Thiago Motta aveva capito tutto su Mbangula ma la Juve non ha creduto in nessuno dei due
Tripletta al Milan e tanta voglia di dimostrare a tutti che Thiago Motta non si sbagliava quando il 19 agosto del 2024 lo fece esordire nella Juventus in Serie A contro il Como alla prima giornata segnando un gol e fornendo un assist. Esterno di sinistra, classe 2004, nazionalità belga, Samuel Mbangula era arrivato in bianconero nel 2020. Cinque presenze in Under 17, 57 con la Primavera in Campionato, 7 in Youth League e, nella stagione 23/24, 25 con la Next Gen in Serie C per un totale di 19 gol bianconeri in quegli anni. Thiago Motta rimase stregato dalle sue prestazioni premiandolo con l'esordio da titolare ricevendo appunto un gol e un assist.
Ma la sua storia alla Juventus si è interrotta proprio quando lo stesso allenatore chiuse la sua esperienza in bianconero in anticipo rispetto a quanto tutti si potessero aspettare. Con Thiago Motta la Juventus pensava di aprire un nuovo ciclo, e in effetti l'allenatore era rimasto fedele alla richiesta della società, mostrando interesse proprio per i giovani del vivaio lanciando i più meritevoli in prima squadra. Una strategia che avrebbe portato benefici alla squadra nel presente e magari anche nel futuro. Ma la Juventus non ha creduto in Thiago Motta, è rimasta ferma sui risultati, e ha capito che non poteva rischiare di non entrare in Champions e perdere gli introiti economici derivati da quella qualificazione, senza badare più al progetto.

E così Thiago Motta è fermo ormai da un anno e mezzo mentre Mbangula, dopo l'arrivo di Igor Tudor, ha dovuto cercare fortune altrove. Il 18 maggio 2025 fu la sua ultima presenza con la Juventus, in campo per un solo minuto. Poi in estate il trasferimento al Werder Brema e il successivo ritorno in Italia quest'anno al Bologna oggi allenato da Palladino. Thiago Motta e Mbangula sono l'emblema del disastro Juve di questi anni. Da un lato un allenatore abbandonato al suo destino dopo qualche risultato negativo di troppo che in teoria sarebbe stato tollerato dalla società visto il progetto di ricostruzione richiesto all'ex Bologna, dall'altro invece l'addio a un prodotto del vivaio bianconero solo per fare quadrare i bilanci, senza badare per un attimo alle sue qualità.
Improvvisazione, timore di non essere più competitivi, di perdere appeal. Fattori che hanno contribuito al naufragio Juve tra un progetto iniziato e sensato con Thiago Motta al timone fino al subentro di Tudor, poi confermato, e all'arrivo di Spalletti che così come i suoi due predecessori si ritrova a un passo dall'esonero. Ma che cos'è che vuole oggi la Juve allora? La società ha perso la propria identità. Da un lato è rimasta radicata al ricordo romantico di una squadra che dominava in Italia e in Europa, dall'altro vuole mettersi al passo con i tempi moderni ma senza avere la minima idea di come si faccia. E lo dimostrano le scelte fatte dopo il caos societario del 2022 che ha portato alle dimissioni di tutto il vecchio Cda bianconero capeggiato da Andrea Agnelli.

La Juve è stato gestita prima da figure più simili a dei manager aziendali che a dei veri conoscitori di calcio. Poi l'idea di affidarsi a Giuntoli o ai numeri e alle teorie strategiche sul mercato di Damien Comolli passando per direttori sportivi come Francois Modesto fino all'arrivo di Giovanni Carnevali, Frederic Massara e Giorgio Chiellini rimasto nel mezzo tra un ruolo dirigenziale e tecnico tra campo e ufficio. Ma anche in questo caso, nonostante i nomi giusti, è il tempo e la fretta di voler subito raggiungere il risultato sperato che gioca un brutto scherzo.
Rimanere ancorati al passato vincente di una Juve che con l'avvocato sembrava potesse vincerle tutte anche quando sulla carta sembrava impossibile, è sbagliato. Bisogna avere il coraggio di attendere i risultati, senza troppe aspettative. E per questo l'idea di Thiago Motta fu giusta inizialmente. Il suo progetto era azzeccato, ma alla Juve nessuno seppe aspettare tra le paura di perdere l'attaccamento dei tifosi alla necessità di far quadrare i conti a bilancio. Risultato? La Champions è diventata un miraggio, Thiago è rimasto senza panchina e giocatori come Mbangula, Hujisen, Soulé e tanti altri hanno trovato fortuna altrove dopo essere stati cresciuti dalla Juventus che però, nel momento decisivo, li ha abbandonati.