Ninna Quario, mamma di Federica Brignone: “Dopo le Olimpiadi le ho detto: ritirati. Mi ha fulminata”

L'impresa di Federica Brignone ai Giochi di Milano Cortina 2026 è scolpita nella storia: due ori olimpici (nel Super G e nel Gigante) dopo un grave infortunio che avrebbe potuto stroncarle la carriera. A raccontarci tutto non è solo una giornalista ed ex campionessa di sci, ma la donna che l'ha vista rialzarsi quando tutto sembrava finito: sua madre, Maria Rosa Quario. Nell'intervista a Fanpage.it, tra i ricordi della "Valanga Rosa" e le sfide del professionismo moderno, mostra il ritratto inedito di un'atleta che non sa – e non vuole – smettere di sognare. "Le ho detto di fermarsi adesso che ha vinto tutto, mi ha guardato malissimo e mi ha risposto: non se ne parla proprio". E ancora: dal dualismo con Sofia Goggia fino al peso della solitudine e alla paura nei mesi della riabilitazione, ecco cosa si nasconde dietro la semplicità disarmante di una delle sciatrici più forti di sempre.
L'abbiamo vista commuoversi dopo il Super G. In quel pianto c'era la liberazione per un'impresa che sembrava impossibile. A cosa pensava in quel momento?
"Non è stato un pianto a dirotto, ma un attimo di profonda commozione. Vedere tutta quella gente intorno così entusiasta, così presa da quella che è stata un'incredibile impresa, mi ha fatto realizzare davvero cosa avesse passato Federica. Dopo tutto quello che ha vissuto, vederla lì è stato un momento fortissimo".
Qual è stato il momento più buio di quei mesi trascorsi tra interventi e riabilitazione?
"Senza dubbio agosto. Dopo le operazioni subite e quella per migliorare la mobilità del ginocchio, piegare la gamba più di 90 gradi le sembrava difficile. Federica si sentiva ferma allo stesso punto. Vedeva i suoi amici in vacanza, attivi, mentre lei era bloccata. Era demoralizzata. Anche a novembre e dicembre diceva di non sentirsi sicura, di non fidarsi dei suoi sci. Lì la sfida non era solo fisica, ma psicologica".

E invece ce l'ha fatta. mentre lei a un certo punto le ha quasi consigliato di fermarsi. Ha detto: Hai già vinto tutto…
"Inizialmente sembrava davvero finita. I medici parlavano di dieci mesi per tornare alla normalità. Una cosa del genere significava superare la data delle Olimpiadi. Per me era un: va bene, basta pure così. Ma lei non ha mai smesso di crederci. Non lo diceva per sfida, ma perché il suo obiettivo era tornare a gareggiare, punto. Io l'ho assecondata perché ha sempre fatto scelte autonome. Ancora oggi, dopo il successo, le ho chiesto: Ma perché non smetti ora che sei al massimo? Mi ha guardato malissimo e ha detto: non se ne parla proprio…".
Lei ha vissuto l'epoca d'oro dello sci azzurro. Qual è la differenza fondamentale nella "testa" delle atlete di oggi rispetto alle sue compagne della Valanga Rosa? Oggi sono onestamente più forti in assoluto. Sono atlete polivalenti, professioniste seguite in modo maniacale, con un supporto tecnico e medico che noi non ci sognavamo neppure lontanamente. La differenza non è solo nel fisico, ma nella gestione della carriera come un'azienda di precisione".
Eppure, negli Anni '70 e '80 l'approccio sembrava più "umano" o forse solo meno mediatico. Manca qualcosa di quell'epoca nel circo bianco moderno?
"C'era più spazio per l'improvvisazione, forse. Oggi tutto è calcolato. Però la fame di vittoria è rimasta la stessa. Quello che è cambiato è il modo di vivere il gruppo: oggi ognuna ha il suo staff, il suo percorso, sono seguite molto di più".
Il dualismo con Sofia Goggia ha segnato un'epoca. Pensa che Federica sarebbe arrivata a questi livelli senza una rivale così stimolante?
"Federica ha fatto il primo podio di Coppa del Mondo nel 2009, ha vinto la medaglia mondiale nel 2011, ha vinto la prima gara iridata nel 2015 e Sofia non era ancora… quasi in Coppa del Mondo. Lo stimolo è fondamentale, e avere in squadra un riferimento come Sofia aiuta sicuramente a non tirarsi indietro, a non mollare mai. Ma credo che il vero scatto Federica lo abbia fatto quando è arrivato suo fratello in squadra. Inoltre, negli ultimi anni, Federica e Sofia hanno seguito percorsi molto autonomi, non si allenavano quasi mai insieme. E poi Federica si è misurata con sciatrici fortissime e campionesse del calibro di Shiffrin, Vonn, Gut. È stata la competizione e il confronto con tutte queste atlete molto brave ad averla portata così in alto".

A proposito di Goggia: molti hanno visto nei suoi complimenti a Federica qualcosa di forzato…
"La delusione di Sofia quel giorno era palese ed è comprensibile. Ognuno ha il suo modo di esprimere i sentimenti. Federica, per esempio, fa tutto in privato. Non le piace fare i complimenti o gli auguri sui social solo per far vedere che l'ha fatto. Se deve dire qualcosa a una collega, lo fa a quattr'occhi o al telefono".
Parliamo di sfide estreme: Lindsey Vonn che scende con un crociato rotto. Eroismo o azzardo eccessivo?
"Se lei si sentiva di farlo, perché no? Sono atlete incredibili. Certo, ha pagato un prezzo altissimo in termini di salute fisica e mi dispiace molto per la sua sicurezza futura. Ma queste leggende hanno una spinta interna che dall'esterno si può fare fatica a comprendere. È passione pura".
E il caso di Giada D’Antonio? Sedici anni e un grave infortunio.
"Non credo che l'infortunio sia legato alla convocazione olimpica. In carriera ti puoi far male in gara come in allenamento. Certo, io l'avevo detto: forse quella convocazione non era giustificata dai risultati, ma è stata una scelta fatta per premiare la gioventù. Purtroppo, nello sci moderno, sono pochissime le atlete che arrivano in cima senza farsi male. È il prezzo, carissimo, di questo sport".
Qual è l'immagine della Federica "privata" che il grande pubblico non vede?
"È una persona estremamente semplice. Rifugge la popolarità e la fama. Anche in questi giorni di grande pressione, la vedi chiacchierare al telefono con una normalità disarmante. Ama le cose tranquille. È questa la sua forza: essere una persona normale che fa cose eccezionali".
Nel suo libro ‘Due vite. Slalom parallelo con mia figlia Federica Brignone' (Edizioni Minerva) appare come una madre capace di fare un "passo di lato". Quanto è stato difficile, per una ex campionessa e giornalista, mettere a tacere l'istinto critico?
"In realtà non l'ho mai messo del tutto a tacere. Quando scrivevo di lei come giornalista cercavo l'obiettività, la trattavo come chiunque altro. Se c'era da criticare, criticavo. Forse negli ultimi anni, prima di smettere con la professione, la vivevo con un po' più di tensione, avrei voluto solo stare con lei e consolarla invece di analizzare la gara, ma ho sempre rispettato il mio ruolo".
Togliamo il filtro della mamma: qual è l’errore tecnico o tattico che non riesce proprio a perdonare a Federica?
"Tecnicamente nulla, ha avuto un'evoluzione fantastica. Se guardo i video del 2011 girava larghissima intorno ai pali, oggi la sua sciata è molto fluida. L'unica cosa che le ho rimproverato, diciamo così, è quella sorta di calo di autostima che la prendeva dopo una gara andata male. Si deprimeva troppo. Io la sgridavo e le dicevo: resta sempre una gara di sci, non è la fine del mondo…".