Ristorante child free di Lesmo, il titolare Sampietro: “Ho tolto seggioloni e menu baby, ma non è discriminazione”

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Instagram @hostaria2.0
A Fanpage.it il titolare Alan Sampietro ha fatto chiarezza, specificando di non voler fare discriminazione, ma piuttosto di voler tutelare la sua clientela.

"Vogliamo diventare il primo ristorante chid free": una frase che non passa inosservata. E infatti l'iniziativa di Hostaria 2.0 a Lesmo (MB) annunciata sulla pagina Instagram, ha fatto in breve il giro dei social raccogliendo consensi, ma anche disapprovazione. Tanti hanno giudicato eccessiva questa misura, questa esclusione dei bambini dal locale; altri si sono detti d'accordo con l'intento di riservare un ambiente adatto a un pubblico di soli adulti, senza che bambini vivaci o maleducati possano rovinare l'esperienza del pasto. A Fanpage.it il titolare Alan Sampietro ha fatto chiarezza, specificando di non voler fare discriminazione, ma piuttosto di voler tutelare la sua clientela. Tutto è cominciato con una recensione negativa, come racconta nel suo video: "Vi sembra giusto lasciarmi una recensione da una stella quando hai mangiato bene, il locale ti è piaciuto, il servizio è stato ottimo, solo perché io ho chiesto di non disturbare gli altri clienti con le grida di vostro figlio?". Ma quella è stata solo la goccia che ha fatto traboccare il vaso…

Alan perché ha preso questa decisione drastica?

Si sono accumulati nel tempo vari episodi. Ho fatto un esempio nel mio video a scopo comunicativo, che però è un episodio vero, non è inventato assolutamente. Ma in verità è stata più una presa di coscienza maturata nel tempo, per una situazione che si protrae da parecchio.

Quindi avete avuto spesso episodi di "incompatibilità"con la presenza di bambini?

Sì, chiamiamo di incompatibilità, assolutamente. Ci sono state le recensioni negative, le lamentele: decine se non centinaia di situazioni che ci hanno fatto capire che non riuscivamo più a dare il servizio che volevamo, né alle famiglie con bambini né agli altri clienti.

Quindi avete deciso di concentrarvi su una clientela specifica, ossia chi arriva senza bambini nel locale?

Sì, è stata una valutazione statistica: su 100 clienti 10 sono famiglie, 90 sono coppie/piccoli gruppi senza bambini. Un'azienda deve fare delle scelte di profitto per guadagnare. I genitori si lamentano di non poter venire a mangiare da me coi loro figli, ma io con la mia attività do da mangiare proprio ai miei figli. È una scelta di carattere economico e lavorativo.

E quindi quali modifiche avete deciso di apportare?

Il menù baby l'ho tolto da diversi mesi. Ora ho deciso di inserire già in fase di prenotazione diretta sul sito un disclaimer ai clienti che stanno per compiere la prenotazione on-line, che li avvisa che il locale è pensato e ideato per un pubblico adulto. Non ci sono aree gioco né seggioloni. Si sconsiglia la protezione a famiglie con bambini al di sotto di 7 anni.

Quindi chi prenota sa subito a cosa va incontro…

Esattamente.

Quindi se questa sera si presenta una coppia con un bimbo di 3 anni per mangiare, cosa gli dite?

Se ho posto li faccio accomodare. Sta al genitore decidere se vuole tenere in braccio il bambino sapendo che non c'è seggiolone. Il mio comunque è un ristorante piccolo, in una zona non proprio di passaggio: ci si viene apposta, prenotano quasi tutti. Ma anche se arrivasse qualcuno senza prenotazione, o con prenotazione telefonica, o qualcuno all'oscuro della tipologia di locale: sta al genitore decidere se conservare la prenotazione piuttosto che andare in un altro posto, se fermarsi o meno.

Ha ricevuto più appoggio o più pareri negativi rispetto a questa iniziativa?

Devo dire che i commenti sono un po' vari, sia positivi che negativi. Ho ricevuto anche commenti molto belli, poetici e filosofici sul concetto di inclusione: ma bisogna essere pratici. Molti nei commenti scrivono che non è colpa del bambino, ma dei genitori: giustissimo, posso essere d'accordo. Ma io non posso fare un test psicoattitudinale al genitore per capire se è in grado di gestire un bambino vivace.

Lei pensa di aver fatto un gesto di discriminazione?

Ma nella maniera più assoluta. Un gesto di discriminazione ha delle fondamenta ideologiche e non pratiche come le mie. Io non ho i seggioloni, non ho il menù baby, gran parte della mia clientela viene per un certo tipo di ambiente. Non è una scelta discriminatoria nei confronti di una certa categoria. Non è un divieto, è un consiglio. È un consiglio. Se un genitore mi dice che il figlio mangia il risotto con gorgonzola e lardo, che è un bambino abituato ad andare nei ristoranti e a stare tranquillo, non c'è problema.

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