Panico subacqueo, lo psicologo Merigo: “È uno dei rischi più comuni e sottovalutati delle immersioni”

"Il panico subacqueo è uno dei rischi più sottovalutati da chi si immerge. E allo stesso tempo è una delle cause più comuni di incidenti sott'acqua" Tra le varie ipotesi che si stanno facendo per provare a spiegare quello che è successo alle Maldive ai cinque italiani scomparsi durante un'immersione, c'è anche questa del panico subacqueo. "Il panico può portare alla perdita di controllo in pochi minuti – continua il dottor Matteo Merigo, psicologo, psicoterapeuta e anche rescue diver PADI – e può scatenare anche una reazione a catena in tutti i sub di un gruppo". Al momento ancora non si conoscono le cause dell'incidente, le ipotesi che si accavallano sono tante: attrezzature inadeguate, perdita di senso dell'orientamento a causa della sabbia, tossicità da ossigeno, un risucchio. E anche il panico subacqueo. "Si tratta di una risposta d'allarme acuta. È simile a quello che ci può capitare quando siamo sulla terra, i sintomi sono gli stessi: accelerazione cardiaca, respiro che si fa corto e rapido e quella sensazione di perdita di controllo. Se queste sensazioni in superficie sono sgradevoli immaginiamo come possano essere complicate da gestire a decine di metri sott'acqua".
Panico subacqueo: quando la causa è un evento esterno
Chi ha mai provato un attacco di panico conosce bene quella sensazione di malessere che in pochi secondi è in grado di travolgere. "Sulla terra però un attacco di panico diventa più gestibile e soprattutto non è pericoloso per la vita. Quando si scende a profondità elevate, 20-30-50 metri, l'attacco di panico diventa pericoloso perché il respiro affannoso fa consumare l'aria più velocemente, si riduce la coordinazione e la capacità di ragionamento lucido. In pochi minuti, a volte anche in pochi secondi si passa da una condizione di equilibrio a una situazione completamente fuori controllo. E questo può avere delle conseguenze anche sui propri compagni di immersione". Un attacco di panico può avere due origini: può essere causato da un evento esterno o da un malessere interno, qualcosa che ci portiamo da prima di tuffarci e che prende forma nel mare. "Nel primo caso possiamo identificare l'evento scatenante: una corrente improvvisa molto forte, il pinneggiare che provoca una riduzione della visibilità, un problema di un compagno, qualcosa che non funziona nell'attrezzatura. Un sub formato però è in grado di affrontare queste problematiche con lucidità. Le mette in conto quando si tuffa".
Quando ci portiamo l'ansia sott'acqua
Il panico di origine interna invece è più insidioso "Può nascere da un'ansia latente che si attiva sotto pressione, può essere causato dalla claustrofobia per i posti chiusi – come le grotte ad esempio – dalla sensazione di non avere una via d'uscita immediata, dal senso di isolamento, oppure arriva da pensieri che ci siamo portati dietro come un litigio sul lavoro, una discussione col partner. Chi vive questa situazione fa fatica a spiegarlo. Il punto è che può essere molto difficile da gestire anche per i sub esperti". L'esperienza tecnica infatti in questi casi non è una condizione sufficiente per prevenire i meccanismi dell'ansia.
I rischi del panico subacqueo
Quando il panico coglie sott'acqua, in una situazione comunque scomoda, non agevole, i rischi sono alti. "Il pericolo principale è la perdita di controllo sulla risalita. Il sub che sta vivendo un attacco di panico vuole risalire subito in superficie e a volte lo fa anche trattenendo il fiato e andando incontro a embolie gassose, malattie da decompressione, sovradistensioni polmonari. Se si trova in luoghi complessi come una grotta rischia di non riuscire a trovare la via di uscita". Molti tentano anche di strapparsi l'erogatore. "C'è una casistica proprio sul tema. La fame d'aria porta a gesti inconsulti. Il sub percepisce l'erogatore come un ostacolo al respiro anziché come una fonte d'aria e il rischio di annegamento diventa immediato".
Come affrontare un attacco di panico durante un'immersione
Riacquistare la lucidità a decine di metri sott'acqua durante un attacco di panico non è facile, bisognerebbe essere preparati anche a questo. "Bisognerebbe avere una formazione specifica perché sotto stress le persone non improvvisano comportamenti nuovi ma eseguono quelli che hanno interiorizzato. Durante un attacco, per evitare di essere avvolti da una spirale incontrollabile, bisogna seguire il protocollo PADI (Professional Association of Diving Instructors, la principale organizzazione di formazione subacquea), ovvero fermarsi, respirare, pensare e agire. Ci si ferma non si va avanti e non si va indietro, non si tenta la risalita, ci si concentra sul respiro, un'espirazione lenta, più lunga dell'inspirazione per attivare il sistema parasimpatico che riduce il meccanismo di allarme. Dopo aver recuperato il controllo si inizia la risalita con il proprio compagno. Una risalita controllata, lenta che non ci espone ad altri rischi".
L'importanza del buddy
La subacquea è un'attività solo apparentemente solitaria. È vero in acqua non si può parlare (si usano al massimo gesti o lavagnette) e il silenzio del mare può farci sentire soli, ma il buddy, il compagno (o anche i compagni) diventano durante le immersioni delle figure fondamentali. "Non è soltanto un aiuto tecnico in caso di emergenze. Un compagno di discesa diventa fondamentale anche per modulare la risposta di ansia. La solitudine infatti amplifica la percezione del pericolo. Avere qualcuno vicino non elimina del tutto il rischio ma riduce la probabilità che una situazione gestibile si trasformi in una crisi". Una persona accanto può accorgersi attraverso dei segnali di qualcosa che non sta andando bene "Ad esempio la narcosi da azoto che può provocare un addormentamento o un eccesso di euforia: segnali che possono essere compresi solo dal buddy, neanche dalla persona che li sta vivendo". Anche in gruppo però bisogna fare attenzione. "Il panico è letteralmente comunicativo, è contagioso. Il sub in panico può fare agitare anche il buddy a causa di un movimento brusco ad esempio e peggiorare la situazione. L'approccio davanti al panico deve essere sempre lento, frontale, mantenendo un contatto visivo. Si tratta di tecniche specifiche che hanno l'obiettivo di restituire alla persona in preda al panico un punto di riferimento esterno e stabile, proprio perché ha perso il suo punto di equilibrio".
L'ansia anticipatoria
Chi nella vita ha subìto un attacco di panico sa bene che cosa vuol dire temere l'arrivo di un altro. Si chiama ansia anticipatoria, Un fenomeno che può capitare ovviamente anche a chi ha vissuto questo tipo di attacco in mare. "L'ansia anticipatoria può portare le persone a costruire delle aspettative catastrofiche sull'immersione successiva fino addirittura a provocare un blocco. In questi casi invece si dovrebbe tornare in acqua a distanza ravvicinata dall'episodio di panico, in compagnia del proprio istruttore, o comunque di una guida qualificata, ripetendo anche alcuni esercizi, e poi avviare anche un lavoro psicologico per capire cosa ha scatenato il panico e come poterlo affrontare in superficie. Oggi le scuole di immersione stanno lavorando molto su questo aspetto proprio perché si cominci a considerare la subacquea non solo come una disciplina per il fisico ma anche per la mente".