Così il governo è riuscito a tenere la missione militare in Arabia Saudita quasi segreta per mesi
La missione militare dell'Italia in Arabia Saudita fa discutere da mesi: negli scorsi giorni, quando un caccia italiano è stato colpito durante dei raid aerei, si sono riaccese le polemiche. Lunedì, il ministro della Difesa Guido Crosetto ha fatto sapere che sono in corso delle "valutazioni" sulla "presenza nazionale nell’area", con una particolare attenzione alla "sicurezza dei contingenti". L'opposizione ha chiesto al ministro Crosetto di chiarire le regole d'ingaggio – ovvero, in sostanza, cosa stanno facendo lì i soldati italiani – e lui ha risposto, a più riprese, che è stato il Parlamento ad approvare la missione.
È davvero così? In un certo senso sì, ma le cose sono più complicate. Abbiamo quindi ripercorso tutti gli atti formali – relazioni, audizioni, decreti e deliberazioni – grazie a cui la missione è nata, per capire quali informazioni erano state davvero messe a disposizione di Camera e Senato. Si tratta di un percorso che, formalmente, è iniziato dodici anni fa.
L'attuale missione in Arabia Saudita è formata da due operazioni, la Task Force Air e la Task Force Land, per un totale massimo di 560 militari (300 dell'Aeronautica e 260 dell'Esercito). Si trovano per la maggior parte in Arabia, e in misura minore in Kuwait e Bahrein. L'obiettivo della prima Task force, stando al sito ufficiale della Difesa, è "supportare le forze armate e di sicurezza" dell'Arabia Saudita "nella difesa del loro spazio aereo, missilistica e anti-drone". Quello della seconda è "contribuire, con assetti specialistici del potere aerospaziale, alla difesa aerea e alla sorveglianza dello spazio aereo dei Paesi partner del Golfo", con "capacità di allarme precoce, comando e controllo, difesa aerea, trasporto tattico, sorveglianza radar e contrasto ai sistemi aerei senza equipaggio".
Formalmente, però, il Parlamento non ha mai approvato una nuova missione militare in Arabia. Questa è nata dal "riposizionamento" di una iniziativa precedente, che risale al 2014. All'epoca, l'Italia si schierò con gli Stati Uniti e altri alleati nella coalizione militare contro l'Isis in Iraq. Da allora, il Parlamento ha sempre rinnovato quella missione di anno in anno. Quando è scoppiata la guerra in Iran che ha coinvolto anche i Paesi del Golfo, i soldati e i mezzi sono stati spostati in Arabia.
L'operazione Inherent Resolve del 2014 contro l'Isis
La partecipazione dell'Italia alla missione contro l'Isis iniziò ufficialmente il 14 ottobre 2014, sotto il governo Renzi, con l'operazione nazionale chiamata Prima Parthica che si inseriva nella coalizione internazionale di nome Operazione Inherent Resolve, o OIR. Era un'iniziativa militare lanciata dagli Stati Uniti nei mesi precedenti, e non guidata dall'ONU. Il Parlamento italiano aveva approvato due risoluzioni, il 20 agosto, in cui chiedeva al governo di rispondere "alle richieste di aiuto umanitario e di supporto militare" dei curdi con il consenso dell'Iraq.
Da quel momento si costituì il contingente militare italiano nell'area, con una base in Kuwait e due presidi in territorio iracheno. Le operazioni furono intense e continue soprattutto fino al 2017, anno della sconfitta sul campo dell'Isis in Iraq, poi il conflitto si spostò principalmente in Siria, dove però l'Italia non operava. Nel 2021 gli Stati Uniti hanno concluso ufficialmente il proprio impegno in Iraq, ma hanno lasciato un contingente di 2.500 militari.
Formalmente, l'Operazione Inherent Resolve non si è ancora conclusa. Nel 2024 è iniziato il ritiro graduale, e a luglio di quest'anno il segretario della Difesa statunitense Pete Hegseth ha confermato che Inherent Resolve terminerà il 30 settembre 2026. Tutti i militari dell'Esercito Usa lasceranno il suolo iracheno per la prima volta dal 2014 (prima ancora, vi erano rimasti dall'invasione del 2003 fino al 2011).
La missione rinnovata anno dopo anno in Parlamento
La partecipazione italiana a Inherent Resolve è stata rinnovata di anno in anno e si è evoluta nel tempo. Dal 2016, quando il governo Renzi approvò una legge quadro sulle missioni internazionali, c'è una procedura specifica da seguire per autorizzare gli impegni all'estero: ogni anno il Consiglio dei ministri adotta una deliberazione in cui elenca le missioni in corso da prorogare e, eventualmente, quelle nuove da lanciare. La lista dettagliata viene poi sottoposta al Parlamento, che deve autorizzarla.
Così, dal 2017 al 2025, le Camere hanno sempre approvato il rinnovo dell'operazione Prima Parthica, cioè il contingente italiano dentro Inherent Resolve. Il presidio in Kuwait, nel tempo, è stato anche potenziato. Nel 2019, ad esempio, sono stati rischierati ufficialmente quattro jet Eurofighter F-2000A. Nel tempo sono arrivati anche ulteriori velivoli radar e da trasporto. A febbraio 2026, in Kuwait c'erano 321 militari italiani.
Lo scoppio della guerra in Iran e lo spostamento in Arabia Saudita
Le cose sono cambiate quest'anno. Il motivo è semplice: il 28 febbraio, gli Stati Uniti e Israele hanno attaccato l'Iran aprendo un nuovo conflitto in Medio oriente. Il governo iraniano ha risposto colpendo i Paesi del Golfo, che hanno chiesto un sostegno militare. Così, il governo Meloni si è mosso per rispondere.
La mobilitazione è stata immediata. Il 5 marzo il ministro della Difesa Crosetto Crosetto è intervenuto in Parlamento e ha detto che 239 militari italiani sarebbero stati spostati dal Kuwait in Arabia Saudita "per alleggerire il dispositivo", mantenendo in Kuwait solo "una capacità operativa essenziale". Non ha parlato di nuove operazioni strutturate in Arabia.
Quel giorno Camera e Senato hanno approvato una risoluzione in cui si impegnava il governo a "rafforzare tempestivamente le capacità di difesa e protezione delle missioni italiane nei teatri operativi del Medio Oriente". In particolare, si chiedeva il "dispiegamento e il rischieramento di sistemi di difesa aerea e antimissilistica e di sorveglianza", a "supporto dei Paesi partner dell'area del Golfo". In questo passaggio, di poche frasi, non si citava esplicitamente l'Arabia Saudita né si davano indicazioni dettagliate.
Così, nella seconda metà di marzo è iniziato il riposizionamento dei militari e degli aerei. Mentre i trasferimenti procedevano, né in Parlamento né nell'opinione pubblica era chiaro che l'Italia si stava impegnando a lanciare due Task foce in territorio arabo.
Il documento-chiave del governo: le missioni militari da approvare
Dopo pochi mesi, il 14 maggio, il governo ha adottato la solita deliberazione annuale sulle missioni in corso da rinnovare e quelle nuove da avviare. Tra queste ultime non si parlava dell'Arabia, ma solo di un dispositivo militare da inviare in Iraq che non aveva a che fare direttamente con il conflitto in Iran.
L'elenco delle missioni da rinnovare (un tomo di oltre 800 pagine), rispetto agli anni precedenti, utilizzava termini geografici meno specifici: in molti casi non si parlava di singoli Paesi ma di intere aree geografiche. Il motivo formale era permettere una certa flessibilità nelle operazioni. Il risultato pratico, però, era anche che le descrizioni delle missioni risultavano più generiche. E non c'era nessun riferimento esplicito allo spostamento di militari in Arabia Saudita per creare due nuove Task force.
Il governo parlava di una missione in "Iraq e nel Medio Oriente", citando tra i Paesi coinvolti "Iraq, Kuwait, Giordania, Siria, Paesi del Golfo Arabico, Arabia Saudita, Qatar, Emirati Arabi Uniti, Bahrain". La descrizione della missione citava la "necessità di una progressiva rimodulazione del dispositivo militare schierato in base all’evoluzione del quadro di situazione" e la "possibilità di fornire supporto a Paesi alleati e partner". Non c'erano ulteriori dettagli.
Spulciando l'elenco dei costi delle operazioni in Medio Oriente (252 milioni di euro per il 2026) si trovavano circa 6,7 milioni di euro da spendere "una tantum" per "trasporto e rifornimenti anche con vettori aerei militari". Forse un segnale dell'ampio trasferimento di uomini e mezzi che era avvenuto a marzo. Ma, come detto, nessun passaggio specifico chiariva quali fossero le intenzioni per i militari inviati in Arabia, né quanti fossero nello specifico e quali dotazioni avessero a disposizione.
Le audizioni in Parlamento: cosa hanno detto i vertici della Difesa
Come prevede la legge, la deliberazione del governo è passata al Parlamento. Qui le commissioni Esteri e Difesa di Camera e Senato l'hanno discussa e, tra il 14 e il 28 luglio, approvata.
Questa è la principale rivendicazione del ministro Crosetto, davanti alle domande che oggi l'opposizione pone. Ovvero che, in Parlamento, deputati e senatori hanno avuto occasione di chiedere tutti i dettagli sullo spostamento di militari italiani in Arabia Saudita. Il problema è che, come emerge dalla ricostruzione fatta finora, negli atti ufficiali questo spostamento veniva citato in modo molto saltuario e vago, in mezzo a centinaia di pagine.
Davanti alle audizioni si sono presentati i vertici della Difesa italiana: il ministro Crosetto e il ministro degli Esteri Tajani il 9 giugno; il Capo di Stato Maggiore della Difesa Luciano Portolano il 17 giugno; il Comandante del COVI (Comando operativo di vertice interforze) Giovanni Maria Iannucci il 1 luglio.
Crosetto ha parlato per circa 25 minuti, toccando molti temi diversi ma non soffermandosi mai in particolare sull'Arabia, e nessuno dei parlamentari ha chiesto un chiarimento specifico. Portolano ha parlato della "fornitura di aiuti difensivi a favore di Paesi coinvolti dagli attacchi iraniani, e nello specifico Arabia Saudita, Emirati, Kuwait, Qatar, Bahrein, che hanno chiesto a Paesi amici, tra cui l’Italia, supporto per accrescere le loro capacità di difesa e contrasto ai droni". Anche lui non ha fatto menzione delle due apposite Task force, e sul tema non gli sono arrivate ulteriori domande.
Iannucci ha detto che "la Difesa ha dovuto rimodulare il proprio dispositivo" in Iraq e Kuwait, e in particolare, "le componenti operative di supporto e sorveglianza sono state ridislocate in Arabia Saudita, Giordania e Italia". Dal Comandante del COVI è arrivata la descrizione più dettagliata, per quanto sempre in termini generici: "Qui svogliamo attività di difesa aerea e missilistica integrata, ricerca, sorveglianza e supporto logistico e sanitario". Più tardi, rispondendo a una domanda su un altro argomento, ha citato velocemente lo "spostamento dei nostri contingenti dal Kuwait all'Arabia Saudita". Ancora una volta, non sono stati chiesti né dati altri dettagli sulla missione. Poche settimane dopo, è arrivato il via libera dei parlamentari.
Crosetto dice che "bastava leggere gli atti del Parlamento": non è proprio così
Questi sono tutti i passaggi con cui il Parlamento, di fatto, ha approvato lo spostamento di militari italiani in Arabia Saudita. È evidente, però, che l'essenza della missione – la creazione di due Task force stabili nel Paese – non era emersa alla Camera e al Senato.
Le Task force, infatti, sono diventate di dominio pubblico solo a fine luglio, pochi giorni dopo l'ultimo via libera in Parlamento. A seguito di un articolo del Giornale, il ministero della Difesa ha confermato: "Dalla seconda metà di marzo 2026, a seguito della crisi nell’area del Golfo e della richiesta di supporto avanzata dai Paesi partner, la Difesa italiana ha schierato un dispositivo dell’Aeronautica a supporto delle Forze armate e di sicurezza di Arabia Saudita, Kuwait e Bahrein".
È stato il primo riconoscimento ufficiale della missione. Pochi giorni dopo, il Partito democratico ha presentato un'interrogazione in cui ricordato al ministro Crosetto che "né la relazione presentata al Parlamento sulle missioni internazionali da prorogare, né la deliberazione relativa alle ulteriori missioni da autorizzare riportano, con la necessaria e dovuta puntualità, la presenza di un dispositivo di tale entità e capacità operativa, oggi schierato in un Paese direttamente coinvolto in un conflitto in atto".
La risposta del ministro a questa e a tutte le altre critiche dell'opposizione è stata la stessa: "La presenza militare italiana in Arabia Saudita non è mai stata ‘segreta’. Sarebbe stato sufficiente consultare gli atti del Parlamento", ha scritto in una nota il 19 settembre. "La presenza dei nostri militari nell’area poggia su un quadro giuridico chiaro e un percorso parlamentare totalmente trasparente", ha ribadito alla Camera, nel question time del 23 settembre.
Sembra piuttosto evidente, però, che la realtà non sia esattamente questa. Ripercorrendo tutti i documenti e gli ufficiali citati dal ministro Crosetto, e leggendo con attenzione tutti i riferimenti all'Arabia Saudita e al Medio Oriente, era difficile immaginare che stessero nascendo due nuove unità, e quali obiettivi avessero.
Peraltro, la questione delle cosiddette regole d'ingaggio (cioè in quali situazioni ed entro quali limiti i militari italiani sono autorizzati a usare la forza) in Arabia Saudita resta ancora senza risposta chiara da parte del ministero. È vero che, forse, se un parlamentare avesse chiesto in modo diretto ed esplicito agli esponenti della Difesa di chiarire la situazione durante le audizioni, lo avrebbero fatto. È vero anche, però, che per come stanno le cose l'autorizzazione della missione si è basata su alcune frasi generiche sparse in centinaia di pagine di risoluzioni, relazioni e audizioni, e che il governo non si è certo sforzato per fornire ulteriori dettagli né prima, né dopo la nascita delle Task force.