La denuncia di una mamma: i vestiti per bambine sono scomodi, inutilmente più corti e sgambati di quelli per bambini
Kat è una content creator e influencer che condivide su Instagram consigli per genitori: la sua community è composta prevalentemente da mamme e papà alla ricerca di un posto dove confrontarsi su ciò che riguarda l'infanzia, le sfide della genitorialità, l'educazione dei figli, la quotidianità con dei bimbi piccoli in casa. In questi giorni un suo video è diventato virale, superando 40 milioni di visualizzazioni. Al centro del filmato c'è un tema apparentemente banale, ma che apre una riflessione più ampia: l'abbigliamento per bambini.
Kat è entrata in un negozio di abbigliamento per bambini e ha messo a confronto gli indumenti pensati per bambini e bambine della stessa età, dello stesso peso. L'ha chiamata "momvestigation"! Shorts, magliette, costumi da bagno: ci sono evidenti differente tra i capi. Quelli per bambine appaiono decisamente più corti, più sgambati, pieni di decorazioni del tutto inutili: carini esteticamente magari, ma sicuramente poco funzionali per il modo in cui è scandita la giornata di una bambina che dovrebbe solo pensare a giocare e non a farsi guardare, al pari di un amichetto maschio.
La sua polemica nasce osservando non l'estetica dei vestiti, bensì quanto la progettazione di un capo tenga conto dei movimenti che un bambino compie realmente durante la giornata:
Spesso pensiamo a come vestire i nostri bambini guardandoli in piedi nel camerino del negozio, ma da mamma di due bambini, so che invece loro passano la maggior parte del loro tempo a saltare sulle pareti come i ninja. Quando li portiamo al parco, quando sono a scuola o anche solo quando sono con i loro amici, si muovono e dobbiamo pensare a quanta copertura ricevono con i vestiti che acquistiamo. Molti genitori non ci pensano a queste cose. Ma dovremmo, nel mondo in cui viviamo, se vogliamo assicurarci che i nostri bambini siano a proprio agio e non stiano con vestiti troppo stretti/troppo corti tutto il giorno.
È proprio questo il punto che il confronto rende visibile: la comodità è dei maschietti mentre le femminucce devono essere in una perenne sfilata di moda, risultare carine, soddisfare l'occhio altrui. La questione non è stabilire quale abito sia "più bello", ma chiedersi quali criteri guidino la progettazione e la vendita di capi destinati a corpi infantili. E qui entra in gioco un ulteriore aspetto: il modo in cui, fin dall'infanzia, viene costruita l'idea di come un corpo femminile debba apparire.
Il caso sollevato da mamma Kat solleva un problema attuale che non ha nulla a che vedere con la moda, con le tendenze. È qualcosa di più concreto e porta tutti noi, genitori in primis, a farsi una domanda: quando scegliamo qualcosa per un bambino, stiamo realmente considerando le sue esigenze di bambino o stiamo rispondendo alle aspettative estetiche degli adulti?
L'ipersessualizzazione dei corpi infantili
Il problema era stato affrontato da Fanpege.it con la pediatra Carla Tomasini, che aveva denunciato la difficoltà di acquistare costumi per bambine che fossero realmente adatti a delle bambine. In commercio ci sono slip sgambati, addirittura reggiseni imbottiti: una ipersessualizzazione davvero pericolosa, fatta ben prima che le bambine abbiano sviluppato una consapevolezza piena del proprio corpo.
L'esperta aveva spiegato che la vendita di questi capi genera un forte condizionamento: "Le bambine sentono di dover rispondere a un canone estetico che ha come unico scopo quello di piacere all'uomo. Stiamo adultizzando un corpo. A 6-8 anni una bambina dovrebbe avere la percezione di un corpo con cui può giocare, stare bene, essere serena, sperimentare l'ambiente intorno a sé, avere dei rapporti sereni con i propri coetanei senza pensare al canone estetico. Le nostre figlie femmine che dovrebbero crescere in un mondo che le tratta al pari degli uomini. Alle nostre figlie dobbiamo dire che crescendo, andando avanti con gli anni, abbiamo delle modifiche nel nostro corpo, ma tutto questo è positivo, non è negativo".
I pericoli dello sharenting
I genitori non si rendono conto della responsabilità che hanno, soprattutto nell'era dei social, in cui i genitori condividono tutto dei loro figli (neonati, bambini o comunque minorenni) sulle piattafome: "La maggior parte dei contenuti a carattere pedopornografico sono offerti dai genitori ai predatori. L'unica cosa che possiamo fare è rimanere con gli occhi vigili, avere uno spirito critico e coltivare questo spirito critico anche nei nostri figli fin da piccoli". Lo sharenting è un pericolo concreto e ai social, si è affiancata anche l'Intelligenza Artificiale, a peggiorare il quadro: cresce pericolosamente il numero di immagini pedopornografiche generate dall'IA.
E come ha evidenziato lo psicologo e psicoterapeuta Giuseppe Lavenia a Fanpage.it, si pone anche un problema legato al futuro di quelle immagini: "Oltre alla pedofilia e alla condivisione di dati sensibili, dobbiamo pensare al futuro che farà quella foto o quel video: i nostri figli da più grandi come minimo le vivranno come imbarazzanti e, per alcuni di questi, le vecchie foto potranno diventare motivo di prese in giro da parte dei compagni o di veri e propri fenomeni di cyberbullismo. Non c'è alternativa l’unica soluzione è smettere di postare foto e video dei nostri figli nei social".