"Il 2021 è partito bene, ora vorrei cercare di rimanere in scia". Matteo Berrettini ha iniziato bene la stagione, ha portato l'Italia in finale dell'ATP Cup poi ha raggiunto gli ottavi agli Australian Open, ma non li ha potuti giocare per colpa di un infortunio agli addominali. Ora dopo un lungo stop è finalmente rientrato. Il numero 10 ATP, il terzo e più giovane tennista italiano della storia a qualificarsi per le finali del Masters e unico ad aver vinto un incontro nelle prove di singolare maschile di questa manifestazione, è un ragazzo di 24 anni appassionato di ciò che fa e lavora giorno dopo giorno per migliorarsi in tutti i dettagli.

Il tennis italiano sembra aver ritrovato la linfa di un tempo, spinta da giovanissimi come Sinner e Musetti, ma Berrettini, che è Ambassador di Red Bull Regionali, tiene a precisare che questa generazione sia stata possibile solo grazie al lavoro fatto dai ragazzi che li stanno traghettando nel tennis che conta. Ai microfoni di Fanpage.it il tennista romano ha parlato della sua carriera, di come ha vissuto l’ultimo anno e dei progetti per i prossimo futuro.

Matteo, come va il recupero?
“Bisogna essere cauti, però va meglio. C’è bisogno di prudenza. L’anno era partito bene e vorrei cercare di rimanere in scia quando tornerò”.

Adesso è passato un po' di tempo e ne possiamo parlare con un po’ più di freddezza: cosa è mancato nella finale dell'ATP Cup contro la Russia?
"Volevamo vincere ma abbiamo incontrato i giocatori del 2020 e del 2021, uno ha fatto la finale degli Australian Open e l’altro ha da poco vinto un altro 500. Sulla carta non eravamo favoriti e una finale è sempre una finale. Sono stati semplicemente più bravi di noi ma è stata una settimana ottima".

Hai dichiarato: "Non è stato facile abituarsi all'improvviso alla pressione”. Ci racconti che sensazioni hai provato quando sei finito tra i primi dieci dell’ATP e come hai gestito quei momenti?
"Dobbiamo partire dal presupposto che siamo umani anche noi, che gli sportivi sono persone che sanno fare molto bene un determinato sport e sanno gestire un certo tipo di pressione meglio di altri. Questo, però, non significa che se diventi numero 10 del mondo allora, a quel punto, devi diventare per forza 5 e saper gestire tutto quello che ti sta passando. È ovvio che l’obiettivo è quello e la voglia c’è ma non è detto che uno ci riesca. Io capisco che molto spesso, soprattutto quando non si è nei panni della persona in questione, si chieda sempre di più ma io sono il primo a chiedermi tanto e a voler fare però ci sono delle difficoltà. Proprio per questo è difficile arrivare lassù e rimanerci, non è semplice. Credo che sia importante far capire la mentalità, ovvero: Berrettini è un giocatore, lo mettiamo in un campo da tennis e sempre lui è al 100%. Se fosse così sarebbero partite tra cyborg, invece ci sono le difficoltà, ci sono i momenti da gestire e chi è più bravo a farlo in quel lasso di tempo è il più forte. Ci sono tantissime cose da tenere in considerazione ma spesso non è così e  ci vuole tanto lavoro. Il giocatore più forte è quello che riesce ad essere al 100%. Se fosse tutto come la PlayStation sarebbe più semplice, ma la cosa più vera è che siamo essere umani. Dobbiamo cercare di diventare più cyborg possibili rimanendo esseri umani. Un pochino un intreccio".

Foto Giorgio Maiozzi
in foto: Foto Giorgio Maiozzi

È passato dalle rigide misure di isolamento previste dall’Australian Open. È stata dura?
"Le misure erano restrittive ma, per fortuna o bravura non lo so, non mi è pesata molto. Io non potevo vedere la mia fidanzata che stava due piani sotto di me in hotel. Detto questo, sono riuscito a fare due settimane intense di allenamento, in quelle cinque ore che avevamo a disposizione mi allenavo anche nella stanza e penso che lo avete visto anche dai social quello che accadeva. Il pensiero era: adesso che usciamo da qui ci sarà vita normale, si può andare a ristorante, ma il problema è che c’è stata l’altra emergenza e hanno chiuso tutto. Quello lì è stato un colpo grosso ma non è una cosa che ricorderò come ‘Oddio cosa abbiamo fatto…’ però questo è un mio punto di vista, ci sono certamente altri che l’hanno vissuta peggio".

Cosa le è rimasto più impresso del tennis ai tempi del Covid?
"Io ho vissuto questo periodo tra infortuni, pandemia e tantissime altre cose particolari in cui sembra che è successo tutto e non è successo niente. Sembra che il tempo è passato ma qualcosa manca. Quello che ho realizzato, che sto provando a fare, è trovare l’energia e la voglia giusta di fare quello che faccio. Mi sono riattaccato un pochino all’idea che avevo da bambino di voler giocare a tennis, quando non pensavo di essere un professionista. Ho fatto tanti sacrifici, ho superato situazioni scomode e quindi ora sono qui e lotto per ogni singolo punto, perché è questa la cosa che mi fa svegliare la mattina e impegnarmi. È stato bello perdersi, ‘sbarellare’ un po’ come si dice a Roma, perché mi ha fatto crescere tanto e questo mi ha permesso di diventare una persona più matura e di conseguenza un giocatore più maturo".

Berrettini, Sinner, Sonego, Musetti. Cosa sta succedendo nel tennis italiano?
"È un momento molto positivo per noi, per il movimento e per i tifosi. Per me personalmente è una cosa molto stimolante, perché vedere le persone che conosco bene fare risultati mi stimola a dare sempre il meglio. È un modo buono per confrontarsi, allenarsi e trascinarsi a vicenda. Abbiamo seguito le orme di giocatori che sono ancora in campo oggi, come Seppi e Fognini: abbiamo visto quello che hanno fatto loro e stiamo cercando di fare il meglio. Io e Lorenzo (Sonego) siamo un pochino più grandi di Musetti e Sinner ma è bello che ci sono generazioni diverse ad alto livello".

È vero che a 10 anni volevi mollare il tennis per giocare a basket?
"Non ricordo precisamente l’età adesso ma ci sono stati vari momenti nella gioventù in cui il tennis mi piaceva ma non era la malattia, in senso positivo, che ha caratterizzato gli anni successivi. Mi piace tutt’ora molto il basket e avevo voglia di provare qualcos’altro ma per un motivo o per un altro non ho mai provato. Fortunatamente, o sfortunatamente, non ho cambiato e adesso eccomi qui. Ci sono stati momenti in cui ho pensato ‘farò solo tennis?’ e chiaramente non era il momento del ‘professionista o non professionista’ ma era quello mi diverto-non mi diverto. Forse per amicizie o per le capacità dei miei allenatori, perché quando si è bambini è giusto divertirsi; credo che alla fine la scelta è stata giusta".

Come si prepara a livello mentale un match e come riesci a gestire le tensioni pre e post? Hai delle abitudini particolari o delle cose che fai in maniera metodica?
"Credo che ogni atleta abbia un modo di affrontare la gara. C’è chi cerca di pensarci il più possibile e chi invece meno. Io sono uno che sente la partita, che la sera prima dormo un pochino male. Ci stanno delle cose che sono fisiologiche per un’atleta e sono arrivato alla conclusione che quando non sono troppo teso c’è qualcosa che non va. Quasi mi chiedo questa tensione. Cerco la tensione della gara perché quella mi fa performare. Per il resto lavoro col mental coach quasi tutti i giorni quando sono in competizione e cerco di stare un pochino per conto mio prima della partita per cercare quella cattiveria agonistica che credo sia importante".

Se potessi scegliere un aspetto su tutti da migliorare, su quale punteresti?
"Ci sono tante cose. Nell’ultimo anno sono stato infortunato parecchio, ci lavoro tanto sul mio corpo e quindi direi quello di limitare gli infortuni il più possibile ma so che faccio uno sport che mette parecchio sotto stress. Mi piacerebbe essere continuo come il 2019, quando avevo avuto un solo infortunio, e poi avere quella lucidità e quella brillantezza nell’atteggiamento. Essere deciso e limitare al minimo i dubbi e le cose che possono farti tentennare. Sapere che quel giorno da 1 a 10 può essere un 6 o quello dopo un 10 però accettare e fare il massimo per quello che ho".

Foto Giorgio Maiozzi
in foto: Foto Giorgio Maiozzi

Come ti trovi nella ruolo di Ambassador di Red Bull Regionali?
"È una cosa molto interessante, perché lo sport è una cosa globale. Non mi piace fare distinzioni tra sport, perché fare attività è sempre bello. Mi piace molto far parte di qualcosa che vada oltre il mio sport. In questo momento in cui non si possono fare cose insieme c’è un progetto che ti permette di gareggiare senza rischiare. Spero che ci siano altre iniziative simili in futuro".

Il 2021 inizia da numero 10 al mondo e finirà con le ATP Finals a Torino. Obiettivi di Matteo Berrettini?
"È troppo presto per parlare di obiettivo Torino ma sarebbe una cosa bellissima. Possono succedere talmente tante cose ma è una cosa che ho nella mia testa. Quest’anno sono partito per ritrovare quell’energia, quella presenza in campo, che era mancata soprattuto nel 2020. Mi sono sentito bene, ho giocato partite ad alto livello e mi sentivo contento di quello che stavo facendo. L’infortunio mi ha fermato ma lavoro per tornare e se dovesse succedere credo che sarebbe una gioia non solo per me".