I piloti MotoGP non vogliono correre in Qatar: se si rifiutano rischiano l’esclusione da Portogallo e Valencia

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Le rassicurazioni sul GP in una zona vicina a un’era di conflitto non bastano a eliminare tutti i dubbi, ma i piloti non hanno scelta. Chi dice no può avere pesanti ripercussioni, anche sulla prossima stagione.

In MotoGP i piloti non vogliono correre in Qatar, ma se dicono di no rischiano di saltare anche Portogallo e Valencia oltre a ricevere una serie di sanzioni sportive ed economiche accessorie. Devono andare in pista in un'area toccata dal conflitto tra USA-Israele e Iran, e quando manifestano dubbi si ritrovano davanti a multe, sanzioni della FIM e all'esclusione dalle ultime due gare. È per questo che a Phillip Island tre piloti su quattro erano contrari alla trasferta e una settimana dopo, nella riunione di Sepang, i contrari erano rimasti solo in tre. E questo non perché la percezione del pericolo era pretestuosa, né le preoccupazioni per i rischi solo svanite nel giro di una settimana. Ma è diventato chiaro il prezzo elevato di un eventuale rifiuto. Non c'è altra scelta che accettare.

Il dissenso dei piloti svanito: cosa è successo in un settimana

La conta dei piloti fa capire tutto. Un sondaggio fatto in Australia ha rivelato che tre quarti del gruppo era contrario a recarsi in Qatar, in un'area turbolenta e troppo vicina a una zona teatro di guerra. A distanza di una settimana, in Malesia il numero dei dissenzienti si è quasi azzerato. I no sono diventati appena tre, come emerso a margine della riunione di venerdì sera. Tutti hanno recepito, forte e chiaro, il monito recapitato: se non partecipi al GP fornendo motivazioni valide e comprovate sull'impossibilità di essere presente al circuito internazionale di Lusail, non corri più. E puoi avere pesanti ripercussioni, anche sulla prossima stagione. Quali? Eccole, in sintesi: se il Team viene multato, la totalità dell'ammenda è a carico del pilota; la FIM valuta l'assenza come ingiustificata e rilascia una sanzione grave; e, cosa peggiore, il tuo mondiale finisce qui perché sei fuori da Portimao e Valencia.

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Lo spettacolo deve continuare, a ogni costo. E non sono ammesse eccezioni. È il messaggio che filtra dai vertici della MotoGP e dalle istituzioni. I piloti devono assumersi il rischio di andare in un'area sotto allerta ma se manifestano perplessità legittime sulla trasferta sanno già che saranno puniti severamente. "Se sganciamo una bomba, speriamo non cada vicino…", aveva ammesso ironicamente Pedro Acosta. Non è più una scelta, ma un sì obtorto collo. Una specie di "ricatto", volendo utilizzare un termine molto brutale così com'è percepito da chi è messo spalle al muro per le conseguenze finanziarie e sportive a cui va incontro.

Le garanzie offerte dal governo qatariota

MGPSEG, la società che detiene i diritti commerciali e organizza il campionato del mondo di MotoGP, e Dorna sostengono che non vi sono problemi. Che non c'è alcun rischio per la sicurezza dei piloti. Il governo qatariota avrebbe già pronto un piano di evacuazione per tutto il paddock e assicura il rimpatrio di tutti team, oltre a essere disposto a pagare in caso di chiusura dello spazio aereo. Il GP per adesso resta lì, in calendario. E i piloti appaiono rassegnati. Perché si sono fatti due conti.

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