I reggiseni delle cicliste al Tour de France ispezionati da un commissario uomo: nessuna ha barato

Alla fine i controlli tanto richiesti sono stati effettuati: poco prima della partenza della quarta tappa del Tour femminile, la cronometro di Gevrey-Chambertin, tutte le atlete sono state sottoposte ad una analisi dettagliata del proprio abbigliamento, con una verifica specifica sui reggiseni indossati. Un argomento che ha tenuto banco nelle ore precedenti alla gara in virtù del fatto che per molti, i "push-up", i reggiseni imbottiti, fossero una pratica oramai usuale per ottimizzare l'assetto aerodinamico e sfruttare evidenti vantaggi a beffa dell'articolo UCI 1.3. Analisi a tappeto e nessuna atleta colta in fallo, tutto regolare: peccato che a visionare i petti delle ragazze non ci fosse una ispettrice, come garantito dall'Unione Ciclistica e dalla stessa ASO, bensì un commissario uomo. Aspetto che ha suscitato non poche perplessità e polemiche su una scelta quantomeno inopportuna.
Nessuna ciclista ha barato violando l'articolo 1.3: abbigliamento regolare
L'UCI aveva garantito che in vista della cronometro vi sarebbero stati controlli serrati sulle atlete e così è stato: tutte sono state analizzate nell'abbigliamento e nessuna è stata fermata o costretta a cambiamenti in violazione dell'articolo 1.3.032 che riguarda proprio i divieti di alterare la propria struttura fisica al fine di trarre vantaggi. E questa è la notizia positiva, unita al fatto che per la prima volta in assoluto in un grande WorldTour professionistico si siano effettuate questo tipo di verifiche in modo capillare e alla luce del sole. E proprio questo, però, ha attirato su di sé ulteriori polemiche.
Le polemiche sui controlli al petto delle cicliste: il commissario uomo
Dai tanti filmati, ufficiali nelle dirette delle televisioni accreditate a trasmettere il Tour femminile, ma anche ai classici video amatoriali attraverso smartphone, ciò che si è visto non è stato del tutto gradito: un commissario ha chiamato all'appello una alla volte le atlete sotto il gazebo adibito ai controlli, con a fianco una ispettrice, ma le verifiche le ha effettuate unicamente l'uomo. Un aspetto che ha suscitato perplessità sulle modalità e sull'opportunità anche a fronte di quanto era stato garantito dall'UCI.
Le polemiche e i malcontenti sulle modalità dei controlli: l'inopportunità di una scelta
L'Unione ciclistica, in accordo con ASO l'organizzatore del Tour, aveva promesso che vi sarebbe stata una tenda a parte per questo tipo di controlli, che sarebbero stati effettuati da una donna. Nulla di tutto ciò è stato compiuto, scatenando anche il sindacato corridori che è subito sceso in piazza con dichiarazioni al veleno, partendo da una precisa domanda: "Come vengono tutelate la dignità, la privacy e l'integrità personale dei corridori durante l'intero processo? È stato fornito un protocollo o una linea guida scritta ai commissari?". Nessuna critica ai regolamenti, ma alla modalità in cui sono stati eseguiti: "Riteniamo essenziale" ha poi concluso la nota, "che i controlli vengano effettuati in modo professionale e rispettoso, tutelando pienamente la dignità e la privacy di ogni ciclista, al fine di prevenire qualsiasi malinteso, controversia o situazione spiacevole".
Tutto lecito e legittimo, ma tutto evidentemente disatteso dai controlli, suscitando forti perplessità anche tra gli addetti ai lavori, come da parte dell'ex ciclista belga Ine Beyen che commenta il Tour Femmes per il canale di Sforza e che è rimasta esterrefatta in diretta di fronte a quanto stava vedendo: "Come donna, lo troverei piuttosto intimidatorio e fuori luogo". Come darle torto?