Paolo Simoncelli: “Valentino Rossi mi dice che sogna Marco. Ti accorgi che la morte non è il peggio”

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Paolo Simoncelli ricorda il figlio, tra talento e vita vissuta senza compromessi: il ritratto intimo di un papà e del campione rimasto nel cuore di tutti.

Dai veleni mediatici alle sfide del Motomondiale, fino al ricordo indelebile del figlio Marco Simoncelli e al legame speciale con Valentino Rossi e con il suo idolo Giacomo Agostini. Paolo Simoncelli si racconta a Fanpage.it senza filtri, con quella schiettezza genuina che lo ha sempre contraddistinto. Patron della Squadra Corse SIC58, Simoncelli fa il punto sulle sue recenti dichiarazioni d'attualità su Pecco Bagnaia, ripercorre i dieci anni di storia del team nato quasi per caso tra le minimoto e il Mondiale, e riapre il cassetto dei ricordi tra la Cava di Rossi, i sacrifici della famiglia e l'orgoglio per i propri piloti.

Paolo, ultimamente sono uscite delle due "bordate" a Bagnaia. Volevo chiederti intanto se sono state un po' travisate le tue parole o se confermi quello che sostanzialmente è uscito… Cioè che è meglio pensare alla pizza che a far polemica.
Guarda, questa è stata una chiacchierata registrata, però assolutamente non volevo dire qualcosa contro Bagnaia. Io a Pecco gli voglio bene. Poi dopo ho detto il mio pensiero, ma non per creare polemiche. Ci sono momenti, siccome ci sono passato anche con Marco, momenti brutti che forse conviene stare zitti e far finta di niente, sbattersene i coglioni, in poche parole! Ecco, volevo dire quello, non altre cose come qualcuno può aver inventato, insomma. Non era la mia intenzione parlar male di lui, anzi.

Che rapporto hai con i media, con il giornalismo, con i social?
Ma i social a me non interessano, non li leggo neanche. E i giornalisti… bisogna prenderli per quello che sono. Fanno il loro lavoro e chiaramente estrapolare una frase da qualcosa fa più chiasso che altre cose. Cioè, ognuno fa il suo lavoro, quindi bisogna… Poi a me non me ne frega niente! Possono dire quello che vogliono, io so chi sono, cosa voglio e cosa faccio. Sono tranquillo.

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Paolo Simoncelli, oggi a capo del team SIC58 Squadra Corse.

Parliamo un attimo del tuo team. Ormai è un po' che frequenti il Mondiale, volevo chiederti se sei soddisfatto fin qui del lavoro svolto o se invece ti aspettavi di più da questa esperienza fatta finora.
Ma guarda, se guardo la nostra storia, è una storia bellissima, perché abbiamo cominciato nel 2013 col Campionato Italiano. Eravamo con un furgoncino, due pilotini giovanissimi, Mattia Casadei e Sabatucci. Insomma, siamo arrivati ad avere credo cinque piloti nel Campionato Italiano. Poi siamo passati al CEV. È come andare a scuola, no? Parti dalle elementari, poi fai le medie… Nel 2017 al Mondiale, direi che abbiamo fatto ormai sono 10 anni… Sono quasi tutti gli stessi meccanici, lo stesso capotecnico. Il rimpianto c'è, sì, c'è non aver vinto il Mondiale né con Tatsuki né con Antonelli, che ci siamo andati vicino e avremmo potuto vincerlo. Però una volta si è infortunato Antonelli in Giappone, un'altra volta Tatsuki a Misano… E poi dopo quello lì sono i momenti che bisogna prenderli quando ci sono! Dopo il resto, purtroppo noi siamo nelle mani dei piloti, no? Tu gli puoi dare un missile quanto vuoi, ma la differenza la fa il pilota.

Misano resta Misano, vincere a casa tua è emotivamente un'altra cosa…
Abbiamo fatto anche un primo e secondo a Jerez, in Spagna. Tanta roba, eh! Però, Misano è casa. Quindi quei giorni lì, quei momenti lì sono irripetibili. Ti fanno male al cuore, però fanno tanto bene, perché se no sarebbe difficile andare avanti. Però alla fine facciamo sempre il nostro lavoro seriamente, il nostro obiettivo è quello di allevare i pilotini. E chiaramente arrivano da noi e noi gli insegniamo un po' come si sta al Mondiale e a guidare. Miracoli non ne facciamo, però vedo che quelli che sono andati via da noi per dispetto alla fine non hanno fatto niente. Quelli che abbiamo cresciuto e che sono rimasti con noi per crescere, alla fine un po' stanno raccogliendo.

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Paolo Simoncelli con Tatsuki Suzuki.

Senti, visto che prima hai citato Tatsuki e quel risultato incredibile ed emozionante… Ti dispiace un po' della scelta che ha fatto Tatsuki, cioè di abbandonare il mondo delle gare e di uscire un po' di scena per stare dietro le quinte? 
Tatsuki è un figlio di puttana, ma nel senso buono! Purtroppo, guarda, lui è stato veramente uno dei pochi piloti che quando correva mi emozionava. Perché lui è venuto da noi proprio con la voglia di crescere, con la voglia di imparare. E devo dire che mi sono immedesimato e abbiamo passato tre anni veramente bellissimi, perché lui ascoltava, lui voleva imparare, lui si segnava tutto… Addirittura durante la gara gli dovevo, attraverso la lavagna, dovevo dirgli cosa fare. E poi invece dopo c'è stato un momento…

E poi, cosa è successo?
Poi dopo ha cominciato a credere a quello che gli dicevano alcuni meccanici che erano da noi che stavano per essere licenziati, e ha cominciato a dirgli che la roba degli altri era tutta meglio, che noi lo trattavamo male, e quindi è andato a Leopard. Che avrebbe dovuto avere la roba per vincere il Mondiale, e invece alla fine l'hanno cacciato fuori. Beh, questo aiuta a capire che squadra sia la nostra, insomma.

È incredibile come uno sport che sembra uno dei più individualisti del mondo sportivo sia in realtà un grande lavoro di squadra, un grande sport di squadra. Seppur non sembri, perché poi in pista ci vanno i piloti.
Guarda, potrebbe sembrare, ma invece è un lavoro di squadra che parte poi da lontano. Perché con Tatsuki, per esempio, c'era un attaccamento diverso perché lui abitava a Riccione, era a casa mia, passavamo il Natale insieme, il Capodanno insieme… Cioè, proprio era diventato quasi un figlioccio. E quindi parte da lontano. Per gli altri piloti che arrivano da noi, chiaramente siamo un po' più limitati perché arrivano, stanno con noi tre giorni, quattro, e poi tornano a casa. E a questo proposito vorrei dire che a volte diciamo: "Ah, i genitori non devono entrare nel box perché fa casino, perché è qua…". Io non sono d'accordo, perché i genitori sono importanti. E tu puoi anche lasciare il babbo o la mamma fuori dal box, non far entrare nessuno, o il manager… Però alla fine la domenica torna a casa! E cosa farà? Sta 10 giorni con i genitori di nuovo in quell'ambiente lì, e chi gli ripeterà le stesse cose che magari sono il contrario delle nostre? E quindi è un equilibrio che parte da lontano. È veramente un lavoro di squadra, ecco.

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Un momento come tanti tra Marco Simoncelli e papà Paolo.

Dopo la morte di Marco avete continuato a stare in questo mondo. Uno può pensare che magari la cosa più facile da fare è girarsi dall'altra parte e dire: "Basta gare, basta corse". E invece ti sei detto: "No, in questo mondo ci voglio ancora stare, fa parte di me".
Allora, sicuramente girarsi dall'altra parte sarebbe la cosa più facile e succede credo nel 95% dei casi. È un dolore immenso, improvvisamente ti cambia la vita da un momento all'altro, ti destabilizza chiaramente. Devo dire che a noi ci ha aiutato tantissimo intanto avere la Martina, la sorella di Marco. E poi soprattutto, la cosa che ha aiutato tanto me e mia moglie, è sapere di aver fatto la cosa giusta. Cioè noi non abbiamo rimpianti, rimpianti veri. Nel senso che abbiamo fatto… sono andato a elemosinare per trovare i soldi, abbiamo fatto tutto quello che serviva perché Marco fosse felice. Marco quando è morto era felice, perché lui faceva la cosa veramente che voleva più di ogni altra cosa. E questo… è quello un po' che è stata la nostra forza.

E quand'è che hai maturato, o avete maturato, la voglia, il desiderio di creare un team che poi potesse ambire magari già al Mondiale?
La squadra è nata per colpa di Mattia Casadei e Aldo Drudi! (ride) Mattia Casadei era un ragazzino super vincente nelle minimoto qui della nostra zona, di Rimini, amico di Aldo Drudi. Marco con Aldo Drudi aveva un attaccamento morboso, poi dopo noi siamo rimasti amici e segue tuttora tutte le nostre grafiche, tutto quello che è il nostro team. E ha cominciato a rompere le palle dicendo: "Dai, fai una squadretta!" Che lui finiva le minimoto e doveva passare alle ruote alte. "Dai la squadretta, fai la squadretta, fai la squadretta…" Alla fine mi ha convinto, mi ha stressato l'anima, e ci sono cascato a fare la squadretta per questo Mattia Casadei.

Avete preso le moto.
Sì, abbiamo comprato due Hondine, insomma, un po' così… Beh, una cosa bella di quel momento, naturalmente ci vogliono i soldi perché sennò non la fai, questo è semplice. Comunque mi sono messo a cercare gli sponsor e siamo riusciti a partire. Devo dire che tutti ci hanno dato una mano. Casadei, devo dire che è rimasto con noi per tanto tempo, è cresciuto, ha vinto il Campionato del Mondo MotoE. Avrebbe potuto vincere di più, ma lui ha… c'ha un qualcosa… Forse a volte lui era tristissimo perché diceva: "Ah, c'ho una maledizione addosso!" (ride) Perché nel momento che doveva raccogliere, che era pronto, gli succedeva qualcosa: o cadeva o altri problemi. E dopo a un certo punto era diventata quasi un'ossessione. Però devo dire che è uno dei pochissimi piloti che e famiglia sono riconoscenti, e lo sono tuttora. Mi fa piacere che lui continui e raccolga tutti i frutti che può. Per il resto è nata così. Dopo l'appetito vien mangiando: facevamo bene, avevamo una bella squadra, la gente ci seguiva, eravamo belli graficamente, la gente ci voleva bene e quindi siamo andati avanti, avanti, avanti e siamo arrivati al Mondiale. Direi che per arrivare al Mondiale devo ringraziare ancora Carmelo Ezpeleta perché è stato un po' la pedina che ci ha portato… che ci ha sempre sostenuto e portato fino lì.

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Paolo Simoncelli abbraccia Riccardo Rossi.

Hai un tarlo nella testa… "Dai, prima o poi la MotoGP ce la toglieremo come sfizio" o no? O rimaniamo coi giovani, coi ragazzi?
No, perché mi sono reso conto nel tempo che… no. È un po' un circolo chiuso. E poi la MotoGP si parla di budget da 10-15 milioni di euro, cioè è diverso dai 2 milioni e mezzo, 2 milioni e 600 che ci vogliono in una Moto3. No, perché poi fare le cose per fare figure di merda… è meglio che fai poco, ma lo fai bene, insomma!

Che effetto ti ha fatto quando Valentino, ha aperto le porte di quello che poi diventerà il Ranch. C'era un po' di emozione, anche un po' di timore reverenziale nei confronti di uno che era un campione del mondo, o Vale è sempre stato alla mano per voi?
No, no, no. Devo dire che Marco e Vale hanno sempre avuto un rapporto molto bello. Dopo ci sono stati un po' di commenti nel momento che sono arrivati in MotoGP, che chiaramente erano uno contro l'altro, però il rispetto sempre. Anzi, direi che alla Cava, all'originale, si sono divertiti veramente tanto e Marco ha imparato tantissimo in quei momenti, perché è arrivato, mi ricordo che le prime volte prendeva… faceva ridere, insomma! Ma nel giro di due o tre volte è arrivato a lottare coi primi. Quindi è uno che imparava in fretta. Poi dopo alcune volte lui e Vale si scontravano veramente all'ultimo sangue, direi che si sono divertiti tutti e due ed è stata veramente uno dei momenti più belli poi della nostra vita sportiva, insomma.

Ogni volta che Vale racconta, quando va nelle varie parti e gli chiedono dell'Academy, lui cita sempre Marco, e secondo me questa è una cosa molto bella.
Beh, io credo che… io credo che la loro storia l'hanno vissuta e Marco lo considerava un amico, gli voleva bene. Chiaramente quello che è successo e come è successo, è stato difficile anche per lui perché alla fine la vita è strana, insomma. Coincidenze incredibili. Ogni tanto ci sentiamo, ci vediamo, ci abbracciamo, mi dice che ogni tanto lo sogna. Capita anche a me, è una cosa normale.

La prima volta che sei tornato in un circuito è stato difficile oppure è stato naturale?
Ti direi di no. Forse, l'unica emozione un po' particolare l'ho avuta la prima volta che sono tornato a Sepang dopo la morte di Marco. Ha fatto male. Si sono riaffacciati tanti ricordi. Lì c'è una targa piantata da dei fotografi e ogni andiamo lì. Questo lavoro però è stata la mia salvezza. Mi ha aiutato ad andare avanti e ad essere incazzato sempre.

Qualcuno dice che sei sempre stato severo.
Severo sì, ma dopo l'incidente sono anche incazzato.

Cambieresti qualcosa di Marco – del carattere o della professione – pur di riaverlo indietro.
No, assolutamente no. Rimpianti zero. Io e la sua mamma abbiamo fatto di tutto, sempre, per farlo felice. Ti garantisco che per lui correre era tutto.

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Paolo Simoncelli con Kate Fretti, fidanzata di Marco.

Che rapporto hai con Kate?
Straordinario. Lei è una figlia. Le voglio bene. Lei e Marco si erano trovati e lui era sereno perché stava bene con lei. Insomma, le cose troppo belle si rovinano. Non bisogna dire di stare bene o di essere felice perché poi succede qualcosa, e allora è per questo che io sono sempre incazzato. E continuerò a esserlo.

La tua fede è cambiata?
Io sono davvero incazzato con Cristo. Punto. L'ho detto anche al Papa. Gli ho preso il crocifisso in mano e gli ho detto sono incazzato con il tuo capo e lui mi ha detto che avevo ragione. Però poi nel tempo ti accorgi e vedi delle cose. Vedi delle persone che stanno male, malissimo e ti accorgi che la morte non è il peggio. Qualcuno mi dice che sono forte, ma poi vedi i genitori di quei ragazzi che stanno male, sempre. Quelli si che sono forti, che sono santi. Io al loro confronto non sono nessuno. Sono arrabbiato, ma al mondo c'è chi sta peggio. Io la penso così.

Con la Fondazione avete fatto un sacco di progetti.
Sì, assolutamente. Dal centro diurno agli strumenti per gli ospedali. Questo secondo me è il grande miracolo di Marco, come lo chiamo io. Noi possiamo discutere, di sport, di politica, di qualsiasi cosa e non essere d'accordo. Poi parliamo di Marco e improvvisamente siamo tutti d'accordo. Apre tutte le porte e mi fa star bene. Ecco, Marco anche da morto è un gran figlio di puttana. È incredibile!

Chiudo con delle curiosità: chi era il tuo idolo da bambino?
Giacomo Agostini, poi Villenueve.

Ma lì in Romagna con le mototemporade non si tifava Renzo Pasolini?
Sì, quasi tutti, ma io tifavo per Ago. Grazie a lui ho iniziato ad appassionarmi alle corse di moto. Ora tifo Marquez. Qui tutti siamo innamorati di Valentino. Nessuno odia Vale. Vale è questo sport.

Ma qualche detrattore ce l'ha anche Rossi.
Perché non capiscono un cazzo. Semplice. Chi ama davvero le corse, ama Valentino. Come adesso ama Marquez.

Bez lo ha buttato quest'anno?
Secondo me sì. È stato un po' sfortunato, ma lo vincerà in futuro, è forte. Mi spiace solo che se dovesse vincere Aprilia lo vince con Jorge che l'anno scorso era praticamente fuori dall'azienda. È un'ingiustizia. Preferisco lo vinca Marquez piuttosto che Martin.

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