Dino Chiesa, l’uomo che ha lanciato Kimi Antonelli: “Era troppo buono. Gli abbiamo insegnato ad essere cattivo”

Kimi Antonelli bambino in tuta da kart accanto a Dino Chiesa, con il suo kart e il casco in primo piano.
Kimi Antonelli insieme a Dino Chiesa durante gli anni del karting con Kart Republic.
Dino Chiesa, che ha seguito Kimi Antonelli nei kart, racconta a Fanpage.it il bambino diventato campione del mondo: gli abbracci dopo le vittorie, il rapporto con i genitori e il difetto che ha dovuto correggere.

Kimi Antonelli aveva già vinto un Europeo di kart quando, dopo le gare, correva ad abbracciare Dino Chiesa stringendosi alla sua pancia. "Come fanno i bambini con una persona grande", ricorda l'uomo che lo ha seguito per quattro anni durante la sua formazione. Lo stesso ragazzino che, una volta salito sul kart, riusciva a essere mezzo secondo più veloce dei compagni di squadra senza aver bisogno di giorni di prove. Chiesa aveva lavorato anche con Lewis Hamilton e Nico Rosberg, e quando Mercedes gli affidò Kimi capì rapidamente che aveva davanti un altro talento destinato ad arrivare lontano.

Oggi quel bambino è diventato campione del mondo di Formula 1. Chiesa ne ripercorre la crescita in questa intervista esclusiva a Fanpage.it. Racconta il carattere di Kimi, il difetto che dovette correggere, il ruolo dei genitori, l'incidente che rischiò di compromettere la sua carriera e le decisioni prese insieme alla Mercedes per accelerarne il percorso verso la F1.

Quando hai visto Antonelli per la prima volta e che cosa ti colpì?
"Kimi correva ancora nella Mini e non era con me. Lo vedevo da distante durante i weekend di gara, ma era già sotto contratto con la Mercedes e quindi aveva un po' i riflettori addosso. Noi del mestiere un'occhiata in più gliela davamo, per capire se avevano scelto davvero un ragazzino con qualcosa di speciale. Si vedeva già che aveva la stoffa. Però nella Mini non riesci mai a valutare fino in fondo quanto un pilota possa diventare forte. Si usa pochissimo il freno, le velocità non sono altissime, il peso è diverso. È un po' come paragonare il calcetto al calcio. Quando è passato ai kart grandi, nella Junior, è venuto subito da me. Lì ho avuto la conferma di quello che avevo intravisto da fuori".

Come arrivò la decisione di affidare Kimi proprio a te? Quale ruolo ebbero Mercedes, Gwen Lagrue, Toto Wolff e suo padre Marco?
"Gwen Lagrue lo conoscevo da molto tempo, frequentava già l'ambiente del karting. Quando prese Kimi nel programma Mercedes si avvicinò a me perché sapeva come lavoravo con i ragazzini. C'erano già stati Hamilton, Rosberg e anche Nyck de Vries. Aveva deciso che Kimi sarebbe diventato un mio pilota appena fosse passato alle categorie superiori, perché io la Mini non la faccio. Anche Marco Antonelli mi conosceva e sapeva a chi stava affidando suo figlio. Toto Wolff seguiva da lontano, aveva tante altre cose da fare. Poi, quando arrivano sempre buoni risultati, tutto diventa più semplice. Mercedes era convinta della propria scelta".

Hai lavorato con Hamilton, Rosberg e altri piloti arrivati ai vertici dell'automobilismo. Qual era la qualità particolare di Antonelli?
"Talento, velocità e prestazione sono caratteristiche che devono avere tutti i campioni. Ma Kimi aveva una cosa impressionante: alzava immediatamente l'asticella. Metteva in pista il mezzo, che fosse un kart o una macchina, e andava subito al suo limite, al 99%. Non ci arrivava gradualmente. Quando correva con me avevo cinque, sei o sette piloti nella stessa categoria. Kimi metteva giù il kart ed era magari già mezzo secondo più veloce di tutti gli altri. Poi alla domenica qualcuno riusciva anche ad arrivare ai suoi tempi, ma dopo quattro giorni di prove. Lui era già lì dal primo momento. È un vantaggio enorme, soprattutto quando ti trovi in una situazione difficile e devi essere subito pronto".

C'era invece qualcosa che Kimi non sapeva ancora fare bene? Un difetto sul quale avete dovuto lavorare?
"Dovevamo spingerlo a essere un po' più cattivo, sportivamente parlando. Kimi è buono dentro, lo vedi proprio caratterialmente. Questo lato lo sta migliorando, anche in Formula 1 ho visto qualche situazione in cui ha fatto capire che non è tenero. Però deve continuare a diventare più duro nei duelli, sempre dentro i limiti del regolamento. Se dovesse trovarsi testa a testa con Verstappen, sappiamo tutti che bisogna essere capaci di tenergli testa. Max, per esempio, all'inizio era uno che o vinceva o saltava per aria. Poi con l'esperienza ha imparato anche ad accettare un secondo posto. Oggi credo che a parità di macchina potrebbe ancora essere superiore a Kimi, proprio per esperienza e per certe malizie".

Al di là della pista, qual è il ricordo personale più bello che conservi del Kimi bambino?
"Lui era tanto buono. Anche quando aveva 13 o 14 anni e aveva già vinto un campionato europeo, l'abbraccio che mi dava dopo una vittoria non era quello tra due persone alla pari. Veniva e mi abbracciava sul ventre, hai presente i bambini quando si attaccano alla pancia di una persona grande? Era così. Con me è sempre rimasto un bambino, anche se poi metteva giù la visiera e faceva una differenza enorme in pista. Questa cosa mi faceva tanta tenerezza, perché capivo che era proprio il suo modo di essere. Penso che sia ancora così. È molto umile e credo che sia anche uno dei motivi per cui è benvoluto nell'ambiente della Formula 1".

Nel 2019 Kimi vinse la WSK Euro Series davanti a Thomas ten Brinke, ma al Mondiale fu l'olandese a conquistare il titolo. Che cosa cambiò tra quelle gare?
"Bisogna sempre ricordare che il Mondiale di kart si corre in prova unica. Basta una sbavatura, un episodio, una situazione particolare e lo perdi, magari senza che dipenda dalla prestazione o da un errore del pilota. L'Europeo invece si corre su più prove e per me è quello che valorizza veramente il lavoro di un pilota e della squadra durante l'anno. Al Mondiale ci vuole anche una grande dose di fortuna. Kimi ha perso due Mondiali negli anni in cui correva con me, pur vincendo due Europei. In entrambi i casi ci furono condizioni complicate dalla pioggia e nel secondo arrivò anche l'incidente. Quando fai una sola gara può succedere qualsiasi cosa. All'Europeo trovi gli stessi piloti e le stesse squadre del Mondiale, ma hai più gare per dimostrare il tuo valore".

Immagine
Kimi Antonelli dopo la vittoria del Mondiale F1.

Proprio nel 2020, al Mondiale di Portimao, Antonelli rimase coinvolto in un incidente molto violento. Tu eri presente: cosa ricordi?
"Me lo ricordo bene perché eravamo lì e purtroppo Kimi si fece molto male. C'erano la mia compagna e la mamma di Kimi, mentre Marco non era presente perché impegnato con il lavoro. Abbiamo dovuto occuparci anche di tutto quello che succede in una situazione del genere, gli ospedali e le cure. Perché prima ancora del pilota c'è un bambino che si fa male. E per noi era anche un po' il nostro bambino".

Come affrontò il recupero? Ci fu il timore che quell'infortunio potesse rallentare la sua carriera?
"Il recupero andò benissimo perché cercammo di fare tutto nel modo migliore. Io conoscevo Michele Zasa, che lavorava con il dottor Costa nell'ambiente del Motomondiale, e ci fu anche il suo aiuto. Kimi venne curato e operato, e a gennaio era già tornato in forma. Poi nel 2021 riprese a vincere. La sua rabbia era soprattutto quella di non poter correre, di dover restare lontano dalla pista. Non poter fare le gare era la cosa che gli pesava di più".

Nel 2020 Antonelli conquistò l'Europeo per appena due punti su Taylor Barnard, un altro ragazzo passato dalla tua struttura. Nel 2021 arrivò invece davanti a Rafael Camara, Arvid Lindblad e Nikola Tsolov. Quanto era difficile gestire tanti talenti insieme?
"Nel 2021 i primi quattro dell'Europeo erano tutti miei piloti. Antonelli, Camara, Lindblad e Tsolov: quattro ragazzi veramente forti. Ho avuto la fortuna di averli tutti nella stessa squadra, almeno così per me era più facile vincere (ride, ndr)! Kimi era probabilmente quello con un po' più di talento, almeno nel kart. Ma parliamo di differenze piccole, perché anche gli altri erano fortissimi. Io avevo la possibilità di vederli tutti con lo stesso materiale e quindi di confrontarli direttamente".

E come evitavi che nascessero problemi o sospetti di favoritismi tra compagni di squadra che si contendevano un campionato?
"Nei kart hai un vantaggio: puoi dimostrare che il materiale è uguale. Puoi scambiare i telai, i motori, far provare a un pilota il kart del suo compagno. Se continui ad andare più piano anche con il suo mezzo, capisci che la differenza non è nel materiale. Noi non abbiamo mai fatto favoritismi. I ragazzi poi sono anche abbastanza semplici da gestire: se uno arriva secondo dietro al compagno, vuole batterlo la gara successiva. A volte sono più difficili da gestire i genitori, perché vedono la carriera del figlio come una sfida continua".

Immagine
Kimi Antonelli alla guida di un kart.

A proposito dei genitori: quanto erano presenti il papà e la mamma di Kimi durante gli anni del karting?
"Marco aveva già delle squadre nel motorsport da gestire, tra Formula 4 e GT, quindi era molto impegnato. In quattro anni con me sarà venuto a una decina di gare. Di solito era la mamma ad accompagnare Kimi. Ma Marco si fidava completamente, sapeva a chi lo aveva affidato. Per le scelte importanti sulla carriera ci confrontavamo sempre io, Marco e Mercedes. In pista, invece, mi lasciava lavorare. Anche quando Kimi vinceva, Marco era molto critico. Se vinceva con cinquanta metri di vantaggio, poteva dirgli: ‘Potevi vincere con cento metri, hai sbagliato quattro curve'. Io gli dicevo bravo perché aveva vinto, suo padre gli faceva notare quello che poteva migliorare".

Non rischiava di essere troppo severo con un ragazzino così giovane?
"Secondo me è stato un vantaggio. Marco viene dal motorsport, conosce questo ambiente. Il problema che incontro spesso nei kart è che ci sono famiglie con grandi disponibilità economiche che tendono a dare sempre la colpa al mezzo e mai al bambino. Così il ragazzo non cresce. Marco invece era il primo a essere critico con Kimi. La forza di Antonelli è stata anche la sua famiglia, perché lo ha gestito molto bene e non gli ha mai fatto credere di essere già arrivato".

Ci fu qualche scelta sulla carriera di Kimi in cui non eravate tutti immediatamente d'accordo?
"Mi ricordo quando proposi di farlo passare dalla Junior alla OK. Dissi a Marco che ormai la Junior gli stava stretta, che dovevamo farlo salire subito. Lui mi rispose: ‘Sei sicuro? Guarda che è ancora piccolo'. Gli dissi di non preoccuparsi, che avrebbe vinto anche nella categoria superiore. Marco si fidò, anche se un po' di paura ce l'aveva. Ma Kimi era precoce, lo è sempre stato. Se un pilota è pronto devi farlo salire di categoria, non ha senso trattenerlo. Oggi sta vincendo il Mondiale di Formula 1 a vent'anni proprio perché il suo percorso è stato accelerato quando era giusto farlo".

Immagine
Dino Chiesa, un'istituzione nel mondo dei kart.

Oggi, guardandolo in Formula 1, quali caratteristiche riconosci ancora del ragazzino che guidava i tuoi kart?
"La velocità, naturalmente, ma soprattutto la facilità con cui riesce a mantenere un ritmo altissimo per tutta la gara. Nel kart succedeva che partiva davanti, prendeva vantaggio e noi aspettavamo un calo di prestazione. Invece non calava mai. Anzi, qualche volta ci sorprendeva perché, mentre le gomme si deterioravano, continuava a fare tempi incredibili. Lo sto rivedendo anche in Formula 1. A Monte Carlo, per esempio, è stato mostruoso. Quando trova le condizioni giuste e comincia a girare nel suo ritmo, non lo fermi più. È un po' l'Hammertime di Hamilton: quando entra in quella situazione, continua ad andare fortissimo e non sbaglia".

Quando hai capito che sarebbe potuto diventare campione del mondo di Formula 1?
"Per me era un predestinato già nei kart. Poi naturalmente ci sono tanti ragazzi fortissimi che andando avanti si fermano, perché non è detto che tutti riescano a completare il percorso. Però guardando quello che ha fatto Kimi, ha vinto subito in Formula 4, poi in Formula 2 ha conquistato delle gare pur avendo, secondo me, una macchina non all'altezza. Sapevo che, se fosse arrivato in Formula 1 con una macchina competitiva e una squadra capace di gestirlo, avrebbe potuto vincere il Mondiale. Per me non è una sorpresa. Chi lo ha conosciuto da bambino sa che aveva già quelle qualità".

Toto Wolff si è preso un rischio enorme portandolo direttamente dalla Formula 2 alla Mercedes. Tu avresti fatto la stessa scelta?
"Assolutamente sì. Toto lo conosceva dai tempi dei kart, sapeva quello che aveva fatto nelle categorie inferiori. Poi lo hanno preparato bene, non hanno lasciato nulla al caso. Ha fatto tanti test con le vecchie Formula 1, un programma importante per arrivare pronto. Nel primo anno qualche errore è normale, la macchina non era nemmeno così vincente e ci sono stati alti e bassi. Quest'anno hanno corretto gli errori e hanno una vettura molto più competitiva. Toto non ha sbagliato niente. Io avrei fatto esattamente la stessa scelta".

È vero che prima di metterlo in Mercedes si pensò alla Williams?
"Sì, Toto aveva anche pensato di fargli fare il primo anno alla Williams. Il problema era che loro volevano tre anni di contratto. A quel punto la scelta cambiò. Poi si liberò il posto in Mercedes con l'addio di Hamilton e le cose andarono nella direzione giusta. Se Lewis fosse rimasto, Kimi avrebbe dovuto cominciare in un'altra squadra. Ma quando si è liberato quel sedile Toto non ha avuto dubbi nel metterlo immediatamente sulla Mercedes".

Ora che Antonelli ha conquistato il Mondiale, qual è il primo pensiero che ti viene in mente ripensando a quegli anni insieme?
"Ho vissuto con lui tre o quattro anni nei quali dimostrava continuamente di avere qualcosa di speciale. Non voglio fare quello che dice di aver saputo tutto prima, ma per me è una cosa normale. Sapevo che aveva le qualità per diventare campione del mondo. La Formula 1 dipende anche dalla macchina: puoi essere fortissimo, ma se non hai quella giusta devi aspettare. Quest'anno Kimi ha avuto una macchina vincente e ha fatto quello che era nelle sue possibilità. Per tanti è una cosa incredibile. Per me, che lo conosco da quando era bambino, è quello che mi aspettavo".

autopromo immagine
Più che un giornale
Il media che racconta il tempo in cui viviamo con occhi moderni
api url views