Kate Fretti, ex fidanzata di Marco Simoncelli: “Ho sofferto troppo. Ma rivivrei il nostro amore nonostante il dolore”
Ci sono luoghi in cui il tempo sembra scorrere con regole diverse, e il circuito di Misano è senz'altro uno di questi. Tra il rombo dei motori, le macchie di giallo e il rosso delle livree speciali, la presenza di Marco Simoncelli continua ad aleggiare viva, potente, quasi tangibile. A custodire ed alimentare questa eredità non c’è solo la passione dei tifosi, ma il lavoro quotidiano e silenzioso della Fondazione Marco Simoncelli, guidata da chi Marco l'ha vissuto da vicino. Kate Fretti si è raccontata a cuore aperto dopo il Gran Premio di Misano, una chiacchierata sincera e priva di retorica che intreccia il bilancio dei quindici anni di attività della Fondazione – tra progetti benefici sul territorio e il ricordo del ‘Sic' – con il racconto intimo di un percorso personale non privo di ostacoli. Dal dolore iniziale che la spingeva ad allontanarsi dal paddock, fino alla maturità di oggi, capace di accogliere le lacrime degli appassionati e trasformarle in energia per il futuro. Con un occhio di riguardo alla figura iconica e burbera di Paolo Simoncelli e al ricordo di un campione che, a gennaio prossimo, avrebbe compiuto quarant'anni.
Misano è sempre un po', come il Mugello, un frullatore per chi ha delle attività legate al mondo del motorsport. È così?
Abbiamo il doppio della gente e il doppio degli impegni. Quest’anno, poi, è stato ancora più particolare: secondo me c’era molta più gente che si è avvicinata a noi, anche grazie alle livree speciali che il Team Gresini ha realizzato in ricordo di Marco. Abbiamo lavorato tantissimo, avevamo due stand – uno al Prato 1 e uno nella Square – ed è stato un costante, bellissimo delirio.
Ma con Gresini è stata una collaborazione concordata o si è trattato di un omaggio a sorpresa?
Io non ne sapevo molto, anche perché Paolo Simoncelli non mi rende sempre partecipe di queste cose. A volte sì, ma altre volte si dimentica oppure pensa che certe questioni non tocchino direttamente me o la Fondazione e le tiene per sé. L’ho scoperto casualmente in palestra. Mi hanno detto: "Hai visto le livree per Misano?". Le guardo e gli chiedo: "Ma Paolo lo sa?". Io pensavo non ne sapesse nulla neanche lui ed ero preoccupata che gli venisse un colpo! Invece era informato eccome: il giovedì sera è andato alla presentazione ufficiale con Carmelo Ezpeleta e Nadia Padovani. Per me è stata una splendida sorpresa e, forti di questa iniziativa, come Fondazione abbiamo lavorato di più sfruttando anche l'onda mediatica generata da Gresini.

Che personaggio è Paolo? Perché me lo descrivono spesso in un certo modo…
Negli anni è molto cambiato, è diventato decisamente più malleabile e morbido. Diciamo che la maturità l'ha ammorbidito! All'inizio, quando l’abbiamo conosciuto, persino gli amici di Marco erano terrorizzati da lui. Adesso invece la moglie Rossella conferma che si è calmato parecchio. È diventato un po' più "politico", forse perché prima era semplicemente il papà che seguiva il figlio ai Gran Premi, mentre oggi gestisce un team e si interfaccia con tante realtà. Poi, certo, a tratti rimane burbero: se è la giornata no, mi dà due risposte secche e capisco subito che non è il momento. Mi dico: "Vabbè, questa cosa gliela chiedo dopodomani quando gli sarà passata". È fatto così.
Tra le attività della Fondazione di cui andate più orgogliosi, quali ci racconti? In questi anni avete realizzato tantissimi progetti importanti.
Siamo partiti sostenendo progetti all’estero tramite altre associazioni, per poi decidere di concentrare tutto il nostro operato in Italia, dato che i nostri donatori sono prevalentemente italiani e il bisogno qui è tanto. Costa di più intervenire sul territorio nazionale, ma era la cosa giusta da fare. L'unica eccezione rimane il nostro primo storico progetto nato con la Fondazione Francesca Rava di Milano: la costruzione di una struttura all'interno di un orfanotrofio in Repubblica Dominicana dedicata ai ragazzi disabili, che prima non potevano essere accolti. Lì ospitano circa venti ragazzi all'anno e due anni fa abbiamo donato altri 12.000 euro per l'acquisto di carrozzine specifiche. Quella struttura si chiama "Casa San Marcos", porta il nostro logo e continuiamo a sostenerla con affetto.
E poi c'è anche un altro progetto, il centro diurno…
Sì, in Italia, l'opera più grande è senz'altro il centro diurno di Santa Maria del Piano, diventato poi anche casa famiglia, dotato di palestra, parco giochi e piscina riabilitativa riscaldata. È gestito dalla comunità di Monte Tauro, che porta lì una cinquantina di ragazzi a fare terapie e laboratori. Aver realizzato una struttura simile è il nostro motivo di orgoglio più grande in questi quindici anni. Negli ultimi tempi, invece, ci stiamo concentrando sulla fornitura di macchinari medici ad alta tecnologia.
Infatti ho notato un forte impegno sul fronte delle apparecchiature ospedaliere.
Esatto. Acquistiamo ecografi, archi radiologici e respiratori destinati principalmente agli ospedali di Rimini e Riccione, e ora vorremmo ampliare il raggio d'azione anche fuori regione. Ci sosteniamo finanziando un paio di progetti importanti all'anno. Per evitare ingiustizie tra i vari reparti, dall'anno scorso collaboriamo direttamente con l'AUSL Romagna: un progetto lo individuiamo noi e uno lo indicano loro in base alle reali priorità d'urgenza dei presidi sanitari.

Senti, com’è continuare a lavorare nel nome di Marco? Immagino sia un impegno quotidiano gratificante per il bene che genera, ma anche emotivamente complesso da gestire. È un pensiero costante o fa ormai parte della tua routine?
Ha un doppio risvolto. Lavorare in Fondazione ha trasformato tutta la realtà legata a Marco in un’attività lavorativa vera e propria. Oggi, quando mi parlano del ‘Sic', la mia mente va subito alle cose da sbrigare per la Fondazione, alle donazioni o alle pratiche da gestire. Se questo impegno mi causasse un dolore insopportabile avrei cambiato strada da tempo.
Che effetto fa, il tempo?
Nel 2012, quando ho iniziato, andare ai Gran Premi mi faceva stare malissimo. A fine stagione dissi a Paolo che non sarei più andata alle gare perché soffrivo troppo. Lui fu molto comprensivo: me ne lasciò la piena libertà, chiedendomi solo di organizzare la presenza dei volontari. Con il tempo ho ridotto le uscite a quattro o cinque tappe all'anno e oggi riesco persino a divertirmi. Col senno di poi, ho sbagliato a iniziare subito dopo la scomparsa di Marco: avevo bisogno di tempo per elaborare il lutto. All'epoca non riuscivo a essere empatica; quando le persone si avvicinavano piangendo, nella mia testa pensavo egoisticamente: "Ma perché piangi tu?". Oggi è diverso. Quando un tifoso si commuove a distanza di quindici anni, capisco la forza di ciò che Marco ha lasciato e cerco di restituire tutto quell'affetto con l'empatia che allora mi mancava.
C'è stato un momento recente che ti ha toccato in modo particolare?
Proprio durante questo ultimo Gran Premio di Misano. È stata la prima volta dopo quindici anni che mio padre è tornato nel paddock. Nei giorni successivi gli ho mandato un messaggio per chiedergli come stesse e lui mi ha risposto: "È sempre tutto bellissimo, con un po' di nostalgia". Quelle parole mi hanno riaperto un mondo. Per me il rientro nei box era avvenuto nel 2012, per Paolo nel 2013 con la nascita del team; per mio padre stava accadendo solo adesso. Rivedere le livree dedicate a Marco, i video e leggere quel messaggio mi ha provocato un forte scombussolamento interno. Poi però ho riflettuto su una cosa: il motociclismo avrebbe potuto trasformarsi in un tabù insormontabile per tutti noi, un ambiente da rifiutare. E invece guarda cosa siamo riusciti a costruire. Paolo stesso, pur non vivendo le gare con spensieratezza, oggi frequenta il paddock con una serenità che all'inizio sembrava impossibile.

Il vostro è un esempio straordinario di come si possa affrontare un trauma trasformandolo in energia positiva. Molti tifosi dopo la scomparsa di Marco hanno smesso di seguire le moto, mentre voi vi siete rialzati per fare del bene.
Un merito enorme va proprio alla gente. Se andassimo ai Gran Premi e trovassimo lo stand vuoto, oltre al danno economico per la Fondazione, proveremmo un senso di umiliazione e sconforto terribile. Invece l'affetto straordinario, il supporto costante e le donazioni degli appassionati ci danno la forza di andare avanti. A tutte queste persone possiamo solo dire un immenso grazie.
Al di là del lavoro con la Fondazione, cosa ti piace di più oggi quando vivi il weekend di gara?
A Misano la cosa più bella è stata la condivisione con gli amici di sempre. Stare allo stand insieme dalle otto del mattino alle sei di sera sembrava di essere tornati ai tempi delle attività del gruppo giovani dell'oratorio. Poi ci siamo spostati tutti nell'hospitality gestita da Martina Simoncelli per l'aperitivo e la cena, dove sono riuscita a far entrare anche i miei genitori che hanno potuto riabbracciare Paolo e Rossella. Ecco, mi piace la convivialità e il calore della gente che si ferma a chiacchierare, a raccontarci di loro, del rapporto che hanno con la passione per le moto e il ricordo di Marco.
Cambieresti qualcosa di Marco pur di riaverlo qui?
Nulla, come potrei. Era divertente, allegro, simpatico. Aveva quella sana superficialità che ci faceva vedere tutto con leggerezza, ma anche con solarità. Se devo trovarli un difetto, ecco, era un ritardatario cronico, ma lui era così prendeva tutto con filosofia. Mi faceva arrabbiare, ma poi aveva la capacità di riconquistare il tuo sorriso in un secondo. Non cambierei nulla di Marco. Rivivrei tutto altre cento volte. Anzi, cento no… si soffre troppo (ride, nda). Ma tre o altre quattro volte rivivrei la nostra storia d'amore, nonostante sia finita così. È stata bellissima.