US Open 2026 di tennis

Paolo Canè: “Aspetto che Musetti mi chiami, lo alleno gratis. A Djokovic dico: ma chi te lo fa fare?”

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Paolo Canè ai microfoni di Fanpage ha affrontato i temi più caldi del post US Open: “Pronto ad allenare Musetti anche gratis”. Poi l’analisi su Sinner, il trionfo di Zverev e il momento di Djokovic.

Paolo Canè ha voluto mandare un messaggio forte e chiaro a Lorenzo Musetti. L'ex azzurro, indimenticabile protagonista in Coppa Davis e oggi apprezzata voce tecnica di Eurosport, si è detto pronto ad allenare il talento carrarino persino gratis. Una proposta d'amore per il tennis nata dalla profonda sintonia che sente con il tennista toscano, convinto di poter toccare le corde giuste per farlo svoltare, specialmente al termine di una stagione tormentata dagli infortuni. Ai microfoni di Fanpage.it, Canè ha poi spaziato sui temi caldi del circuito con la sua solita, pungente schiettezza: dal trionfo di Alexander Zverev agli US Open al rientro di Carlos Alcaraz, fino al momento no di Novak Djokovic e alle prospettive sul ritorno in campo di Jannik Sinner.

Paolo, possiamo dire che i pronostici sono stati confermati agli US Open?
"Zverev è stato molto bravo. La cosa più importante che mi ha colpito molto è il discorso che ha fatto. Si parla poco del diabete e di quello che fa Zverev, che convive con questo problema sin da bambino. Ha vinto due volte, ed è stato bello soprattutto il grande riconoscimento alla mamma, che è quella che ha lottato di più per lui. Anche il papà si è emozionato molto. Lui alla fine è quello che ha fatto più risultati di tutti. Tre finali Slam, con due vittorie, e contro Alcaraz in Australia, match che ho commentato, ha servito per il match. Quando non ci sono i due gatti, Sinner e Alcaraz, il Topolino balla. Certo Carlos c'era, ma al netto della prova di Shelton, era un po' a mezzo servizio.

Tra l'altro non è mai facile giocare da favorito, con questa pressione sulle spalle, non credi?
"Non essendoci Sinner ed Alcaraz, che è uscito, il favorito sei tu e sai di dover vincere. Diciamo che a livello di gioco andava a nozze in tutti gli incontri che ha fatto. Anche se, come ha sottolineato lui, poi contro Sonego era stato a due punti da perdere il match. È stato 10 ore in campo inizialmente, ma quella cosa lì lui la soffre poco. Quando non ci sono quei due nomi che soffre mentalmente, anche se è al 50% riesce a tirare fuori più energia".

Ti ha stupito il ritorno di Alcaraz che ha dato l'impressione di non risentire dei 4 mesi di stop?
"Alcaraz non mi ha stupito: lui può stare fermo anche un anno, ma quando rientra poi… Certo, c'è il fatto di rigiocare delle partite, ma stando bene fisicamente, come ha dimostrato, va tutto per il meglio. Ha trovato uno Shelton in grande spolvero, che l'ha tenuto fermo col servizio, e non ha giocato al cento per cento con il servizio come ha fatto l'anno prima. Però ci si aspetta sempre che giochi bene. Quando vedevo fargli certe giocate commentavano: ‘Ah, ma cosa ha fatto?'. Ma che caz..o, stiamo parlando di Alcaraz! Sennò non giocherebbe a tennis con queste doti. Non meravigliamoci più di questi numeri uno del mondo: anche se stanno fuori tre-quattro mesi, tornano e fanno partite pazzesche".

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Paolo Cané, ex tennista, coach e voce di Eurosport

Anche lui è uscito di scena con grande serenità per una condizione fisica buona e senza strascichi
"C'è il punto interrogativo perché giocando partite dure, ha fatto fatica anche lui. D'altronde deve rientrare nella mentalità dei tre set su cinque. Non è che se sei mesi sto fermo, gioco tre su cinque e mi sento a nozze. C'è la tensione, la preparazione, il punto interrogativo di come starà il polso, di come starà lui. Però è di un'altra categoria".

Ma questi US Open ti sono sembrati un po' piatti o sotto tono? Magari è una percezione italiana legata all'assenza di Sinner?
"È una percezione che hanno tutti perché mancava Sinner che è il numero uno al mondo e Alcaraz non era al cento per cento. La torta come al Roland Garros la possono mangiare tutti. Mancando questi due il primo nome che viene in mente per la vittoria è Zverev che riesce a sfruttare queste occasioni".

Ci sono state grandi polemiche dopo la partita tra Shelton e Alcaraz per la scelta degli organizzatori di far disputare il match in tardissima serata. Che ne pensi?
"I giocatori sono abituati. Anche quelli che finiscono alle tre di mattina. Può essere penalizzante un po', però con gli infortuni e tutto guarderei altre cose, non il fatto dell'ora in cui hanno giocato. I ritmi sono forti, di sicuro. In partite così importanti c'è sempre il discorso del recupero. Per Carlos, tornando da un infortunio, dopo che sei stato fuori tanti mesi, quando finisci tardi la mattina hai bisogno di recupero. Anche se sei giovane e forte, ti scombussola, insomma, non sei al cento per cento. Penalizza tutti. Dobbiamo abituarci ormai quel business delle televisioni, degli sponsor, delle cose. Nel tennis oggi è così e bisogna essere fortunati anche in quello".

Quando hai visto Djokovic in così grande difficoltà fisica cosa hai pensato?
"Qui vado contro milioni di persone. Lui ha grande ego, è ancora un giocatore che ha bisogno dell'applauso del pubblico, in uno sport in cui è stato numero uno o tra i primi negli ultimi trent'anni. Ma la prima cosa che mi viene da pensare è: "Ma chi te lo fa fare?". Djokovic tra Australia, al Roland Garros, Wimbledon e US Open, è andato molto bene in due occasioni e maluccio nelle altre.  Nell'ultimo ha fatto pensare al fatto che non sia mai stato bene, ha sempre trovato condizioni difficilissime. Ma questo secondo me è una cosa a cui deve  abituarsi, perché a quell'età lì, con quegli sforzi, può succedere. Quindi grande attenzione alla programmazione, giocando meno e puntando solo agli Slam che richiedono un maggiore sforzo fisico e dove è penalizzato dall'età. Vedremo il prossimo anno perché devi veramente volerti bene per giocare. A New York è stata una batosta e il fatto che abbia vomitato gli fa pensare: ‘Ma veramente cosa sto facendo?'. Uno può dire mi alleno, lo provo una volta, due volte, faccio il risultato, va bene. Quando comincia a perdere al secondo turno però le scelte diventano personali. Questo ego di continuare, come quello delle Williams. Io non sono stato un campione come loro ma ho un'altra testa e avrei già mollato da tempo".

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Lorenzo Musetti reduce da una stagione maledetta

Parlando degli italiani, purtroppo Musetti ha dovuto fare i conti con gli ennesimi problemi fisici. È una stagione maledetta?
"Musetti? Aspetto solo che mi chiami per allenarlo. Per portarlo nei primi cinque e farlo stare lì dieci anni. Sennò continuerà a fare così. È una cosa semplice, è una cosa che io sento dentro da anni. Ho un'empatia con lui a distanza. Lo sento come se fosse un mio giocatore".

Ma ci sono stati dei contatti o qualcosa di concreto?
"Lì vai a lottare con Tartarini e con gli altri. Io mi sono proposto varie volte".

Hai avuto dei feedback positivi?
"No perché non ti avvicini a loro, perché c'è tutto un entourage di staff che non ti fa neanche avvicinare a parlare".

Ti sento davvero molto convinto.
"Sì sono sicuro. Voglio zero euro. Voglio lavorare con lui per una collaborazione. Ma bisogna vedere quanto si possono mettere in gioco i ragazzi al giorno d'oggi, perché ascoltano poco gli allenatori, fanno molto di testa loro. Una sera, quando lo fermai dopo le Olimpiadi due anni fa a Parigi gli dissi: ‘Ti posso parlare?'. Lui rispose: ‘Assolutamente'. ‘Ti rubo un minuto. Ti posso dare un consiglio?'Gioca a tennis. Gioca come sai'. Basta. Non ci sono altre chiavi, lui non gioca come sa. Per me è così. Poi mi posso sbagliare, ma siccome lo vedo, lo conosco, lo seguo e lo commento da cinque anni, c'è poco da fare. Quando vedi che gioca in una certa maniera è il Musetti che conosciamo. Quando sta lontano dieci metri… Ripeto: lui deve giocare come sa. Ogni singola partita, a costo anche di perdere trenta partite di fila, ma deve giocare il proprio tennis".

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Sinner pronto per il rientro in Asia

Chiudiamo con Sinner, cosa dobbiamo aspettarci e che sensazioni hai in vista del rientro?
"Anche lui ha capito che, per quanto ti alleni ventiquattr'ore al giorno e programmi ogni minimo dettaglio, lungo il percorso ci sono degli imprevisti che semplicemente non puoi gestire. Può fare scuola a tutti su allenamento, alimentazione, riposo e programmazione, ma a volte tutto questo non basta. Ci sono fattori esterni che sfuggono al controllo. L'esperienza del Roland Garros, ad esempio, è servita molto: gli ha fatto capire che, se vuoi far correre la macchina ai massimi livelli per tanti anni, devi essere sempre al 100% della condizione. Non puoi pensare di scendere in campo al 50% sperando di portarla a casa comunque, perché il rischio a livello fisico diventa troppo alto. E quando arrivano gli infortuni non si tratta di stare fermi una o due settimane, ma molto di più. Proprio alla luce di questa lezione, credo sia diventato ancora più maniacale nella gestione del calendario: scende in campo solo quando sente di stare davvero bene. Sapendo che poi, purtroppo, lo scotto dell'imprevisto resta sempre dietro l'angolo".

Insomma ritroveremo un Sinner anche con una maggiore consapevolezza di quello che gli serve per restare al top.
"Quello che è successo a Parigi lo ha fatto riflettere.  Poi c'è stata la vittoria a Wimbledon, che ha portato a termine pur non stando benissimo, no? Diciamo che il problema se l'è creato durante la semifinale o la finale: quella scivolata che hanno mostrato, in cui sul contropiede mette male il ginocchio e da lì è partito tutto. Ora sta giocando e si sta allenando, mi sembra che ci siamo. Avrebbe potuto giocare anche agli US Open all'80% o a mezzo servizio, arrivando comunque in fondo al tabellone. Però, se vai a compromettere ulteriormente un infortunio aggravando la situazione, poi ci vuole ancora più tempo per rientrare".

 

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