Il mio viaggio in Indonesia: per scoprire il mondo senza consumarlo bisogna smettere di cercare tutti la stessa cosa
La prima cosa che ti colpisce quando arrivi in Indonesia è il traffico. Quello che, visto con gli occhi di un italiano, sembra un disordine impossibile da gestire, per chi vive qui è semplicemente il modo normale di stare in strada. A Bali, poi, questa sensazione raggiunge il suo apice. Macchine, motorini, clacson, incroci, sorpassi che da noi provocherebbero almeno tre discussioni e forse un incidente diplomatico. Su quest'isola tutto invece sembra muoversi dentro un caos perfettamente organizzato. E la cosa più sorprendente è che nessuno sembra arrabbiarsi. Gli autisti sorridono, i motorini si infilano ovunque, le auto avanzano lentamente e in qualche modo tutti arrivano dove devono arrivare.
Poi scopri che buona parte della tua vacanza la passerai proprio lì dentro: in macchina. Non soltanto per il traffico, che in alcune zone di Bali può essere esasperante, ma anche perché le distanze sono tutt'altro che brevi. Se vuoi vedere più luoghi dell'isola devi mettere in conto parecchie ore di spostamenti e organizzare bene il viaggio. A piedi, del resto, non è sempre semplicissimo. A Bali i marciapiedi quasi sembrano un optional. Gli scooter sono così onnipresenti che, qualche volta, hai quasi la sensazione che siano i locali a guardarti straniti. Come se pensassero: "Ma questo perché non ha un motorino?". Eppure è proprio in mezzo a questo apparente caos che insieme alla mia compagna (prima di vita, poi di viaggio) ho iniziato a capire una delle cose che più mi sono rimaste dell'Indonesia: le persone.
Il Paese dove tutti sembrano avere un sorriso in tasca
Già a Yogyakarta, nei primi giorni del viaggio, il nostro driver e proprietario dell'homestay dove abbiamo dormito la prima notte ci aveva raccontato una cosa che lì sembra abbastanza normale: gli indonesiani possono fermare per strada degli sconosciuti, soprattutto se sono turisti, chiedere loro una foto e poi portarsela a casa, appendendola in salotto. Pensavo fosse una di quelle storie curiose che ti raccontano per farti capire un Paese. Il giorno dopo, a Prambanan, è successo davvero. Una famiglia proveniente da Sumatra ci ha fermato e ci ha chiesto di fare una foto insieme. Noi, ovviamente, siamo rimasti un po' sorpresi. Loro molto meno. È una delle immagini che mi è rimasta più impressa del viaggio, insieme a una sensazione difficile da spiegare: gli indonesiani sembrano affrontare ogni cosa con un sorriso. Un sorriso caldo, affettuoso, quasi come se potesse davvero risolvere tutto.
Lo stesso sorriso l'ho ritrovato durante il trekking sul vulcano Ijen, a Giava, che probabilmente è stata una delle esperienze più belle di queste tre settimane. La salita è iniziata alle 22.30. Più ci avvicinavamo al cratere, più l'aria si riempiva dell'odore pungente dello zolfo. Lassù non c'è una fantomatica "lava blu", come spesso si legge: sono gas sulfurei che bruciano e producono quelle fiamme blu nel buio.
Il trekking era organizzato dal Qim Qim Group e lui, Qim Qim, la nostra guida, è una di quelle persone che riescono a coinvolgere tutti, anche quando il gruppo è numeroso. Ti spiega cosa sta succedendo, racconta dei minatori che trasportano lo zolfo, ti accompagna fino al momento dell'alba e poi tira fuori una chitarra e comincia a suonare. A un certo punto mi si è rotta la maschera, praticamente indispensabile per riuscire a respirare vicino al cratere. L'ho detto a uno dei ragazzi che lavoravano con lui. Non ha fatto una piega: si è tolto la sua e me l'ha data. Ecco, forse il sorriso degli indonesiani è anche questo.
Bali è bellissima. E forse è proprio questo il problema
Bali è un posto difficile da spiegare a chi non c'è mai stato. Non esiste un'altra parte dell'Indonesia – e forse del mondo – uguale a questa. L'induismo scandisce la vita quotidiana, davanti alle case e ai negozi compaiono ogni giorno piccole offerte di fiori, incenso e cibo, i templi sono ovunque, le risaie convivono con il traffico, nei warung si mangia a pochi metri da strade dove passano continuamente gli scooter. È un'isola con un'identità talmente forte che sembra quasi un universo a parte. Abbiamo visitato Goa Gajah, Tirta Empul, Besakih, il Taman Saraswati, Ulun Danu Beratan e Uluwatu. Luoghi completamente diversi, ma tutti capaci di raccontare qualcosa di Bali.
Poi però c'è un'altra Bali. Quella delle file. Quella in cui centinaia di persone arrivano nello stesso posto perché lo hanno visto su Instagram e aspettano il proprio turno per scattare una fotografia identica a milioni di altre. A Nusa Penida, alla Kelingking Beach, la famosa spiaggia che da lontano ricorda la sagoma di un T-Rex, c'era una folla assiepata praticamente tutta nello stesso punto, impegnata a fare la stessa foto.
E allora ti viene da chiederti quanto ci sia ancora di viaggio in tutto questo. Il paradosso è che anch'io ho fotografato tutto. Anch'io ho pubblicato le foto sui social. Anch'io sono entrato, almeno in parte, dentro quel meccanismo. Ma forse il problema non è fotografare. È arrivare in un posto sapendo già quale fotografia dobbiamo portare a casa.
A Bali abbiamo evitato Lempuyang, il tempio della cosiddetta "Porta del Paradiso", diventato uno dei simboli dell'Indonesia sui social. Non soltanto per le ore di fila necessarie per arrivare davanti alla porta, ma perché quella famosa fotografia con il riflesso sull'acqua, in realtà, non esiste: è un'illusione ottenuta con uno smartphone. E qui forse c'è qualcosa che abbiamo perso: la possibilità di arrivare da qualche parte senza sapere già cosa dovremmo vedere.
Quando il turismo cambia un luogo
È facile guardare un luogo come Bali e pensare che sia sempre stato così. In realtà basta fermarsi un momento per capire quanto il turismo abbia trasformato l'isola. Lo vedi nel traffico, nella quantità di strutture nate per accogliere visitatori, nei motorini, nei ristoranti, nei negozi, nelle attività costruite intorno a quello che il turista vuole vedere e comprare. E lo vedi anche in una cosa molto più semplice: nelle fotografie.
Gli indonesiani sono diventati bravissimi a fotografare i turisti. Arrivi davanti a un tempio o una cascata e qualcuno sa immediatamente come piazzarti: "Vai lì", "guarda qua", "girati", "alza la testa". È quasi una coreografia. Del resto, il turismo è diventato parte della vita quotidiana di queste persone. E probabilmente anche il modo in cui noi turisti vogliamo essere fotografati è ormai una competenza professionale. C'è una frase che mi è rimasta in testa durante il viaggio: i social hanno insegnato a noi dove andare, il turismo ha insegnato agli indonesiani come fotografarci. E il meccanismo funziona in entrambe le direzioni.
Alle Gili il paradiso ha anche qualche crepa
Alle isole Gili (un po' le Maldive indonesiane) ho scoperto un posto che, almeno per una cosa, dovrebbe essere preso a modello: qui non esistono auto né altri mezzi a motore. Ci si muove a piedi o, soprattutto, in bicicletta. Gili Trawangan è così piccola che per fare il giro completo basta circa un'ora. Pedali senza traffico, ti fermi quando vuoi, lasci la bicicletta e vai al mare. E in acqua possono bastare pochi metri dalla riva per incontrare una tartaruga.
Il problema è che proprio quel paradiso mostra anche uno degli effetti più evidenti della crescita turistica. Una volta ho visto una ragazza indonesiana buttare candidamente nell'acqua la cartina di una caramella. Proprio lì dove poco prima avevamo fatto snorkeling e dove le tartarughe nuotavano praticamente a pochi passi dalla spiaggia. La prima reazione è stata semplice: "Ma come fai a buttare una cartaccia proprio qui?". Poi però mi sono chiesto se fosse davvero così semplice.
Perché quella cartina era solo l'ultimo anello di una catena molto più lunga. In un luogo che ogni giorno accoglie migliaia di persone, quella piccola quantità di materiale si somma a tutto il resto: bottiglie, confezioni, imballaggi e prodotti monouso. Non è un caso se alcune mattine, nell'aria, si sentiva anche l'odore della plastica bruciata. Un Paese che negli ultimi decenni ha visto crescere enormemente il turismo si è trovato anche a dover gestire quantità di rifiuti e consumi che prima non esistevano con le stesse dimensioni.
Insomma, il turismo porta lavoro e denaro, ma porta anche una pressione enorme sui luoghi che visita. E non è soltanto una questione di comportamenti individuali. Servono sistemi di raccolta, infrastrutture, risorse economiche, controlli e un'educazione ambientale che non possono essere scaricati sulle singole persone. Guardando quella cartina galleggiare in acqua, quindi, ho capito che sarebbe stato troppo facile limitarsi a pensare: "Gli indonesiani non rispettano il loro Paese". Anche perché noi, da turisti, siamo parte di quella trasformazione.
Lo stesso discorso vale per i tradizionali carri trainati dai cavalli che ancora circolano a Gili Trawangan, utilizzati soprattutto per trasportare merci, ma non solo. Anche persone. È una cosa che personalmente ho fatto fatica a vedere. Se sei su un'isola dove non esistono macchine e puoi tranquillamente muoverti in bicicletta, perché scegliere di far lavorare un animale da mattina a sera per trasportarti? E anche qui il turismo ha un ruolo. Questi animali vengono utilizzati perché esiste una domanda e perché qualcuno deve trasportare turisti e bagagli in un luogo costruito intorno all'ospitalità. La critica, quindi, non può fermarsi al singolo carrettino. Deve riguardare anche il sistema che rende quella pratica possibile.
Gli animali raccontano un'altra contraddizione
Il rapporto con gli animali è forse uno dei punti in cui le contraddizioni di questo viaggio sono emerse più chiaramente. In tre settimane abbiamo incontrato molti randagi, spesso lungo le strade. Alcuni erano in condizioni non particolarmente buone e ci è capitato di vedere diverse cagne incinte alla ricerca di cibo. Non abbiamo visto particolarmente spesso persone dar loro da mangiare. Ma a Bali c'è un'altra scena quotidiana. Davanti alle porte di case, negozi e templi vengono lasciate ogni giorno piccole offerte con fiori, incenso e anche qualcosa da mangiare, come riso o frutta. E spesso sono proprio cani e gatti ad approfittarne.
È una scena che racconta molto di Bali: un gesto religioso quotidiano che finisce per diventare anche una piccola fonte di cibo per gli animali che vivono per strada. Guardando quei cani, però, mi sono chiesto perché non esistano programmi più capillari di sterilizzazione e gestione del randagismo.
Poi però basta spostarsi di nuovo alle Gili per trovare un'altra storia. A Gili Meno siamo stati in un piccolo rifugio sulla spiaggia dedicato alla protezione delle tartarughe marine. Ci sono vasche con esemplari di diverse dimensioni, che vengono curati e protetti prima di poter tornare in mare. E appena fuori, quelle stesse tartarughe si possono incontrare libere: basta entrare in acqua e allontanarsi di pochi metri dal bagnasciuga. È una delle immagini più belle che ci siamo portati via dalle Gili. È difficile non pensare alla contraddizione. Nello stesso mare puoi trovare una tartaruga protetta da chi si occupa della sua sopravvivenza e, poco dopo, una persona che ci butta dentro una cartaccia.
Il Kopi Luwak e la rete del turismo
La questione degli animali torna anche quando ti imbatti nel famoso Kopi Luwak, il caffè prodotto utilizzando i chicchi ingeriti e poi espulsi dagli zibetti. Ne abbiamo visti in due luoghi diversi, uno nei pressi di Yogyakarta e uno a Bali. In entrambi i casi erano tenuti in gabbia. A Giava l'impressione che mi hanno fatto è stata peggiore: gli animali sembravano dormire e qualcosa, semplicemente, non mi convinceva. A Bali sembravano tenuti meglio, o almeno il loro pelo appariva più pulito. Ma la gabbia rimaneva.
La cosa curiosa è che in entrambi i casi non siamo capitati lì per caso. Sono stati i nostri driver a portarci. Abbiamo assaggiato il caffè, ci hanno mostrato altri prodotti e alla fine abbiamo comprato anche qualcosa: caffè, cacao, tè. È evidente che esiste una rete. Il driver porta i turisti in una determinata piantagione, in una torrefazione, in un negozio di batik o di artigianato. Probabilmente conosce il proprietario, o qualcuno che ci lavora. Non so se ci sia una commissione e non mi interessa nemmeno stabilirlo a tutti i costi. Perché non l'ho vissuta necessariamente come una cosa negativa. Nessuno ci ha obbligato a comprare. E forse è semplicemente un modo con cui le persone che lavorano nel turismo cercano di aiutarsi tra loro e di far circolare il denaro che arriva dai visitatori. Anche questo, però, racconta quanto sia difficile distinguere un'esperienza spontanea da una costruita per il turista.
Quando il programma salta, a volte comincia il viaggio
Il nostro itinerario prevedeva anche Komodo coi suoi celebri ‘draghi'. Non ci siamo mai arrivati. Il maltempo ha cancellato la barca che ci avrebbe portati lì e nel giro di una mezz'ora ci siamo ritrovati a cambiare completamente programma. Siamo finiti sull'isola di Lombok quasi per caso. Ed è stata una delle sorprese più belle del viaggio. Meno frenetica di Bali, con spiagge immense, villaggi dove ci siamo persino improvvisati agricoltori (raccogliendo fragole…), tramonti incredibili e un ritmo che sembra scorrere più lentamente.
È lì che abbiamo capito una cosa banale ma che forse dimentichiamo quando viaggiamo: non sempre l'imprevisto rovina un viaggio. Qualche volta lo salva. Se avessimo seguito alla lettera il programma, Lombok sarebbe stata soltanto un nome su una cartina. E forse è proprio questo il punto. Se tutti arriviamo negli stessi posti perché li abbiamo visti sui social, se tutti vogliamo la stessa fotografia, se tutti cerchiamo la stessa esperienza, finiamo inevitabilmente per esercitare una pressione sempre maggiore sugli stessi luoghi.
Alla fine il problema siamo anche noi
Dopo tre settimane in Indonesia non sono tornato a casa con una risposta precisa. Non penso che sia il paradiso che avevo immaginato prima di partire. Ma non penso nemmeno che le contraddizioni che ho visto possano cancellare la straordinarietà di questo Paese.
Ho visto persone sorridere mentre tutto intorno sembrava un caos. Ho visto un ragazzo togliersi la propria maschera sul vulcano per darla a me. Ho visto una famiglia fermare due sconosciuti per una fotografia da portare a casa. Ho visto tartarughe protette e altre che nuotavano libere a pochi metri dalla riva. Ma ho visto anche animali in gabbia, cani abbandonati a se stessi, cavalli utilizzati per trasportare turisti e rifiuti anche in luoghi che vivono proprio della loro bellezza naturale.
E qui sarebbe facile puntare il dito. Contro la ragazza che butta la cartaccia. Contro chi lascia le bestie per strada. Contro chi tiene gli zibetti in gabbia. Contro chi porta i cavalli a trainare i carretti. Ma dopo appena tre settimane credo che sarebbe troppo semplice. Chi sono io per giudicare? Perché il turismo porta soldi, lavoro e opportunità. E porta anche consumi, plastica, traffico, affollamento e una pressione crescente sulle destinazioni.
Noi turisti non siamo soltanto spettatori di questo cambiamento. Ne siamo parte. Lo siamo quando seguiamo tutti lo stesso itinerario perché lo abbiamo visto su Instagram o TikTok. Quando arriviamo nello stesso punto per fare la stessa fotografia. Quando trasformiamo un luogo in una tappa obbligata della nostra vacanza. E lo siamo anche quando, magari senza pensarci, contribuiamo a un'economia che trasforma ogni esperienza in qualcosa da vendere.
Il viaggio in Indonesia mi ha lasciato soprattutto questa sensazione: forse dovremmo imparare a viaggiare un po' più al buio. Mettere via il telefono ogni tanto. Sbagliare strada. Saltare una tappa. Non cercare per forza il posto che abbiamo già visto mille volte online. Perché una delle sorprese più belle del viaggio è nata proprio quando il nostro programma è saltato.
Komodo non l'abbiamo vista. Ma abbiamo scoperto Lombok, un posto che quasi certamente non avremmo inserito nello stesso modo nel nostro itinerario. E forse è proprio questo il punto: se vogliamo continuare a scoprire il mondo senza consumarlo, qualche volta dovremmo smettere di cercare tutti la stessa cosa.