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Chi sono le crocerossine dell’amore, lo psicologo Merigo spiega perché cerchiamo partner fragili e bisognosi di aiuto

Tutti sanno che la sindrome da crocerossina descrive il comportamento di chi sente il bisogno di salvare il partner per sentirsi amato e visto. Ma da dove nasce questa dinamica e come influenza le relazioni? Fanpage.it ne ha parlato con Matteo Merigo, psicologo e psicoterapeuta, che ha spiegato come il bisogno d’amore sia strettamente legato all’annullarsi in questi casi.
Intervista a Dott. Matteo Merigo
Psicologo, psicoterapeuta, sessuologo clinico e consulente di coppia.
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Tutti, almeno una volta, hanno conosciuto qualcuno che sembra innamorarsi sempre della persona sbagliata: quella da aiutare, da sostenere, da salvare. Un partner fragile, emotivamente instabile, immaturo o alle prese con difficoltà di vario tipo. E spesso, dietro questa tendenza, si nasconde la convinzione che l’amore debba essere conquistato attraverso il sacrificio e l’accudimento. È ciò che è conosciuto da tutti come sindrome della crocerossina, un’espressione che non corrisponde a una diagnosi clinica ma che descrive una dinamica relazionale molto nota e ben precisa. Chi la vive tende infatti a mettere i bisogni dell’altro davanti ai propri, fino a confondere la necessità di amare con quello di salvare. Ma da dove nasce questo comportamento? E quali conseguenze può avere sulla vita di coppia? Ne abbiamo parlato con Matteo Merigo, psicologo, psicoterapeuta, sessuologo clinico e consulente di coppia.

Che cosa si intende per sindrome della crocerossina e perché è così diffusa nel linguaggio comune?

Non si tratta di una diagnosi clinica riconosciuta, perché non compare né nel DSM né nell’ICD. Tuttavia è un’espressione entrata nel linguaggio comune perché descrive una dinamica molto reale: persone convinte che, per essere amate, debbano essere utili agli altri, anche a discapito dei propri bisogni e del proprio benessere. Esiste una condizione simile, la cosiddetta sindrome di Wendy, in cui la persona sacrifica completamente il proprio essere e la propria realizzazione per gli altri. Alla base c’è una confusione importante, che è quella tra il salvare qualcuno e l’essere amati. Spesso chi vive questa dinamica tende a ricercare partner emotivamente instabili, dipendenti o comunque percepiti come bisognosi di aiuto. In una visione molto tradizionale e ormai superata dei ruoli di genere, si ritrova anche l’idea della donna che deve sempre prendersi cura del compagno. È una concezione che non favorisce l’autonomia e che può trasformarsi in una forma di accudimento compulsivo.

Esistono esperienze familiari o modelli educativi che possono favorire questo tipo di dinamica?

Sì. In alcuni casi c’è una storia precoce in cui il bambino ha dovuto prendersi cura emotivamente di un genitore fragile oppure di un fratello più piccolo. Si verifica una sorta di inversione dei ruoli. Da adulti si tende quindi a mettere sistematicamente in secondo piano i propri bisogni per privilegiare quelli dell’altro. Inoltre, soprattutto nelle generazioni passate, alle bambine veniva spesso trasmesso il messaggio di dover essere sempre la “brava donna” o la “brava mamma”, pronta a sacrificarsi per gli altri. Il problema è che, con il tempo, si può arrivare a non riconoscere più il dolore che una relazione sta provocando. In alcuni casi estremi, la persona continua a restare accanto a un partner che la maltratta perché sente di doverlo salvare. Non si sviluppa soltanto una dipendenza affettiva, ma anche una sorta di distacco dalla realtà che impedisce di vedere quanto la propria vita sia messa a rischio.

Perché si parla di crocerossina e non di crocerossino?

Probabilmente per ragioni culturali e sociali. Alle donne è stato storicamente attribuito il ruolo della cura, mentre agli uomini quello del sostegno economico e della responsabilità verso la famiglia. Questo però non significa che il fenomeno non esista anche al maschile. Ci sono uomini che, pur di non rimanere soli, sacrificano parti importanti di sé e mettono costantemente i bisogni dell’altro davanti ai propri. Semplicemente, la frequenza sembra essere minore rispetto a quanto osserviamo nelle donne.

Quali sono i segnali che permettono di distinguere una sana predisposizione all’aiuto da un comportamento più problematico?

Il segnale più importante è rendersi conto di stare mettendo sempre se stessi in secondo piano: l’altruismo sano non comporta l’annullamento dei propri bisogni. Un altro elemento è l’insistenza nel voler aiutare qualcuno a tutti i costi perché si è convinti di sapere cosa sia meglio per lui. E in questi casi il desiderio di aiutare diventa invasivo e può perfino danneggiare l’altra persona. Nella vita quotidiana questo si manifesta spesso in modo più semplice: rinunciare continuamente ai propri spazi, ai propri interessi o ai momenti di cura personale per soddisfare richieste e aspettative altrui.

In che modo questa dinamica può influenzare l’equilibrio di coppia?

Chi vive questa modalità tende spesso a scegliere partner tossici o emotivamente indisponibili, e si sente utile e necessaria attraverso ciò che fa per l’altro. Il problema emerge quando il partner migliora o diventa più autonomo, perché in quel momento il ruolo della crocerossina perde la sua funzione e la relazione può entrare in crisi. Se il proprio valore personale dipende esclusivamente dall’essere indispensabili, il cambiamento dell’altro viene vissuto come una minaccia.

Quali strategie possono aiutare a sviluppare relazioni più equilibrate?

Un percorso terapeutico può essere molto utile. Il lavoro principale consiste nel rafforzare il senso di valore personale, aiutando la persona a comprendere che è importante e degna d’amore anche senza dover continuamente salvare qualcuno. Quando si acquisisce questa consapevolezza, diminuisce la necessità di cercare attenzioni attraverso il sacrificio e l’accudimento. Alla fine, ciò che accade spesso è questo: si fa qualcosa per ottenere amore e riconoscimento, e quelle attenzioni diventano il centro della propria identità. È importante ricordare che in queste dinamiche si tende a confondere il bisogno di salvare con il bisogno di amare. Questa è la chiave principale.

Le informazioni fornite su www.fanpage.it sono progettate per integrare, non sostituire, la relazione tra un paziente e il proprio medico.
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