
Ancora una volta la Parigi-Roubaix, per la seconda volta consecutiva su due partecipazioni, è indigesta per Tadej Pogačar, l’unica grande corsa di un giorno che ancora non ha vinto e la gara che poteva far diventare leggendaria l’ennesima stagione che si annunciava storica per il ciclista sloveno.
L'obiettivo di Pogi è svanito
Stamattina alla partenza i nomi messi sul piatto erano solo quelli dei tre grandi belgi, Roger De Vlaeminck, Rik Van Looy e ovviamente Eddy Merckx, gli unici che in carriera hanno vinto le cinque classiche monumento in carriera. Se scendiamo di un gradino troviamo lo sloveno in compagnia di Sean Kelly, Raymond Poulidor, Philippe Gilbert e Fred De Bruyne, altra lista di giganti.
L’obiettivo per Pogi non era solo quello di aggiungersi alla prima lista ma lasciare aperto il filotto che nessuno degli altri aveva completato, ovvero vincere le cinque grandi classiche in una sola stagione. I veri e propri ostacoli per questa impresa erano due, la Roubaix e la Sanremo. Poche settimane fa con un attacco prodigioso sul Poggio era riuscito a staccare Mathieu van der Poel e poi a regolare un grandioso Thomas Pidcock, che era riuscito a stare con lui fino alla fine. Questa volta è stato un Wout van Aert commovente a reggere il ritmo forsennato di Pogačar e a vincere in volata nel velodromo André-Pétrieux di Roubaix.
Le cadute di Pogacar e van der Poel
La gara è stata la solita Parigi-Roubaix, con il fatto che qui l’accezione legata all’aggettivo “solito” ha molto di epico. Il primo a forare è stato Pogačar, a più di 100 chilometri dall’arrivo, poi è stata la volta di Mathieu van der Poel, addirittura per due volte consecutive proprio nel mezzo della foresta di Arenberg, il che ha creato un distacco di due minuti dalla testa della corsa, infine Van Aert, il quale è rimasto intorno ai venti secondi, riuscendo così a chiudere sul gruppo di testa in una decina di chilometri di rincorsa.
Con quella chiusura senza grande affanno si era capito che Van Aert oggi poteva reggere l’urto di potenza dello sloveno ed è riuscito a farlo dopo anni in cui infortuni, sfortune e scelte terribili sia da un punto di vista strategico che tattico durante le gare lo avevano portato addirittura all’idea di abbandonare il ciclismo. Grazie a questi campioni generazionali il ciclismo contemporaneo ha invertito due tendenze che ormai davamo per scontate. Prima di tutto non ci si può collegare troppo tardi perché tante cose cambiano o si decidono già intorno ai 120-80 chilometri dall’arrivo.
Pogacar ora punta alla Liegi-Bastogne-Liegi
Seconda cosa è che a differenza del calcio, gli highlights non servono a nulla, non capisci nulla per frammenti, ogni corsa è un lungo racconto di quattro ore almeno in cui ogni svincolo, dosso, pietra può cambiare la gara. Dopo questo bug nella stagione che poteva diventare “la stagione” di paragone per tutti i ciclisti del futuro, Pogačar ha ancora una serie di appuntamenti da timbrare: il 26 aprile è il giorno della Liegi-Bastogne-Liegi, vinta dallo sloveno già per tre volte e poi il 10 ottobre, la gara che chiude la stagione ciclistica, il Lombardia, corsa vinta addirittura per cinque volte. Non ci sarà il Grand Slam ma fare quattro su cinque non sembra male.
Tour, Vuelta, Mondiali ed Europei
In mezzo poi non c’è il nulla, anzi c’è tutto. C’è il Tour de France da vincere per la quinta volta, la Vuelta a España che deve ancora essere vinta anche perché è dal 2019 che non vi partecipa, gli Europei a cui vi parteciperà di sicuro perché si svolgeranno a Lubiana e infine i Mondiali, vinti nelle ultime due edizioni, che si terranno a Montreal.
Durante l’ultimo Tour de France, Pogačar aveva espresso una sorta di stanchezza nei confronti del ciclismo. Aveva accennato addirittura a un ritiro più precoce di quello che si potesse pensare. Amando il ciclismo e questo è evidente anche solo per le scelte che ha fatto durante la sua carriera, fa immaginare che la Roubaix non resterà per Pogy un sogno sfiorato e non raggiunto per raggiunto limite di sopportazione. In un certo senso questa sconfitta potrebbe ridarci un campione ancora una volta desideroso di fare quello che nessuno nella storia ha fatto, con due effetti positivi: da una parte far mantenere alto in Pogačar l’amore per il suo sport e a noi darci la possibilità di continuare ad ammirarlo mentre tenta l’impossibile.