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Kittenfishing: nella giungla delle app di incontri si raccontano piccole bugie per sembrare più attraenti

Kittenfishing, da “kitten” (gattino) e “fishing” (pescare/cacciare). Non è grave come il catfishing, ma è comunque mentire (anche se su piccole cose).
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Le bugie hanno le gambe corte, si suol dire: ma per cominciare a camminare, vanno più che bene. È un po' quello che succede sulle app di incontri. Il "catalogo" è sconfinato, bisogna in qualche modo emergere e farsi notare, per ottenere l'ambito like e procedere col match. Ecco perché molti tendono a mentire. Attenzione, non necessariamente si tratta di bugie grosse, su cose importanti. Mentre col termine catfishing si indica l'utilizzo di una falsa identità per costruirsi una vita parallela vera e propria, una vita alternativa, il kittenfishing è una sorta di cugino minore, meno estremo, ma ugualmente tossico. Si tratta di piccole bugie dette per sembrare un po' più interessante agli occhi di chi c'è dall'altra parte.

Lo suggerisce anche l'etimologia: una fusione di "kitten" (gattino) e "fishing" (pescare/cacciare): quindi un inganno sì, ma meno grave rispetto al catfishing vero e proprio. Il kittenfishing, infatti, consiste nel raccontare piccole bugie su se stessi e la propria vita su un'app di incontri o nelle prime fasi di una frequentazione: è un modo per apparire più attraenti. C'è chi si dichiara laureato e non lo è, chi mente sull'età, chi si aggiunge qualche centimetro all'altezza. Non è grave come omettere di avere dei figli o creare un vero e proprio personaggio immaginario; non ci sono di mezzo truffe economiche, ma è comunque un inganno. Non si sta dicendo tutta la verità nient'altro che la verità.

Eppure, soprattutto per le persone più insicure, questo può apparire l'unico modo per sopravvivere sul "mercato online": perché le dating app sono questo, in fin dei conti. Bisogna essere competitivi per emergere e quindi qualcuno può sentire il bisogno di dare una ritoccata alla verità, per farsi strada. Più che il desiderio di ingannare, c'è quello di attirare l'attenzione: solo un piccolo inganno innocente, giusto per iniziare.  Patricia Wallace, docente del Maryland University College, ci ha scritto un libro. Ne "La psicologia di Internet" approfondisce proprio questo bisogno di cambiare personalità sul web per essere qualcun altro, per provare qualcosa di nuovo: conseguenza anche delle eccessive pressioni sociali, del culto delle apparenze.

Il passaggio dall'offline all'online, però, poi è un problema. Per questo non è la tecnica più sana da adottare: perché ovviamente al primo incontro i nodi vengono al pettine e la fiducia viene meno ancor prima di aver avuto la possibilità di costruirla. Anche se fatto con le buone intenzioni, il kittenfishing ha il più delle volte solo esiti spiacevoli. Proprio perché sulle app la conoscenza non avviene di persona, chattando ci si costruisce comunque un'idea nella testa di quella persona: quando dal vivo si smonta questa idea, cade l'intero castello.

Non c'è nulla di male nel voler mostrare il meglio di sé: questo lo facciamo tutti, soprattutto all'inizio. Nessuno sbandiera i propri difetti, i propri lati negativi: si cerca di essere impeccabili e questo è umano. Ma di base, non dovrebbe venire meno l'autenticità, la genuinità, altrimenti non si può scoprire se si è davvero compatibili con la persona che si sta conoscendo. Mostrare il proprio lato migliore non significa alterare la propria immagine, la propria personalità, solo per accalappiare la preda. Quando si vuole conoscere qualcuno, l'onestà resta la strada migliore, anche perché se oggi menti sull'altezza, chi mi assicura che domani non distorcerai la realtà su qualcosa di più importante?

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