Il governo sta tentando di fare i primi passi verso la “generalizzazione” del tempo pieno in tutte le scuole primarie d’Italia. La proposta è quella di dare la possibilità a tutti gli istituti di ampliare l’orario fino a estenderlo a 40 ore settimanali, non solo per dare l'opportunità ai genitori lavoratori di lasciare i bambini a scuola fino alle 16:30, dal lunedì al venerdì, ma anche per incrementare il numero di assunzioni degli insegnanti, che dovrebbero aumentare di circa due mila posti.

Oggi sono 47mila le scuole, su un totale di 142mila, che predispongono la possibilità per i genitori degli alunni si usufruire del tempo pieno, e di queste 37mila sono nel centro-nord del Paese. Questo segnala una differenza sostanziale tra Nord e Sud: nel Mezzogiorno infatti l’opportunità si riduce ancora di più, e solo l’11% degli studenti ha la possibilità di rimanere a scuola dal lunedì al venerdì dalle 8:30 alle 16:30. E questo per motivi sia di abitudine che di fondi. Storicamente parlando, infatti, la necessità di allungare l’orario scolastico è stata registrata principalmente al Nord, ma ora l’orientamento e le esigenze sono variate. Lo dimostra l'aumento delle richieste: lo scorso anno, sia in Molise che in Calabria il 50% delle famiglie ha fatto domanda per sfruttare il tempo pieno, e la percentuale è alta anche in Puglia, dove è stata richiesta dal 40% dei genitori.

Ovviamente, più ore significa anche più insegnanti. E soprattutto nelle regioni del Sud questo è un problema, perché le risorse umane, così come quelle economiche, non riescono a coprire il tempo pieno e il lavoro supplementare. Infatti, quando si arriva alle 40 ore settimanali, si prevede che al maestro unico ne sia affiancato un altro per sostituirlo. Oltre a questo, bisogna tenere in considerazione anche i servizi necessari: il personale Ata per mantenere aperti gli istituti, il servizio di mensa obbligatorio, le strutture che devono essere adeguate. E soprattutto i fondi per permetterlo. Tra l’altro, i 2mila posti promessi per applicare la “generalizzazione” non sarebbero assolutamente sufficienti per coprire le ore necessarie: tenendo conto che le classi in cui dare l’opportunità sono 90mila, come si legge su Il Fatto Quotidiano, i sindacati hanno indicato un fabbisogno solo di insegnanti di 40mila posti in più. Tutto questo prevede una spesa di circa 80 milioni di euro che dovrebbero essere sottratti dal fondo del ministero dell’Economia predisposto per “indifferibili esigenze che si manifestano nel corso della gestione”. Il fatto è che il tema non è ancora presente nel contratto di governo, e l’emendamento deve passare sotto l’esame della commissione di Bilancio. Il provvedimento tra l’altro non tiene conto nemmeno di tutte le spese da coprire per le mense e i vari servizi da mettere a disposizione.

Per una famiglia al giorno d’oggi è un grosso aiuto poter lasciare i propri figli a scuola mentre lavorano: significa tenerli impegnati in attività di apprendimento e ricreative, senza doversi caricare costi di babysitter o essere in pensiero”, ha spiegato Nunzio Tranchese, rappresentante dell’Associazione italiana genitori (Age) al Fatto Quotidiano. “Dico di più, sarebbe fondamentale estenderlo anche alle scuole medie, soprattutto al Sud dove magari i ragazzini rischiano di trovarsi in contesti sociali difficili all’uscita da scuola”. Secondo lui, sarebbe anche un buon modo per uniformare la situazione così differente tra Nord e Sud.

La proposta del tempo pieno

La proposta di aumentare la possibilità di scegliere il tempo pieno per i ragazzini al momento dell’iscrizione è stata presentata e approvata la scorsa settimana dalla commissione Cultura della Camera, e un emendamento che porta la firma della deputata del Movimento 5 Stelle Maria Marzana prevede la “graduale generalizzazione del tempo pieno nella scuola primaria”, dando così l’autorizzazione ad assumere quei 2mila insegnanti in più che dovrebbero permettere di applicare il servizio aggiuntivo. Un traguardo, secondo il vicepresidente del Consiglio Luigi di Maio. “Spesso si parla della scuola come un diplomificio, o un ufficio di collocamento, ma in realtà al centro ci sono le famiglie, i bambini che la frequentano e i genitori che le affidano i propri figli: il tempo pieno è un servizio sociale ed è assurdo che una famiglia possa sceglierlo o meno a seconda di dove vive”, ha detto Tranchese.