Kimi Antonelli campione del mondo: nel Dia de Muertos del Messico, l’Italia rivive il sogno dopo 73 anni

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Kimi Antonelli conquista il Mondiale di Formula 1 a vent’anni. Nel Dia de Muertos del Messico, l’Italia ritrova un campione 73 anni dopo Alberto Ascari.

Kimi Antonelli è campione del mondo di Formula 1. Bisogna leggerlo due volte per rendersi conto di quello che è successo davvero. A vent'anni, a Città del Messico, un ragazzo di Bologna ha chiuso un'attesa italiana cominciata nel 1953, quando Alberto Ascari conquistò il suo secondo titolo mondiale con la Ferrari. Settantatre anni. Un tempo enorme per uno sport che misura tutto in millesimi di secondo. Ci sono volute tre generazioni, centinaia di Gran Premi, illusioni e delusioni, prima che un pilota italiano riuscisse nuovamente a conquistare il Mondiale. E forse non poteva esserci un luogo più suggestivo del Messico, proprio in questo giorno, per scrivere una pagina del genere.

Oggi, primo novembre, in Messico si celebra il Dia de Muertos. Le famiglie preparano gli altari, accendono candele, sistemano fotografie e fiori arancioni per ricordare chi non c'è più. È una tradizione che tiene insieme memoria, affetto e celebrazione della vita. E proprio nel giorno in cui un intero Paese si ritrova attorno al ricordo di chi lo ha preceduto, dall'altra parte dell'oceano un altro Paese torna a pronunciare un nome che per decenni è rimasto solo negli almanacchi della Formula 1. Alberto Ascari. L'ultimo italiano campione del mondo, scomparso a Monza nel 1955, appena due anni dopo il suo secondo titolo. Fino a oggi era rimasto lui l'ultimo capitolo di una storia che sembrava non voler andare avanti.

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Il Mondiale è arrivato al termine di una gara tutt'altro che tranquilla. Antonelli ha chiuso terzo, alle spalle della Red Bull di Max Verstappen e della Ferrari di Lewis Hamilton, conquistando il titolo sul podio dell'Autodromo Hermanos Rodriguez. Partito quarto, ha mantenuto la posizione mentre davanti a lui le Ferrari si davano battaglia e George Russell, il suo principale inseguitore in classifica, incassava dieci secondi di penalità per il contatto con Hadjar. Kimi ha anche assaporato il comando della corsa durante le soste ai box, prima che l'incidente di Bottas provocasse una bandiera rossa e una nuova partenza da fermo.

Ed è stato proprio alla ripartenza che ha compiuto la manovra più importante della sua domenica: mentre Hamilton superava Leclerc, Antonelli ha attaccato il ferrarista alla prima curva del giro successivo, prendendosi il terzo posto. Una posizione difesa anche dopo la seconda Safety Car, entrata per l'incidente di Lindblad. Gli sarebbero bastati due punti per diventare campione del mondo. Ne ha conquistati quindici, salendo sul podio proprio nel giorno più importante della sua carriera.

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Un'Italia che aspettava questo momento da 73 anni

Per capire quanto sia grande quello che ha fatto Antonelli bisogna guardare a chi è cresciuto senza aver mai visto un italiano diventare campione del mondo. Abbiamo festeggiato le vittorie di Schumacher, sofferto con la Ferrari, sperato in ogni nuova generazione di piloti. Abbiamo visto il Tricolore sventolare sulle tribune di mezzo mondo, ma mai associato al nome del vincitore del Mondiale. Gli ultimi italiani capaci di conquistarlo erano stati Giuseppe Farina e Alberto Ascari. Due nomi consegnati alla storia prima ancora che nascesse buona parte di chi oggi segue la Formula 1.

Poi è arrivato questo ragazzo, con una velocità fuori dal comune e il peso di aspettative enormi. Toto Wolff aveva cominciato a seguirlo quando era ancora un bambino. Mercedes lo ha accompagnato attraverso le categorie giovanili, gli ha fatto saltare la Formula 3 e nel 2025 gli ha affidato il sedile che era stato di Lewis Hamilton. Aveva appena diciotto anni.

Quella scelta ha esposto il ragazzo bolognese a una pressione che avrebbe schiacciato molti piloti più esperti. Il primo anno è stato difficile, con errori, incidenti e momenti nei quali perfino lui ha mostrato di dubitare di se stesso. Wolff ha continuato a difenderlo, senza risparmiargli le critiche quando erano necessarie. Perché puntare su un talento così giovane significa anche accettare che debba imparare dagli sbagli davanti a milioni di persone.

Nel 2026 è arrivata una Mercedes in grado di lottare per il titolo. Antonelli ha trasformato quell'occasione in qualcosa di straordinario. La prima vittoria in Cina, il successo in Giappone, le nove gare vinte prima ancora di arrivare in Messico. Soprattutto Monza, dove è passato dal diciannovesimo posto sulla griglia alla vittoria davanti al proprio pubblico, e Austin, dove ha dominato con la sicurezza di un campione navigato.

Dall'altra parte del box c'era George Russell. Un pilota esperto, velocissimo, con la stessa Mercedes e le stesse ambizioni. Kimi ha saputo costruire contro di lui il margine decisivo. È anche per questo che il suo Mondiale pesa tanto. La macchina gli ha dato la possibilità di vincere. Antonelli ha dimostrato di essere il pilota capace di sfruttarla meglio di chiunque altro.

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Il ragazzo diventato uomo prima ancora di compiere 21 anni

C'è qualcosa di profondamente umano nella storia di Kimi Antonelli. Ha attraversato tutte le tappe che separano un bambino innamorato delle corse da un professionista della Formula 1 con una rapidità impressionante. Ha conosciuto il successo molto presto, ma anche la paura di non essere all'altezza delle attese. Ancora ieri, dopo le qualifiche in Messico, ha ammesso di sentirsi più teso del solito e di aver faticato a gestire le emozioni. Era a un passo dal Mondiale, ma non riusciva a vivere quel fine settimana come una gara qualsiasi.

Ha vent'anni. Un'età nella quale tanti ragazzi stanno ancora cercando di capire che cosa fare della propria vita. Lui si è trovato a dover gestire il sogno di un'intera nazione, quello della famiglia che lo ha accompagnato fin dai kart e quello di un uomo, Toto Wolff, che aveva scommesso su di lui quando nessuno poteva sapere dove sarebbe arrivato.

Il padre Marco, che vive di corse da una vita, ha visto suo figlio diventare ciò che tanti piloti inseguono senza mai riuscire a raggiungere. Wolff ha visto trasformarsi in realtà una delle scommesse più coraggiose della propria carriera. E l'Italia, dopo settantatre anni, ha finalmente trovato qualcuno capace di riportarla sul tetto del mondo.

Antonelli diventa anche il più giovane campione del mondo nella storia della Formula 1. Un record che racconta la velocità della sua ascesa, ma che dice poco del percorso necessario per arrivare fin qui. Il talento era evidente da bambino. La capacità di vincere un Mondiale, contro avversari molto più esperti e con una pressione crescente sulle spalle, ha dovuto costruirla giorno dopo giorno.

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La parola "predestinato" è quella che sentiremo ripetere più spesso. Ma rischia quasi di togliere valore a ciò che ha fatto. Perché il destino non spiega le giornate difficili, gli errori, le critiche e il lavoro necessario per tornare in macchina e andare più forte. Il talento ti mette nelle condizioni di giocarti un'occasione del genere. Per coglierla devi metterci tutto il resto.

In Messico, nel Dia de Muertos, le fotografie servono a custodire il legame con chi è venuto prima. Anche la Formula 1 italiana ha conservato per settantatre anni l'immagine di Alberto Ascari come il ricordo di un'epoca irripetibile. Da oggi, accanto a quella fotografia, ce n'è un'altra. Quella di un ragazzo di vent'anni con la tuta Mercedes, gli occhi pieni di emozione e un Mondiale conquistato quando la sua carriera è appena cominciata.

Si chiama Andrea Kimi Antonelli. È italiano. Ed è campione del mondo di Formula 1. Settantatre anni dopo, finalmente, possiamo scriverlo.

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