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“Ha portato la pittura nel futuro”: chi era David Hockney, il rivoluzionario dell’arte contemporanea

Con le sue celebri piscine e una pittura capace di rinnovarsi continuamente, David Hockney ha segnato la storia dell’arte contemporanea. Il critico d’arte Nicolas Ballario ripercorre la sua eredità, dalle opere più iconiche alla capacità di parlare ancora alle nuove generazioni.
Intervista a Nicolas Ballario
Critico d'arte e curatore.
David Hockney
David Hockney

La morte di David Hockney segna la scomparsa di uno degli artisti più influenti del XX e del XXI secolo. Nato a Bradford nel 1937, l’artista britannico ha rivoluzionato la pittura contemporanea (e non solo) con opere diventate iconiche come A Bigger Splash e Portrait of an Artist (Pool with Two Figures), quest’ultimo venduto nel 2018 per oltre 90 milioni di dollari, allora record assoluto per un artista vivente, poi superato dalla scultura Rabbit dell’artista Jeff Koons. Dalle celebri piscine californiane fino alle sperimentazioni con la fotografia e con l’iPad, Hockney ha attraversato più di mezzo secolo di storia dell’arte continuando a rinnovare il linguaggio pittorico e influenzando generazioni di artisti. Per approfondire la sua eredità e esplorare il significato delle sue opere, Fanpage.it ha intervistato Nicolas Ballario, critico d’arte e curatore.

David Hockney nella sua casa di Los Angeles, 1987
David Hockney nella sua casa di Los Angeles, 1987

David Hockney è stato uno degli artisti più influenti del XX e del XXI secolo. Qual è stato il suo contributo più importante all’arte contemporanea?

David Hockney è stato assolutamente uno degli artisti più influenti della sua generazione e non solo. Dopo tutte le rivoluzioni artistiche del ‘900, lui ha continuato a fare pittura in un momento in cui molti sostenevano che fosse arrivata al capolinea. Negli anni ’60 si pensava davvero che la pittura figurativa fosse esaurita, mentre lui ha dimostrato che era ancora possibile dipingere persone, paesaggi, piscine e interni domestici in modo pienamente contemporaneo. Non ha riportato indietro la pittura, ma l’ha portata nel futuro. Ed è una cosa straordinaria. Lui diceva sempre una cosa molto bella: quando gli chiedevano dove fosse nato, rispondeva che era nato tra Bradford e Hollywood, per la quantità di cinema americano che aveva visto da ragazzo. Quell’immaginario è entrato nelle sue opere, le piscine limpide, i prati perfetti, il mito della forma fisica e della California sono diventati una sorta di miraggio del sogno hollywoodiano. È stato questo a renderlo un punto di riferimento assoluto.

Le piscine e i colori vivaci sono forse l’immagine più conosciuta di Hockney. Quanto rappresentano davvero la complessità della sua ricerca artistica?

In realtà rappresentano molto più di quanto si pensi. Hockney ha sempre avuto una grande ossessione, quella della percezione, per questo non dipingeva semplicemente ciò che vedeva, ma il modo in cui noi vediamo le cose. Nelle sue opere entrano infatti la memoria, il tempo, il movimento e la sovrapposizione di punti di vista. C’è poi il tema del colore. Se molta arte del ‘900 ha raccontato l’inquietudine, Hockney ha avuto il coraggio di raccontare la gioia. I suoi colori, che si tratti di piscine, fiori o paesaggi, sono sempre sembrati una dichiarazione di fiducia nella vita e nell’esperienza umana. Quando lasciò l’Inghilterra, con il suo clima così diverso, per trasferirsi in California, rimase folgorato dalla luce: la luce californiana diventò il suo principale alleato. Quelle piscine, i cieli limpidi e le architetture moderniste rappresentavano per lui una sorta di liberazione, un nuovo modo di vivere più luminoso, più aperto e più libero. In fondo erano anche il simbolo del sogno americano. E poi c’è la questione dell’acqua, che non è affatto semplice da dipingere, perché riflette, si muove, non ha una forma propria. Eppure lui è riuscito a trasformarla in un’icona. Opere come A Bigger Splash o Portrait of an Artist usano la piscina come pretesto per raccontare una vera e propria visione del mondo.

Si può dire che Hockney sia stato un instancabile sperimentatore?

Assolutamente. Basti pensare che superati gli ottant’anni imparò a usare l’iPhone e l’iPad e iniziò a dipingere con questi strumenti. Molti storsero il naso, ma lui non aveva alcun complesso. Era talmente grande da non avere imbarazzi e, una volta realizzate le immagini in digitale, le riportava sulla tela: questo dimostra quanto fosse aperto alle innovazioni. Per lui contava il risultato finale, non il mezzo utilizzato. Anche in questo senso era un gigante, perché non ha mai smesso di sperimentare e di guardare avanti.

Ma è vero che Hockney era anche un artista ribelle?

Moltissimo sì, e lo è stato fin da bambino. Il padre lo aveva educato all’antimilitarismo e il cinema era uno dei suoi grandi punti di riferimento. Già da ragazzo disegnava continuamente e, poiché a scuola l’arte non veniva considerata una materia importante, arrivò perfino a protestare rifiutandosi di sostenere alcuni esami. Anche al Royal College of Art mostrò questo spirito ribelle. Per conseguire il diploma gli veniva richiesto un saggio scritto sul proprio lavoro, ma lui si rifiutò sostenendo di essere un pittore e non uno scrittore e alla fine il Royal College modificò le regole pur di non rinunciare a un talento come il suo. Ma fu ribelle anche su un altro fronte. All’inizio degli anni ’60 affrontò il tema dell’omosessualità quando era ancora un tabù. Attraverso opere come We Two Boys Together Clinging, ispirata a Walt Whitman, iniziò a raccontare il mondo omosessuale senza fare politica in maniera diretta. Proprio per questo è diventato un punto di riferimento importante nella battaglia per i diritti: con i suoi quadri, in silenzio, urlava la possibilità di un mondo più libero e più inclusivo.

Per chi non è esperto d’arte, qual è la chiave più semplice per avvicinarsi a Hockney?

Direi di ricordare una cosa fondamentale: nell’arte contemporanea non c’è niente da capire nel senso tradizionale del termine. Le opere non hanno un unico significato, ne hanno molti, e nessuno è giusto o sbagliato. Bisogna guardare a Hockney come a un artista che ha dipinto l’esperienza di essere vivi nel mondo. Non serve cercare significati nascosti, ma lasciarsi attraversare dalle domande che le sue opere suscitano. Ha dimostrato che innovazione e tradizione non sono opposti, ma possono convivere nella stessa opera. E forse proprio quei colori così vivi e quella bellezza così evidente ci mettono anche un po’ a disagio. Il consiglio è di accogliere quel disagio senza complessi, perché davanti all’arte non esiste una risposta giusta da dare.

Quale eredità lascia David Hockney alle nuove generazioni?

L’arte insegna ad avere molti punti di vista e Hockney ha mostrato come questi possano appartenere all’esperienza quotidiana di chiunque. È stato un artista capace di essere insieme popolare e profondamente innovativo. Credo che la sua eredità più importante sia la possibilità di parlare di amicizia, amore, luce, primavera, alberi, case, nuvole e piscine non in modo ingenuo, ma con la convinzione che l’esperienza ordinaria meriti di essere osservata con attenzione. E forse è proprio questa la vera chiave della sua grandezza umana.

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