video suggerito
video suggerito

Siamo stati dentro la 24 Ore di Le Mans 2026… e abbiamo capito perché non è soltanto una gara di auto

Fanpage.it è stata l’unica testata italiana invitata dagli organizzatori alla 24 Ore di Le Mans 2026: il reportage dal circuito francese, dove la gara endurance più famosa del mondo diventa una festa popolare lunga un giorno e una notte, tra auto, pubblico, rumore, odori, tecnologia, memoria e futuro.
Immagine

Ci sono gare che si guardano e gare che si attraversano. La 24 Ore di Le Mans appartiene alla seconda categoria. Non basta sedersi in tribuna, aspettare il via e seguire la classifica. Per capirla bisogna entrarci dentro, camminare nel circuito, perdersi tra le tribune, i box, i villaggi tematici, il museo, le aree tecniche, i maxischermi, i punti ristoro, i varchi, le strade interne e quella folla che non sembra mai ferma. Le Mans non si consegna in un'immagine sola. Va raccolta a pezzi.

Fanpage.it è stata l'unica testata italiana invitata dagli organizzatori alla 24 Ore di Le Mans 2026. Un invito arrivato dall'ACO, l'Automobile Club de l'Ouest, il club francese fondato nel 1906 che ha creato e organizza la corsa endurance più famosa del mondo. Un accesso privilegiato dentro un evento che, visto da fuori, può sembrare una gara lunghissima di automobili. Visto da dentro, invece, diventa qualcosa di molto più grande: una festa popolare, una macchina industriale, un rito sportivo, un museo vivente e un laboratorio sul futuro della mobilità. Lo raccontano anche i numeri: oltre 1.100 rappresentanti dei media presenti al circuito e 350.105 spettatori arrivati da tutto il mondo per vivere la 94ª edizione della 24 Ore.

Il pubblico della 24 Ore di Le Mans 2026 sulla griglia di partenza prima del via della gara endurance più famosa del mondo
Il pubblico della 24 Ore di Le Mans 2026 sulla griglia di partenza prima del via della gara endurance più famosa del mondo

La gara è ovunque, ma non è sempre al centro. È protagonista e comprimaria allo stesso tempo. Le auto passano, scompaiono, tornano, ruggiscono in lontananza, tagliano il rettilineo, riempiono l'aria anche quando non si vedono. Il rombo dei motori diventa la colonna sonora di tutto il resto: della birra bevuta in piedi, delle famiglie che camminano con i bambini, dei tifosi stesi sull'erba, dei gruppi che entrano a tarda sera, delle persone che si spostano da una zona all'altra senza mai dare l'impressione di voler andare davvero via.

Le Mans è prima di tutto una festa popolare

La prima cosa che colpisce è il movimento. A Le Mans non esiste un momento in cui il circuito sembri davvero pieno o vuoto: sembra sempre in trasformazione. Gente che entra, gente che esce, gente che cambia tribuna, gente che cerca un punto migliore da cui vedere passare le Hypercar, gente che non guarda nemmeno la pista ma continua comunque a vivere la gara. È un flusso continuo, quasi indipendente dalla classifica.

I numeri, in questo caso, non sono un dettaglio freddo: aiutano a spiegare la sensazione fisica del luogo. Quei 350.105 spettatori non si percepiscono come una massa immobile, ma come un movimento continuo. Le Mans non è uno stadio pieno. È una città che respira, si svuota e si riempie, cambia faccia con la luce, con il caldo, con la notte, con le ore che passano.

Il sabato della partenza la 24 Ore non sembra attendere il via. È già cominciata. Nei viali interni si cammina come dentro un festival. Ci sono maglie Ferrari, cappellini Porsche, bandiere francesi, zaini, bevande, panini, telefoni puntati ovunque, bambini sulle spalle dei genitori, tifosi che discutono di strategie e altri che cercano solo un posto all’ombra. La corsa è lì, a pochi metri, ma intorno c’è una comunità temporanea che per un giorno e una notte abita il circuito come fosse una città.

Gli spettatori della 24 Ore di Le Mans 2026 nei viali del circuito francese 
Gli spettatori della 24 Ore di Le Mans 2026 nei viali del circuito francese 

È questa la differenza più forte rispetto ad altri eventi del motorsport. In una gara di Formula 1 tutto tende a concentrarsi dentro un tempo televisivo compatto: prove, qualifiche, gara, podio. A Le Mans, invece, il tempo si dilata. La corsa comincia prima della partenza e continua anche quando non si sta guardando la pista. Vive nei rumori che arrivano da lontano, nei maxischermi, nelle file ai punti ristoro, nei passaggi sotto le tribune, nelle auto storiche esposte, nei prototipi del futuro, nelle persone che entrano quando altrove una gara sarebbe già finita da ore.

Il circuito diventa una città provvisoria costruita intorno alla corsa, con i suoi quartieri, i suoi flussi, i suoi percorsi interni, le sue zone tecniche, le sue aree per il pubblico, i suoi spazi commerciali, il museo, i villaggi tematici, i punti ristoro, le tribune e le strade che per ventiquattro ore diventano parte dello stesso organismo. La pista è il centro, ma non basta a spiegare tutto ciò che le accade intorno.

La gara come rumore di fondo, ma un rumore che comanda tutto

A Le Mans le auto non sono sempre davanti agli occhi. Spesso sono dietro una rete, oltre un muro, lontane, appena visibili tra due strutture, percepite più che viste. Ma il rumore arriva comunque. Arriva prima delle macchine e resta dopo il loro passaggio. È un rumore continuo, diverso da quello più ordinato e compresso di un Gran Premio. Qui non scandisce soltanto la gara: accompagna la giornata.

Il rombo diventa una presenza fisica. Si sente mentre si attraversa il paddock, mentre si entra nel museo, mentre si passa davanti alle hospitality, mentre si guarda un prototipo a idrogeno o una vecchia Porsche esposta come una reliquia. A volte è vicino, quasi violento. Altre volte è lontano, coperto dalle voci, dalla musica, dai passi, dalle comunicazioni degli altoparlanti. Ma non scompare mai davvero. Anche quando la gara non si vede, si sa che sta continuando.

E poi ci sono gli odori, che raccontano Le Mans quasi quanto il rumore. L'odore caldo dell'asfalto nelle ore più pesanti del pomeriggio, quello dei freni e delle gomme quando le auto passano vicine, il carburante che resta nell'aria intorno alle zone più tecniche, il cibo dei punti ristoro, la birra, l'erba calpestata, la polvere sollevata dai percorsi interni, la miscela continua di pista e festa. È un odore difficile da separare in elementi distinti, perché Le Mans funziona così: tutto si sovrappone. La gara, il pubblico, la fatica, il caldo, la notte che arriva, il metallo, la gomma, la folla.

Vetture in pista alla 24 Ore di Le Mans 2026 viste da bordo circuito durante la gara
Vetture in pista alla 24 Ore di Le Mans 2026 viste da bordo circuito durante la gara

È questo che rende la 24 Ore diversa. Non si può seguire tutto. Non si può controllare ogni sosta, ogni neutralizzazione, ogni variazione di classifica. La si segue per portarsi a casa il maggior numero possibile di ricordi: un passaggio visto dal rettilineo, un altro da una curva lontana, un cambio di classifica sul maxischermo, una sosta ai box intravista da una vetrata, una Hypercar che appare per un secondo dietro una rete e poi sparisce. Le Mans non si consegna in un'unica immagine. Si ricostruisce.

Dopo cinque ore di gara, in qualunque altra competizione, si avrebbe l'impressione di essere già oltre il racconto. A Le Mans cinque ore sono "appena cinque ore". Non sono un traguardo, non sono una sintesi, non sono neppure una vera selezione. Sono l'inizio di un discorso che deve ancora diventare notte, poi alba, poi domenica, poi arrivo.

Il pubblico entra anche quando la notte dovrebbe svuotare tutto

La dimensione più sorprendente arriva quando il tempo inizia a deformarsi. La 24 Ore non svuota il circuito: lo tiene vivo. Anche a tarda sera continua a entrare gente. Non c'è soltanto chi resiste dal pomeriggio, c'è chi arriva quando il buio è già parte della gara, chi prende posto, chi cerca da bere, chi attraversa i viali interni come se stesse entrando in un concerto cominciato da ore ma ancora ben lontano dalla fine.

È una festa popolare, ma senza perdere la sua tensione sportiva. Da una parte ci sono i bicchieri di birra, il cibo, le chiacchiere, la musica, le risate, i gruppi di amici, il pubblico che cammina senza fretta. Dall'altra ci sono le auto che continuano a passare, i team che lavorano, i piloti che si alternano, i meccanici che aspettano il prossimo pit stop, gli ingegneri davanti ai monitor, la classifica che può cambiare per un problema tecnico, una foratura, una safety car, un errore nel traffico.

La cosa più forte è proprio questa convivenza. La leggerezza del pubblico e la durezza della gara. Il clima da festa e la brutalità sportiva della resistenza. Le Mans non chiede al pubblico di scegliere tra le due cose. Le tiene insieme. Si può assistere ad un dj-set mentre a pochi metri un prototipo passa a più di 300 all'ora. Si può entrare in un negozio senza smettere di sentire la gara addosso. Si può non guardare la pista per qualche minuto e sapere comunque che la corsa non si è fermata.

La 24 Ore di Le Mans 2026 di notte vista dalla terrazza della torretta dell’Automobile Club de l’Ouest sul rettilineo principale
La 24 Ore di Le Mans 2026 di notte vista dalla terrazza della torretta dell’Automobile Club de l’Ouest sul rettilineo principale

La notte dal rettilineo principale: il momento in cui Le Mans si rivela

Poi arriva il momento in cui la 24 Ore smette di essere soltanto compresa e viene finalmente vista per quello che è. Succede di notte, dalla terrazza della torretta dell'Automobile Club de l'Ouest, affacciata sul rettilineo principale. Da lì la prospettiva cambia. Non c'è più solo il passaggio isolato di una macchina, non c'è più solo la folla, non c'è più solo il rumore che arriva da lontano. C'è tutto insieme.

Le auto sbucano nella luce artificiale, attraversano il rettilineo, spariscono di nuovo nel buio. I fari tagliano la pista, le carrozzerie riflettono per un istante i colori dei box, il suono rimbalza sulle strutture, il pubblico resta ancora lì, nonostante l'ora, come se la notte non fosse una fase di calo ma un'altra parte dello spettacolo. In quel momento la gara assume finalmente la sua forma completa: velocità, buio, rumore, stanchezza, resistenza, festa.

È lì che viene naturale pensare: "adesso sì, questa è la 24 Ore di Le Mans". Perché la gara di notte non è semplicemente la stessa gara con meno luce. È un'altra cosa. Cambia la percezione delle distanze, cambia il modo in cui si vedono le macchine, cambia il peso del rumore, cambia persino il senso del pubblico che resta. Il rettilineo principale, visto dall'alto, diventa una specie di teatro aperto: sotto le auto continuano a correre, intorno la gente continua a vivere, sopra la notte rende tutto più netto. È probabilmente il momento in cui si capisce davvero perché Le Mans non può essere raccontata soltanto attraverso il risultato. La classifica dice chi sta vincendo. La notte dice perché questa corsa è diversa.

Il lavoro dei meccanici nei box durante la 24 Ore di Le Mans 2026, tra attesa, fatica e interventi sulle auto
Il lavoro dei meccanici nei box durante la 24 Ore di Le Mans 2026, tra attesa, fatica e interventi sulle auto

Dentro i box, la festa diventa lavoro

Basta però spostarsi dietro le quinte perché il tono cambi. Nei box la 24 Ore smette di sembrare festa e torna a essere lavoro. Lì la resistenza non è più un concetto romantico. È fatica. È attesa. È routine. È ripetizione. È un meccanico seduto per pochi minuti. È qualcuno che prova a riposare in uno spazio minimo. È un casco appoggiato, una radio accesa, un monitor, una pila di gomme, una macchina che può rientrare da un momento all'altro.

La resistenza non è soltanto quella delle auto. È quella delle persone che devono restare lucide mentre il tempo si allunga e il rumore non si interrompe. A Le Mans la fatica diventa parte del paesaggio. Non sempre si vede in televisione, perché la tv cerca il momento, l'azione, il sorpasso, l'incidente, la strategia. Ma dentro il circuito la gara è fatta anche di pause brevissime, di attese nervose, di corpi fermi dentro un evento che non si ferma mai.

È qui che si capisce quanto la 24 Ore sia diversa da una gara normale. In una corsa breve l'intensità è concentrata. Qui è distribuita. Il problema non è soltanto essere perfetti una volta. È non perdere qualità nel tempo. Fare bene una sosta, poi un'altra, poi un'altra ancora. Restare dentro la procedura quando la stanchezza cresce. Non sbagliare quando tutto sembra ripetitivo. Non farsi ingannare dalla durata.

Dettagli tecnici nei box della 24 Ore di Le Mans 2026 tra gomme, monitor, radio e strategia di gara
Dettagli tecnici nei box della 24 Ore di Le Mans 2026 tra gomme, monitor, radio e strategia di gara

La gara: Toyota torna a vincere, Ferrari resta ai margini

Dentro questo racconto c'è naturalmente anche la gara. La 24 Ore di Le Mans 2026 non ha consegnato alla Ferrari un'altra pagina trionfale, anzi. Dopo tre vittorie consecutive nella classe regina, la casa di Maranello è rimasta ai margini della lotta per il successo. Una settimana complicata già dalle qualifiche, poi una gara solida ma mai davvero brillante, sempre più dentro la zona tra il quinto e l'ottavo posto che nel confronto diretto per la vittoria assoluta.

La corsa l'ha vinta la Toyota #7 di Mike Conway, Kamui Kobayashi e Nyck de Vries, davanti alla BMW #20 di Robin Frijns, René Rast e Sheldon Van der Linde e all'altra Toyota #8 di Sebastien Buemi, Brendon Hartley e Ryo Hirakawa. Quarta la Cadillac #12, poi la prima Ferrari, la 499P #51 di Alessandro Pier Guidi, James Calado e Antonio Giovinazzi, quinta a oltre due minuti dalla vetta. Settima la campionessa in carica Ferrari AF Corse #83 con Yifei Ye, Robert Kubica e Phil Hanson, mentre la #50 ufficiale di Antonio Fuoco, Nicklas Nielsen e Miguel Molina non ha visto il traguardo.

È stato un verdetto netto, perché nessun equipaggio della casa del Cavallino Rampante è mai sembrato nelle condizioni di imporre il proprio passo come nelle edizioni precedenti. Anche il BoP, il Balance of Performance con cui nel mondiale endurance vengono riequilibrate le prestazioni tra vetture diverse, ha inciso sul quadro tecnico della settimana, insieme ad altri fattori: qualifiche complicate, passo non all'altezza delle migliori e una gara sempre più di gestione che d'attacco. Non una debacle spettacolare, non una corsa crollata all'improvviso, ma qualcosa di diverso e forse più indicativo: una 24 Ore anonima, regolare a tratti, però senza quel margine tecnico e strategico necessario per stare davanti quando la corsa entra nella sua fase decisiva. A Le Mans anche questo pesa. Perché chi arriva da tre vittorie consecutive non viene misurato soltanto sul risultato finale, ma sulla capacità di restare al centro della gara. E nel 2026 Ferrari non c'è riuscita.

La Ferrari 499P campionessa in carica e la Toyota vincitrice della 24 Ore di Le Mans 2026,
La Ferrari 499P campionessa in carica e la Toyota vincitrice della 24 Ore di Le Mans 2026,

Eppure la presenza del Cavallino si sentiva comunque. Anche fuori dalla pista. Nel paddock, mentre il circuito continuava a svuotarsi e riempirsi a ondate, John Elkann è stato visto arrivare nel paddock su un caddy proprio mentre molti si dirigevano verso l'uscita. Una scena laterale, rapida, ma significativa: nello stesso weekend in cui la Formula 1 correva a Barcellona, il vertice Ferrari era lì, a Le Mans. Non per celebrare una vittoria, questa volta, ma per esserci. Perché ormai la 24 Ore è tornata a essere un pezzo centrale dell'identità sportiva Ferrari, anche nelle giornate in cui il risultato non è quello sperato.

La gara, però, non viveva solo della Hypercar. In LMP2 ha vinto la Inter Europol Competition #43 di Jakub Smiechowski, Tom Dillmann e Nick Yelloly, davanti all'altra vettura del team polacco, la #343. In LMGT3 il successo è andato alla Corvette #33 di TF Sport con Ben Keating, Nicky Catsburg e Jonny Edgar. Anche questo fa parte della natura della 24 Ore: mentre davanti si decide la vittoria assoluta, sotto scorrono altre gare, altri equilibri, altre storie parallele. Le Mans è una corsa unica solo in apparenza. In realtà sono più gare sovrapposte, tutte dentro lo stesso rumore.

Per questo Le Mans, vista da dentro, non si lascia ridurre all'ordine d'arrivo. La classifica finale è il punto di arrivo, non l'unica chiave del racconto. Prima ci sono state le ore di gestione, il traffico, le soste, le neutralizzazioni, i doppiati, la notte, l'affidabilità, la pressione sulle squadre, il pubblico che continuava a muoversi mentre la gara cambiava forma. La vittoria Toyota è il titolo sportivo. Tutto ciò che la circonda è il motivo per cui quel titolo pesa così tanto.

Dettagli dell’Hydrogen Village della 24 Ore di Le Mans 2026 dedicato al futuro dell’endurance tra fuel cell e combustione a idrogeno
Dettagli dell’Hydrogen Village della 24 Ore di Le Mans 2026 dedicato al futuro dell’endurance tra fuel cell e combustione a idrogeno

L'idrogeno e il futuro dentro una corsa antica

Dentro Le Mans, però, non c'è solo la gara che si sta correndo. C'è anche l'idea di ciò che la gara può diventare. L'Hydrogen Village è uno dei luoghi in cui questa vocazione appare in modo più chiaro. Toyota, Alpine, Ligier, TotalEnergies, MissionH24 e gli altri attori coinvolti raccontano il possibile futuro dell'endurance non come un tema astratto, ma attraverso oggetti, componenti, prototipi, pannelli tecnici, motori e sistemi di alimentazione.

Il contrasto con ciò che accade fuori è quasi perfetto. Da una parte il pubblico cerca il rumore, la velocità, il passaggio delle Hypercar, l'odore e la fisicità della corsa. Dall'altra, dentro gli spazi dedicati all'idrogeno, si parla di transizione energetica, combustione interna alimentata a idrogeno, fuel cell, stoccaggio, efficienza, emissioni. La 24 Ore tiene insieme il passato emotivo del motorsport e il suo possibile futuro industriale.

Il punto non è soltanto mostrare l'idrogeno come alternativa. È ricordare che l'endurance è sempre stata un laboratorio. Le Mans ha obbligato i costruttori a misurarsi con la resistenza, l'efficienza, il consumo, l'affidabilità e la gestione dell'energia molto prima che queste parole diventassero centrali anche per l'auto di tutti i giorni. Oggi quel discorso passa anche dalla transizione energetica. E qui non viene presentato come rottura, ma come prosecuzione della stessa storia.

La parete dei manifesti storici nel museo della 24 Ore di Le Mans racconta un secolo di endurance
La parete dei manifesti storici nel museo della 24 Ore di Le Mans racconta un secolo di endurance

Il museo: quando la festa entra nella memoria

Poi c'è il museo, inaugurato pochi gironi prima. Ed è lì che Le Mans cambia completamente passo. Dopo il rumore, la folla, il ristoro, le tribune, il caldo, i maxischermi e il movimento continuo, entrare nel museo significa passare in un'altra dimensione. La gara fuori continua. Si sente ancora, in lontananza. Ma dentro il tempo si ferma e si accumula.

Il museo non è un deposito di vetture. È la memoria fisica della 24 Ore. Ci sono auto, caschi, tute, bandiere, biglietti, schede di iscrizione, fiches di controllo, documenti, manifesti, coppe, fotografie. Oggetti che raccontano quanto Le Mans sia stata, prima ancora che un evento sportivo, una costruzione culturale. La parete dei manifesti, da sola, spiega come sia cambiato il modo di raccontare la corsa: in principio avventura meccanica, poi sfida industriale, poi evento televisivo, poi marchio globale.

Dentro il museo la storia si legge dalle forme. All'inizio le auto sembrano quasi carrozze motorizzate: fari enormi, ruote strette, abitacoli aperti, motori esposti. Poi, stanza dopo stanza, le carrozzerie si abbassano, le ruote si allargano, arrivano le code lunghe, le ali, i fari carenati, i cockpit chiusi, i prototipi ibridi. È sempre la stessa corsa, ma ogni epoca le ha dato una risposta tecnica diversa.

Le auto illuminate nelle sale buie non sembrano archiviate. Sembrano in attesa. Porsche, Ferrari, Toyota, Audi, Alpine, Renault, Ford: ogni marchio ha lasciato lì un pezzo della propria identità. Alcune vetture non hanno neanche bisogno di essere spiegate. La livrea Gulf, una Ferrari 250 LM rossa, una Ford GT40, un prototipo Audi: basta vederli fermi, nel buio, per capire che la 24 Ore non vive solo di classifiche. Vive di immagini rimaste nella memoria.

La Hall of Fame della 24 Ore di Le Mans con una Ferrari storica esposta nel museo del circuito
La Hall of Fame della 24 Ore di Le Mans con una Ferrari storica esposta nel museo del circuito

A Le Mans il presente corre sempre contro il passato

Il museo serve a rimettere tutto in prospettiva. Fuori corrono le Hypercar del 2026. Dentro ci sono le macchine che hanno costruito il vocabolario tecnico, estetico e sentimentale della 24 Ore. Il risultato è inevitabile: le auto che in pista sembrano modernissime, viste dopo il museo, appaiono già come parte del futuro archivio di Le Mans. Le livree, le soluzioni aerodinamiche, i cockpit, le strategie, le vittorie e le sconfitte di oggi un giorno saranno materiale da teca, da pannello, da racconto.

È questa consapevolezza a rendere Le Mans diversa. Ogni edizione non vive soltanto per il risultato finale. Vive perché aggiunge un frammento a una storia già enorme. Ferrari, Porsche, Toyota, Cadillac, Peugeot, Alpine, BMW, Aston Martin, McLaren: ogni costruttore arriva con un obiettivo sportivo, ma anche con il peso del proprio nome. Qui non si corre mai soltanto contro gli avversari. Si corre contro la memoria del marchio, contro ciò che quella macchina rappresenta, contro le vittorie già ottenute e quelle mancate.

La Ferrari lo sa bene. A Le Mans ogni suo ritorno e ogni sua vittoria non sono mai soltanto fatti sportivi. Riaprono un rapporto con la leggenda. Ma proprio il 2026 ha ricordato quanto questa corsa non conceda rendite di posizione. Dopo tre successi consecutivi, la 499P è rimasta fuori dalla lotta per la vittoria, prigioniera di una gara più anonima che drammatica. La storia costruisce il mito, ma non protegge dal presente: a Le Mans ogni anno ricomincia da capo, con la stessa crudeltà.

Il trofeo della 24 Ore di Le Mans esposto nel museo del circuito, simbolo della gara endurance più famosa del mondo
Il trofeo della 24 Ore di Le Mans esposto nel museo del circuito, simbolo della gara endurance più famosa del mondo

Perché non è soltanto una gara di auto

Alla fine, dopo aver attraversato il circuito, i box, i villaggi tecnologici, le tribune, il museo e i punti in cui la pista appare e scompare dietro reti, vetrate e strutture, la risposta diventa evidente. La 24 Ore di Le Mans non è soltanto una gara di auto perché contiene molte cose insieme.

È una competizione durissima, certo. Ma è anche una festa popolare lunga un giorno e una notte. È una città temporanea che vive intorno al rumore dei motori. È un laboratorio tecnico in cui il futuro dell'automobile viene mostrato accanto alla sua storia. È un museo vivente, perché ogni edizione dialoga con quelle precedenti. È un rito industriale, sportivo e culturale in cui il presente del motorsport viene misurato continuamente con il suo passato.

Le Mans non premia solo la velocità. Premia la resistenza, la precisione, l'organizzazione, la capacità di non perdere lucidità quando la gara sembra non finire mai. Premia chi resta. Le auto, i piloti, i meccanici, gli ingegneri, i tifosi. E anche chi la racconta, dopo essere rimasto dentro il circuito abbastanza a lungo, capisce che il punto non è vedere tutto. Sarebbe impossibile. Il punto è diventare, per chi legge, occhi e orecchie dentro un evento troppo grande per essere contenuto in un solo sguardo.

Per questo Le Mans continua a essere diversa. Perché quando la gara è ancora lunga e il tempo sembra essersi dilatato, si capisce davvero il senso della 24 Ore. Non è una maratona di auto. È un luogo in cui il motorsport diventa esperienza, festa, memoria e futuro. Una corsa che non si esaurisce nella bandiera a scacchi, perché continua a vivere nelle macchine che entreranno nel museo, nei documenti che diventeranno reperti, nelle immagini che resteranno appese alle pareti e in quella sensazione rara: aver assistito non soltanto a un evento sportivo, ma a un pezzo di storia mentre stava accadendo.

autopromo immagine
Più che un giornale
Il media che racconta il tempo in cui viviamo con occhi moderni
api url views