video suggerito
video suggerito

Andreas Seppi: “Mi sono sentito preso in giro. Con quelle persone in Federtennis non mi vedrete mai”

Andreas Seppi in esclusiva su Fanpage.it, dal black-out di Sinner al Roland Garros alla ferita aperta con la Federazione dopo il suo ritiro: “Preso in giro”.
Immagine

Il tennis è tornato in maniera dirompente nella vita di Andreas Seppi grazie a una nuova e intrigante avventura: il commento del Roland Garros per Eurosport. Dopo il ritiro, l'ex numero 18 del mondo e a lungo leader del movimento azzurro aveva deciso di staccare dal mondo della racchetta per dedicarsi alla famiglia. Uno stop meritato per chi detiene il clamoroso record di 67 partecipazioni agli Slam, di cui ben 66 consecutive. Proprio a Parigi, forte del suo occhio privilegiato da veterano del circuito, è tornato a seguire i match per raccontarli al pubblico. Ai microfoni di Fanpage.it, Seppi ha parlato di questa esperienza, del black-out di Sinner e dell'epica finale tra Cobolli e Zverev. Ma è stato impossibile non fare un salto indietro nel tempo, riaprendo la ferita del suo addio al tennis e di quella wild card negata dalla Federazione per i tornei di Firenze e Napoli.

Andreas, come hai vissuto questa nuova avventura da commentatore? Hai dato l'impressione di averci preso gusto con il passare delle partite. Qualcuno ti ha anche definito un ‘talismano' per gli azzurri?
"È stata sicuramente una bellissima esperienza. Mi sono divertito davvero tanto. All'inizio, nei primi giorni, è stato un po' difficile perché dovevo prendere confidenza con i tempi televisivi, con il modo di parlare e, soprattutto, era tanto che non seguivo una partita dall'inizio alla fine con questo ruolo. C'è voluto un po' di adattamento, però con il passare dei giorni, soprattutto nella seconda settimana, credo sia andata sempre meglio. Mi sono sentito sempre più a mio agio e mi sono divertito sempre di più. Ed è questa la cosa più importante".

Soffermiamoci sulla finale tra Zverev e Cobolli, Alla fine del quarto set si è avuta la sensazione che l'inerzia fosse passata dalla parte di Flavio. Tu come hai visto la partita?
"Sì, all'inizio ci poteva stare una partenza un po' nervosa o comunque favorevole a Zverev, che di finali Slam ne aveva già giocate tre e aveva sicuramente più esperienza in queste situazioni. Era normale vedere un primo set impostato in quel modo. Secondo me, però, Flavio è stato bravissimo all'inizio del secondo set a restare attaccato alla partita e anche a farsi sentire di più. Credo che proprio lì sia cambiata un po' l'inerzia del match e poi è stato bravo a portare a casa il set. Peccato per il finale del terzo, perché sul 5-4 gli è scappato via un game con qualche errore di troppo. Poi però nel quarto è stato ancora una volta bravissimo a vincere il tie-break. Non era semplice, anche considerando che Zverev ha sempre avuto un ottimo rendimento nei tie-break a Parigi".

Cobolli e Zverev, protagonisti di una bella finale a Parigi
Cobolli e Zverev, protagonisti di una bella finale a Parigi

È stata una battaglia molto fisica e anche mentale.
"Come dicevi tu, dopo quel quarto set ci si aspettava un quinto diverso. Zverev sembrava aver accusato qualcosa sia fisicamente sia mentalmente, mentre da Flavio ti aspettavi una partenza molto aggressiva dopo aver rimesso il match in equilibrio. Invece è successo quasi il contrario. Zverev è partito fortissimo, mentre Flavio è tornato a commettere qualche errore di troppo. Quando vai subito sotto di due break diventa difficilissimo recuperare, non solo dal punto di vista tecnico ma anche mentale, perché hai già speso tantissime energie. Alla fine si è visto che forse era proprio quello che gli mancava nel quinto set. Peccato, perché se sul 3-0 fosse riuscito a recuperare uno dei due break e a portarsi sul 3-2, magari avrebbe ritrovato energie e fiducia. E poi Zverev avrebbe comunque dovuto servire per chiudere il match, situazione che non è mai semplice. Resta un po' di rammarico, ma ha disputato un torneo straordinario e deve essere soltanto orgoglioso di quello che è riuscito a fare".

Hai detto che era da tempo che non guardavi una partita intera di tennis, dopo il il ritiro ti sei allontanato per un po' dal tennis. Cosa ti manca e cosa invece non rimpiangi?
"Quando ho smesso avevo già tre figli piccoli e volevo dedicare del tempo a loro. Fare il coach o comunque restare nel mondo del tennis significa viaggiare tantissimo e per me, in quel momento, non era un'opzione. Per un paio d'anni mi sono quasi staccato completamente dal tennis e ho fatto il papà a tempo pieno. Poi, l'anno scorso, ho ricominciato a riavvicinarmi soprattutto negli Stati Uniti. Successivamente è arrivata la proposta di Eurosport per il Roland Garros. Era una cosa che mi aveva sempre incuriosito e mi piaceva l'idea di provarci, quindi ho detto: ‘Perché no?'. È nato tutto così. Da quando ho smesso, comunque, sono rimasto volutamente poco dentro il mondo del tennis, proprio per stare con i bambini e con la mia famiglia".

La tua carriera si è chiusa anche con la polemica con la Federazione per il rifiuto di una wild card a Firenze e Napoli per celebrare l'addio con il meritato tributo del pubblico. Il tempo ha un po' alleviato l'amarezza?
"È stata una situazione un po' strana perché mi sono sentito preso in giro. Se fin dall'inizio mi avessero detto chiaramente: ‘Guarda, le wild card per i Challenger di Firenze e Napoli le diamo ai giovani', non avrei avuto alcun problema. Lo avrei accettato senza discutere. Invece è successo il contrario. Uno mi diceva: ‘Ci penso io, mandami una mail', un altro: ‘Tranquillo, facciamo'. Poi, a un mese dal torneo, li ricontatti e ti dicono che ha deciso un altro. Chiami quell'altro e ti risponde che non ne sa niente, che la decisione l'ha presa un'altra persona. Alla fine ognuno scaricava la responsabilità sugli altri. È questo che mi ha fatto girare parecchio i maroni, perché ti senti preso in giro. E la cosa che mi ha dato ancora più fastidio è che, alla fine, quella wild card è stata persino sprecata, visto che il giocatore a cui era stata assegnata poi si è ritirato. Più che una questione tennistica, è stata una questione di rispetto umano. Quel rispetto, secondo me, è completamente mancato. Per questo motivo, finché ci saranno quelle persone in Federazione, difficilmente mi vedrete in quell'ambiente. Alla fine è andata così e bisogna prenderne atto".

Viriamo su Sinner, che idea ti sei fatto sulla situazione del Roland Garros? Pensi che la programmazione abbia inciso?
"È veramente difficile dirlo, perché ognuno la pensa in maniera diversa e alla fine lo può sapere solo lui. Magari sarebbe stato meglio saltare Madrid, allenarsi due settimane e focalizzarsi solo su Parigi, ma questo lo sanno soltanto lui e il suo team. Ha giocato tante partite, ma non sono mai state particolarmente lunghe e ha avuto spesso giorni di riposo tra un match e l'altro. È vero, però, che non ha mai avuto la possibilità di fare un vero blocco di allenamento per prepararsi ancora meglio. Questa è forse l'unica considerazione che si può fare, ma loro avranno sicuramente valutato tutto. Poi, però, non veniva neanche da una partita di tre o quattro ore o da una battaglia estenuante. Come ha detto lui stesso, probabilmente non è stata una questione fisica, ma magari semplicemente una giornata con poche energie, una di quelle in cui non ti svegli al meglio. E questo può capitare, anche se avesse fatto due settimane di preparazione".

Sinner in occasione del Roland Garros
Sinner in occasione del Roland Garros

Molti vedono delle similitudini tra te e Jannik Sinner, soprattutto dal punto di vista umano: semplicità, concretezza, equilibrio. Quanto c'entra anche il fatto di essere cresciuti nella stessa terra?
"Credo che questo possa aiutare. Poi non significa che chiunque venga da quelle zone sia fatto così, però sicuramente in Alto Adige siamo mediamente meno emotivi e tendiamo a non mostrare troppo le emozioni. Anche il tipo di educazione ricevuta credo sia simile. La mia famiglia e quella di Jannik, per quello che conosco, hanno molti punti in comune nel modo di crescere i figli. Non vuol dire che sia una regola, ma penso che ci siano tante somiglianze nella nostra crescita e forse anche per questo siamo persone e giocatori piuttosto tranquilli ed equilibrati".

Tu sei stato uno dei primi giocatori moderni, competitivo su tutte le superfici. Guardando questo Roland Garros così particolare, senza Alcaraz e con un Sinner praticamente fuori dai giochi, che tennis hai visto?
"Secondo me, soprattutto dopo l'uscita di Sinner, tanti giocatori hanno iniziato a crederci davvero. Hanno visto un'occasione e, forse proprio per questo, abbiamo assistito a molte più partite finite al quinto set: tanti hanno trovato quel 10% in più di energia per cercare il risultato importante. In generale il torneo è stato molto equilibrato. Però quello che ho visto in queste due settimane conferma una cosa: il livello dietro Sinner e Alcaraz è ancora parecchio distante. Quando quei due giocano al massimo, appartengono a un'altra categoria."

Seppi e Federer in occasione di una premiazione
Seppi e Federer in occasione di una premiazione

Qual è il tuo orgoglio più grande guardando alla tua carriera? Se chiudi gli occhi, qual è il primo ricordo che ti viene in mente?
"È una domanda difficilissima. È davvero complicato scegliere un solo torneo o un solo momento. Sicuramente vincere il primo titolo è stato qualcosa di speciale, anche perché è arrivato sull'erba. È il sogno per cui lavori ogni giorno, cercando di conquistare un trofeo. Poi ci sono tante altre partite che hanno segnato il mio percorso: le vittorie in Coppa Davis, quella contro Ferrero a Napoli dopo essere stato sotto di due set, una delle mie prime grandi imprese in Davis. E poi la vittoria contro Roger Federer agli Australian Open, quella contro Nadal nel giorno del mio compleanno a Rotterdam, oppure quella contro Wawrinka a Roma davanti al pubblico italiano. Sono tutti momenti che hanno lasciato un segno nella mia carriera e che porto ancora oggi con me".

autopromo immagine
Più che un giornale
Il media che racconta il tempo in cui viviamo con occhi moderni
api url views