Come Maurizio Sarri, anche peggio. È la prima considerazione che balza all'occhio quando si pensa a cosa è oggi la Juventus di Andrea Pirlo (e cosa avrebbe dovuto essere nelle intenzioni del club) rispetto a pochi mesi fa. Una delle contestazioni maggiori nei confronti dell'ex allenatore è stata la stessa qualità che lo aveva contraddistinto alla guida del Napoli: identità e "bel gioco" cuciti a misura per una squadra compatta, che sapeva sempre cosa fare e utilizzava il palleggio come un apriscatole. Non uno sterile possesso fine a se stesso ma la capacità di disegnare sul rettangolo verde traiettorie, aprire spazi per arrivare in porta anche con il pallone (se possibile) oppure districarsi dalle situazioni difensive più pericolose.

Di quell'esperienza Sarri è riuscito a portare poco a Torino, sia perché non ha avuto abbastanza tempo a disposizione (la critica è stata feroce quanto l'impazienza mostrata dal club nel liberarsi in fretta di lui perché la squadra così voleva) sia perché non è bastata la sua ‘scienza esatta' per riuscire ad ‘arrangiarsi' con quel che aveva. La sensazione che gli uomini a disposizione non fossero adatti alla sua idea di calcio appartiene a quell'opinione mai dissolta che gli occorresse altro per praticare il suo calcio. La Juve invece credeva bastasse calarlo nella realtà bianconera per lasciare alle spalle il pragmatismo di Allegri ed entrare in una dimensione più europea di calcio.

Ad Allegri – che oltre a vincere in Italia aveva portato la squadra in finale di Champions per due volte – non vennero perdonate né la sofferenza contro l'Atletico Madrid (il 2-0 dell'andata annichilì i bianconeri, salvati al ritorno da Cristiano Ronaldo straordinario nel ribaltare il risultato sul 3-0) né l'eliminazione subita nei quarti per mano dell'Ajax che praticava gioco organizzato, esteticamente gradevole quanto efficace. Stufa di vincere con pochi elogi e spesso criticata per esprimersi in maniera vecchia, compassata e fin troppo utilitarista (ricordate la lite accesa in diretta TV tra Adani e lo stesso Allegri?), la Juventus decise di imprimere una svolta con Sarri.

Ci fu la rivoluzione, mancò l'evoluzione immaginata. Il ‘brutto anatroccolo' non si trasformò in cigno. I risultati furono senza infamia e senza lode: vittoria dello scudetto, ma non era una novità e soprattutto fu di ‘corto muso'; sconfitte in Supercoppa italiana e in Coppa Italia; fuori dalla Champions agli ottavi di finale contro il Lione. "Una squadra inallenabile", così disse Sarri dopo l'esonero. E forse aveva ragione.

Cosa è cambiato da allora? L'indirizzo è stato sicuramente rifondare la rosa innestando giovani capaci di guardare al futuro (McKennie, de Ligt, Chiesa) su un impianto già molto forte che annovera Cristiano Ronaldo ma finora non ha prodotto dividendi. Anzi, come accaduto con Sarri, ancora non è chiaro quale identità abbia la Juventus capace di perdere a Torino per 2-0 con il Barcellona e vincere 3-0 al Camp Nou; finire ko per 2-0 con l’Inter in campionato salvo spedirla fuori dalla Coppa Italia con due partite perfette e un po' "allegriane" (come disse lo stesso Pirlo); subire spesso gol soprattutto nelle prime giornate, toccare il fondo con la Fiorentina fino a rialzarsi col Milan e poi a cadere di nuovo col Napoli; mostrare una fragilità disarmante come nell'ultimo match di Coppa e una costruzione dal basso farraginosa quanto pericolosa.

Nemmeno il ritorno al passato (tentare qualcosa che fosse a metà tra la solidità di Allegri e il dinamismo di Sarri) è bastato per dissolvere tutte le perplessità, la maggior parte delle quali focalizzate sulla Coppa dove la squadra ha palesato anche col Porto un limite emotivo nei confronti a eliminazione diretta. Era successo anche nel 2018 quando a Torino il Tottenham impose il 2-2 ma al ritorno a Londra il copione venne cancellato e riscritto dalle reti di Dybala e Higuain. Accadrà lo stesso dopo il 2-1 in Portogallo? La Juve non può permettersi un'altra eliminazione ma, a giudicare da quanto visto all'Estádio do Dragão, sia pure con l'attenuante delle assenze, conquistare la qualificazione non spazzerà via la sensazione che questa squadra ancora non abbia capito quale sia la sua identità.