Qualche giorno fa è diventata virale la notizia del volo rimandato al giorno successivo perché un bambino di cinque anni non voleva allacciarsi le cinture di sicurezza. L'episodio è avvenuto in Canada, a bordo del volo Porter Airlines PD444 da Victoria a Toronto: data l'ora tarda, e la chiusura del piccolo aeroporto a mezzanotte e mezza, non è stato possibile far partire l'aereo in ritardo, ed è stata quindi rimandata la partenza al giorno successivo. In Italia la notizia ha fatto il giro dei social con migliaia di commenti tutti molti simili:
"Uno schiaffo e vedi come metteva il culo sul sedile".
"Una bella pedata al bambino e ai genitori no?"
"Volare non deve essere un diritto costituzionalmente garantito".
"Una volta i genitori lo avrebbero già preso a pizze, oggi fanno come gli pare".
"Mi batterò perché ogni luogo sia child free".
"I vostri figli hanno rotto il cazzo, dovete stare a casa".
"State a casa se non sapete gestirli".
A chi timidamente provava a far notare che forse il bambino aveva dei problemi, è stato risposto: "Non me ne frega niente se il bambino ha dei problemi, non posso rimetterci io". E così è partita in tre, due, uno l'ennesima crociata contro i bambini nei luoghi pubblici o aperti al pubblico, che siano ristoranti, parchi, spiagge, villaggi turistici o aerei. La giustificazione è sempre la stessa: "Non è che non sopporto i bambini, non sopporto la maleducazione". Una frase fatta presentata come semplice buon senso, che avrete sentito migliaia di volte, ma che spesso serve soltanto a mascherare intolleranza e insofferenza verso i bambini. Diciamocelo chiaramente, invece di fare salti mortali per costruire giustificazioni retoriche.
Per curiosità sono andata sul sito della CBC, il servizio pubblico radiotelevisivo nazionale canadese, e ho letto: “Passenger Aryeh Kozuch says there was definitely "a lot of frustration," but the child wasn't being bratty or uncontrollable — rather, they were very scared. "They just kept hiding under their seat. If they got forced into [being] strapped in, they just kind of slid out underneath". Si capisce abbastanza, ma la traduzione è questa: "Il passeggero Aryeh Kozuch racconta che sicuramente c’era ‘molta frustrazione', ma il bambino non si stava comportando da maleducato e non era fuori controllo: era semplicemente molto spaventato. Continuava a nascondersi sotto il suo sedile. Se veniva costretto a stare legato (con la cintura di sicurezza), riusciva semplicemente a scivolare fuori da sotto". Insomma, le cose sono un po' diverse da come sono state raccontate.
Questo vuol dire che l'episodio non sia stato spiacevole e che la gente non abbia diritto di innervosirsi? Certo che no. È legittimo provare fastidio per dover partire il giorno successivo, e sarebbe ipocrita dire che non sia così. C’è però un passaggio ulteriore che andrebbe fatto, ossia riportare quanto è successo alla sua dimensione reale. Un bambino di cinque anni ha avuto un episodio di terrore. Non era “maleducato”, non stava facendo i capricci e i suoi genitori non erano due menefreghisti che rivendicavano il diritto di fare come gli pare. C’è stata una difficoltà, una crisi, come può accadere — e accade — anche a una persona adulta. Sarei curiosa di sapere se, di fronte a un adulto in preda a un attacco di panico, incapace in quel momento di controllarsi non per sua volontà, le reazioni sarebbero state le stesse, con il genio di turno a urlare dalla coda dell'aereo, "basta che je date na pizza!!!".
Forse sì: l’empatia non fa esattamente parte di questo periodo storico, tutto proiettato verso l’iperindividualismo, quindi non mi stupirebbe se domani qualcuno proponesse di vietare di uscire di casa a chi soffre d’ansia perché gli ha rovinato lo spritz delle 18. Ma è incredibile come, nel caso dei bambini, ci sia questo odio esibito in modo sfacciato, come se fosse qualcosa di cui andare fieri.
Soprattutto l'episodio del volo è stata un’eccezione, non esiste un fenomeno di quattrenni dediti al disturbo del traffico aereo in Canada, men che meno in Italia. Si è trattato sicuramente di un fatto spiacevole, ma a quanto pare i passeggeri dell’aereo sono stati più comprensivi rispetto alla cloaca che si è aperta sui social. Rivangare con nostalgia tempi in cui maltrattamenti e abusi sui minori (sì, le “pizze educative” sono esattamente questo) erano considerati, anche in buona fede, strumenti normali di educazione non dovrebbe essere più accettabile. Picchiare chi non può difendersi e spesso neppure capire perché un adulto gli stia facendo provare dolore dovrebbe farci vergognare anche solo all’idea, non diventare motivo di orgoglio per chi racconta quanto “ai suoi tempi” queste cose funzionassero (la psicologia avrebbe qualcosa in contrario da dire). E allo stesso modo dovrebbe preoccuparci la facilità con cui, accanto alle frasi che evocano la violenza, compaiono richieste di esclusione e marginalizzazione nei confronti di persone che, per quanto piccole, fanno parte a pieno titolo della società. Anche perché isolare intere categorie di persone dagli spazi comuni non ha mai prodotto nulla di buono, se non solitudine e impoverimento delle relazioni sociali.
Questo significa che dobbiamo accettare qualsiasi comportamento da parte di un bambino? Ovviamente no. Se un bambino si comporta in modo maleducato o inadeguato, lo si può dire, si può intervenire, si può parlare con i genitori o con chi se ne prende cura. È perfettamente legittimo chiedere rispetto negli spazi condivisi. Ma una cosa è contestare un comportamento, un’altra è trasformare quel comportamento in un giudizio sull’intera categoria. Con gli adulti, di solito, non funziona così: se una persona è maleducata non proponiamo di vietare l’accesso agli adulti nei ristoranti, sui treni o sugli aerei. Giudichiamo quella persona e quel comportamento. Non si capisce perché con i bambini dovrebbe valere una regola diversa.
Continuare a spacciare tutto questo per progresso ("all'estero si fa così da sempre!") racconta molto bene il tipo di società che stiamo costruendo: una società sempre più individualista, in cui ogni presenza percepita come potenzialmente disturbante per la propria comfort zone viene vista come un'invasione e un attacco alla propria libertà di non interessarsi a nessuno se non a se stessi. Proporre di escludere i bambini dagli spazi comuni, trattarli come una categoria da confinare altrove e presentare tutto questo come una soluzione razionale non è intolleranza alla maleducazione (che ci mancherebbe), è intolleranza e basta. È l’esatto contrario dell’idea di solidarietà e di giustizia sociale, che presuppone invece la capacità di convivere anche con i bisogni, i limiti e le fragilità degli altri, provando anche empatia nei loro confronti, magari (sto per dire un'eresia!) tendendo loro una mano nelle difficoltà. Diciamolo apertamente, senza per forza cercare giustificazioni forzate, che costa pure sforzo.