Chi era Don Salam, il finto prete che è riuscito a dire la messa in tre parrocchie di Torino per mesi
I documenti che aveva mostrato al parroco sembravano autentici: un certificato di ordinazione sacerdotale, datato 31 gennaio 2025, e le credenziali di un religioso della Chiesa copta arrivato a Torino per studiare al Politecnico. Così, quando nel giugno 2026 un giovane egiziano si è presentato nella parrocchia di Santa Rosa da Lima, nel quartiere Pozzo Strada, don Davide Pavanello non aveva inizialmente motivo di dubitare delle sue parole. Ma quell'identità religiosa era falsa. Il ragazzo, che si faceva chiamare don Salam e dichiarava di avere 25 anni, sarebbe riuscito a celebrare messe e ad ascoltare confessioni in tre parrocchie torinesi per diversi mesi, prima che la segnalazione di un fedele facesse partire nuovi accertamenti. La Diocesi lo ha allontanato e ha presentato una denuncia alla Procura.
La sua presenza a Torino era cominciata proprio da Santa Rosa da Lima, dove era stato accolto dopo essersi presentato come sacerdote copto e studente del Politecnico. La documentazione esibita aveva dato il via alle verifiche attraverso il vicariato egiziano, la Diocesi e la Conferenza episcopale italiana. Nel frattempo, però, il giovane aveva iniziato a partecipare alle celebrazioni e a sostituire altri sacerdoti. La sua attività non si era limitata alla prima parrocchia: aveva prestato servizio anche a San Leonardo Murialdo e a Nostra Signora del Sacro Cuore di Gesù. Secondo le ricostruzioni pubblicate dalla stampa torinese, per circa quattro mesi aveva così preso parte alla vita religiosa delle tre comunità, con una pausa nei mesi di luglio e agosto.
A insospettire alcuni fedeli erano state le particolarità del suo modo di celebrare, inizialmente considerate possibili differenze legate al rito della Chiesa copta. Il dubbio decisivo è arrivato però da una segnalazione precisa. Un parrocchiano ha contattato don Giuliano Naso, sacerdote di San Leonardo Murialdo e di Nostra Signora del Sacro Cuore di Gesù, dopo aver visto una fotografia del giovane. "Mi creda don Giuliano, quello è tutto meno che un prete", gli avrebbe detto, secondo il racconto riportato da Repubblica. Naso ha inizialmente sperato che si trattasse di una calunnia, ma ha comunque informato don Mario Aversano, vicario episcopale per la pastorale.
Questa volta le verifiche hanno portato rapidamente alla scoperta dell'inganno. I contatti con le autorità ecclesiastiche egiziane hanno permesso di accertare che i documenti presentati dal giovane non erano stati rilasciati dal vicariato indicato e che non risultava alcuna ordinazione sacerdotale a suo nome. Falsa anche l'iscrizione al Politecnico di Torino, un altro elemento che aveva contribuito a rendere credibile la sua versione. La Diocesi ha quindi interrotto ogni rapporto con lui, cancellandone il nominativo dal proprio sito ufficiale.
A confermare l'allontanamento e la denuncia è stato Alberto Riccadonna, portavoce dell'arcivescovo Roberto Repole. La segnalazione è stata trasmessa alla Procura per un'ipotesi di truffa. Tra i profili che dovranno essere valutati c'è anche quello relativo all'utilizzo di una falsa identità religiosa per ottenere incarichi e compensi. Durante la permanenza nelle parrocchie, infatti, il giovane aveva ricevuto vitto e alloggio, oltre ai pagamenti previsti per le celebrazioni. L'eventuale responsabilità penale dovrà naturalmente essere accertata dagli investigatori.
La notizia è stata comunicata ai parrocchiani domenica 1° novembre, al termine delle Messe. Per alcuni fedeli la scoperta ha aperto anche un interrogativo più delicato: che cosa è successo durante le confessioni e le celebrazioni alle quali avevano partecipato nei mesi precedenti? La vicenda ha provocato comprensibile sconcerto nelle comunità coinvolte, anche per il rapporto di fiducia che si era creato con il giovane. Don Naso ha riconosciuto che quanto accaduto può rappresentare uno scandalo per i parrocchiani, ma ha anche riferito che molti hanno apprezzato la scelta di informarli apertamente.
Resta infine da capire perché il giovane abbia costruito una falsa identità sacerdotale e abbia mantenuto quell'inganno per mesi. "Tutti ci chiediamo perché lo abbia fatto", è la riflessione attribuita a don Pavanello. Non sarebbe emerso, almeno finora, un movente economico preciso: i benefici ottenuti durante la permanenza nelle parrocchie consistevano in vitto, alloggio e nei compensi previsti per le celebrazioni. Secondo quanto riferito dal parroco, una volta scoperto il falso il giovane avrebbe negato le contestazioni. Saranno ora gli accertamenti della Procura a chiarire le sue responsabilità e a ricostruire come sia riuscito a ottenere la fiducia della Diocesi e a svolgere attività sacerdotali in tre comunità torinesi.