenza. Tutta a forma di solitudine. La sofferenza di imparare a diffidare, sospettare. Un imbruttimento senza soluzione. La sofferenza di dovere spiegare che comunque sì, te lo sei cercato, e ti aspetteresti un pezzo di solidarietà, almeno. La sofferenza della tua famiglia che comunque si è persa un pezzo della storia e si ritrova a mulinare le braccia per stare a galla, e mentre nuota deve anche mettersi a capire. La sofferenza di uno staccamento dal resto, un’incomprensione continua, una voglia mancata di spiegare. La sofferenza di una risata che ha bisogno di uno sforzo, di essere lanciata, di non spegnersi nelle parole e sul palco per non rischiare la resa. La sofferenza di una bolla che ti soffia intorno e ti ci siedi dentro, per proteggerti sfocando il resto.

Il rischio che non si pesa solo nella grammatura delle carte e delle informative delle forza dell’ordine. Il rischio di non sapere chi, cosa, da chi, quando, o addirittura se. Un dubbio come un solletico continuo di vulnerabilità. Un equilibrio instabile che basta un niente perché cada. Un rischio infettivo che ti porti in giro, che ti rimane addosso come un alone mezzo sudaticcio. Chi lo decide il mio rischio? La miscela delle mie paure, la sintesi delle facce, di quanto è pesante l’aria, dei toni della voce. Mi è capitato, quasi come un moto inconscio, qualche volta di accelerare: accelerare io e i mie i compagni di quel momento. Senza motivo. Accelerare la parola per chiudere, accelerare il passo per rientrare, accelerare il saluto per partire. Come cani che fiutano un acquazzone, come bottegai che si guardano alle spalle prima di abbassare la saracinesca. Un pensiero intermittente a forma di un’ombra che ti proietti addosso.

Quel 27 aprile tra il cancello e il “fuori” mi concedo due mezzi passi prima di essere preso in consegna dall’auto della scorta per iniziare a lavorare. Dal quel 27 aprile ho avuto una vivibilità garantita e recintata dal mio programma settimanale. Dal 27 aprile 2009 ho avuto un malumore o una risata che è stata affettata sempre (al minimo) per tre. Con ombre fuori asse che si spostano con me, che mangiano con me, che ci sono mentre rido, mi rabbuio, penso, cammino, telefono, mi gratto o urlo. Il ricordo più lancinante di quel 27 aprile è il 25, di sabato, due giorni prima. Il 25 aprile cadeva di sabato, e di sabato mattina è stato l’ultimo sabato mattina con i miei figli per mano prima di tutto quello che mi è successo. Da soli. Noi. Solo noi. Dal 25 aprile di mattina mi è rimasto sotto il palato una passeggiata che non ho potuto concedere ai miei figli che crescevano. E questo non si può scrivere, non si riesce a raccontare. E forse è una storia che non si dovrebbe nemmeno dire se non fosse che misura perfettamente quel credito con la vita su cui forse non sarebbe il caso di giocare. Per di più per un pugno di propaganda.

Quando ci è ricapitato di ritrovarci ancora, io e i miei figli soli, uno di loro mi ha chiesto cosa avevamo fatto di male per avere passato anni così. Mi ha chiesto: «ma tu papà, che scrivi e fai l'attore, cosa c'entri con la mafia?». E io sono mesi che non ho ancora trovato una risposta. Chissà che "da padre" (come insiste a ripetere per provare ad annacquare la sua ferocia) non glielo spieghi Salvini, ai miei figli.