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I segnali per capire se vivi con un people pleaser, la psicologa Palombo: “Non porre limiti distrugge la relazione”

Mettere sempre gli altri al primo posto può sembrare un gesto di altruismo, ma quando diventa un’abitudine rischia di compromettere non solo l’autostima e il benessere psicologico, ma anche e soprattutto le relazioni. La psicologa Palombo spiega a Fanpage.it come riconoscere i segnali del people pleasing e imparare a stabilire confini sani nei rapporti di coppia e non solo.
Intervista a Dott.ssa Francesca Santamia Palombo
Psicologa e psicoterapeuta.
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Essere disponibili, empatici e generosi sono tutte sicuramente ottime qualità, sempre più difficili da trovare in questo mondo frenetico. Ma quando il bisogno di soddisfare gli altri diventa costante, fino a mettere sistematicamente da parte i propri desideri e bisogni, si entra nel territorio del people pleasing. Un comportamento che può avere radici profonde e che, nel tempo, rischia di influire sull’autostima, sull’identità e, soprattutto, sulla qualità delle relazioni. Per capire come questo fenomeno influenzi e intacchi il benessere dei rapporti con le persone che ci circondano, ne abbiamo parlato con Francesca Santamaria Palombo, psicologa e psicoterapeuta, che ci ha spiegato come riconoscere i segnali e quali strategie adottare per uscirne.

Chi sono i people pleaser e quali caratteristiche li contraddistinguono?

Sono quelle persone che tendono a compiacere gli altri. Faticano a dire di no, hanno paura dell’attrito, del conflitto e del disagio e, di conseguenza, fanno tutto ciò che è in loro potere per mantenere l’armonia, evitare tensioni e sentirsi costantemente accettate. Di fatto mettono sempre i bisogni degli altri davanti ai propri, fino al punto in cui la loro persona sembra quasi non esistere più: esistono solo le necessità dell’altro.

È una predisposizione caratteriale o affonda le radici nell’infanzia?

Nella maggior parte dei casi le radici sono nell’infanzia. Può nascere in ambienti familiari in cui l’amore sembrava condizionato: "Ti voglio bene se sei bravo, se non crei problemi, se mi aiuti, se sei come mi aspetto". Altre volte invece deriva da relazioni in cui il conflitto era percepito come qualcosa di molto pericoloso oppure da esperienze in cui la persona ha imparato che, per essere vista e riconosciuta, doveva essere utile agli altri. Chi sviluppa questo schema non impara a chiedersi "Cosa voglio io?", ma piuttosto "Che cosa si aspettano gli altri da me?".

In un contesto relazionale, come si capisce quando la disponibilità diventa un comportamento disfunzionale?

Non sempre chi è un people pleaser se ne rende conto. Spesso pensa semplicemente di essere gentile o altruista. Il segnale principale resta comunque il mettersi costantemente in secondo piano. I propri bisogni, i propri desideri e le proprie necessità smettono di avere spazio, mentre esistono solo quelli degli altri. A questo si aggiunge una forte paura del conflitto, che porta la persona a essere continuamente accondiscendente pur di mantenere la pace.

Quali conseguenze può avere questo atteggiamento sull’autostima e sul benessere psicologico della persona e della coppia?

Parliamo di persone che tendono a reprimere sé stesse. Con il tempo finiscono per dimenticare ciò che amano fare, ciò che desiderano e persino chi sono, perché sono costantemente al servizio degli altri. Questo comporta una perdita della propria identità e genera un vero e proprio cortocircuito relazionale: si continua a dare tanto agli altri, ma non si riesce più a comprendere chi si è, cosa si desidera e quale direzione si vuole dare alla propria vita. Nella mia esperienza clinica queste relazioni possono andare avanti anche molti anni: il people pleaser dà continuamente senza ricevere nella stessa misura. Se immaginiamo la relazione come uno scambio tra dare e ricevere, questa persona rimane quasi sempre soltanto nella posizione di chi dà.

Quale responsabilità ha il partner per evitare di alimentare questo squilibrio?

Chi ha accanto un people pleaser deve sapere che la sua disponibilità non va scambiata per assenza di bisogni. Il fatto che dica sempre sì non significa che quel sì sia davvero libero e il fatto che non si lamenti non vuol dire che non stia accumulando fatica. Spesso, anche senza cattiveria, chi gli sta vicino finisce per abituarsi alla sua presenza costante, al fatto che risolva tutto, si adatti, comprenda e perdoni sempre. Per questo è importante non dare mai per scontato chi dà tanto. Bisogna chiedergli: "Tu cosa preferisci davvero?", fare attenzione se dice sì troppo velocemente, non approfittare della sua disponibilità, ringraziarlo sinceramente, legittimare i suoi no e rassicurarlo sul fatto che porre un limite non distrugge una relazione.

Il people pleasing può diventare un problema anche nelle amicizie e sul lavoro?

Assolutamente sì. Nelle amicizie è la persona che presta sempre soldi, che si adatta a qualsiasi programma, accompagna tutti ed è costantemente a disposizione degli altri. Sul lavoro, invece, è quella che accetta ogni incarico, si fa carico anche delle incombenze altrui e non riesce mai a ritagliarsi del tempo libero. Tutto questo può portare al burnout, perché prima o poi il carico diventa insostenibile.

Come si esce da questo meccanismo? Come si impara a dire di no?

Il primo passo è imparare a tollerare il senso di colpa che spesso accompagna un no. Poi è fondamentale stabilire confini sani e sviluppare una comunicazione assertiva, cioè imparare a rifiutare una richiesta senza ferire o offendere l’altro. Significa fare un piccolo allenamento quotidiano a rimettere sé stessi al centro. Per esempio, se sono stanco e non ho voglia di uscire, posso ringraziare per l’invito e dire serenamente che questa volta preferisco riposare, assicurando che ci sarà un’altra occasione. Mettere al centro anche i propri bisogni non significa essere egoisti: significa riconoscere il proprio valore e costruire relazioni più equilibrate.

Le informazioni fornite su www.fanpage.it sono progettate per integrare, non sostituire, la relazione tra un paziente e il proprio medico.
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