La prima presidentessa di Nicolò Tresoldi: “Milan, Juve e altri gli dicevano tutti: non sei all’altezza”
Tre gol a San Siro contro l’Inter in Champions League, così il nome di Niccolò Tresoldi è improvvisamente apparso sulla bocca di tutti. Ma per capirne la vera essenza bisogna fare un passo indietro e tornare a Gubbio, sui campi dell’ASD Fontanelle.
A raccontare il giustiziere di Chivu, in un'intervista esclusiva rilasciata a Fanpage.it, è Francesca Saldi, presidentessa del club umbro e subentrata al padre alla guida della squadra dove il bomber ha mosso i primi passi. Il suo è un racconto intimo e senza filtri, che ci restituisce il ritratto di un predestinato rimasto immune ai vizi del professionismo: "Era già un leader, ma di quelli che si fanno volere bene da tutti", capace di tornare ancora oggi a Gubbio per "venire ancora in piazzetta al bar a giocare a carte con i suoi vecchi amici".
Eppure, dietro la notte magica di Milano e la gioia irrefrenabile di chi l'ha visto calcisticamente crescere, si cela l‘amaro in bocca per il nostro movimento. Da ragazzino, infatti, "a 12-13 anni ha fatto i provini con Milan, Juventus, Bologna e Fiorentina: gli risposero tutti che non era all’altezza". Un errore di valutazione che oggi rischia di essere pagato col prezzo più alto: "L'ennesima occasione persa del nostro calcio: è genuino, puro, riconoscente, e forse ha già scelto la Germania proprio per questo".
Presidentessa, partiamo dalla notte di San Siro: lei era davvero allo stadio a vederlo?
Sì, per salire a Milano siamo venuti con il pullman dell’Inter Club. Mi raccomandavano di stare zitta, e io rispondevo: "Mica vengo a fare il tifo contro l'Inter, vengo solo per vedere Nicolò!". Fuori dallo stadio ci siamo incontrati prima della partita con i suoi genitori e la sorella.
Siete riusciti a rivederlo anche dopo la partita?
Non lo abbiamo aspettato fuori perché è uscito all'una e mezza di notte e noi dovevamo rientrare, però con papà Emanuele c'è stato un siparietto divertente: siccome se avesse vinto il Bruges c'era il rischio che i tifosi sul pullman mi lasciassero a piedi, gli ho mandato un messaggio per ridere e lui mi fa: "Se succede, siete tutti ospiti miei a Milano!". Alla fine al ragazzo dell'Inter Club ho detto, scherzando: "Devo chiamare Tresoldi o mi fate salire?", e siamo ripartiti regolarmente…
In campo, che effetto le ha fatto vederlo sul dischetto del rigore sotto i fischi?
Brividi puri. Gli stavano tirando giù lo stadio dai fischi, sia per la storia della Nazionale sia perché si sa che è milanista. Ho detto a mia sorella: "Sarà matto a tirarlo lui il rigore!". Invece ha preso il pallone con una freddezza incredibile, come un veterano. E al terzo gol mi sono messa a piangere dalla gioia. Realizzare una tripletta a San Siro contro l'Inter era il sogno della vita. Nell'intervista a Sky con Boban sembrava un bambino al parco giochi: cambiava colore ogni dieci secondi per l'emozione, ma aveva un sorriso da orecchia a orecchia.
Facciamo un passo indietro. Ci spiega come nasce la società Fontanelle e il legame con la tua famiglia?
Il Fontanelle nasce nel 1973 per iniziativa degli amici di un ragazzo della zona, morto giovanissimo in un incidente stradale. Mio padre fu inserito poco dopo ed è stato presidente per 35 anni. Con lui la società ha fatto il salto di qualità.
E dopo suo padre è subentrata lei alla Presidenza?
Alla sua morte il Consiglio Direttivo ha visto in me la persona giusta per continuare. Io sono un "maschio mancato" dal punto di vista sportivo: adoro il calcio, sono milanista sfegatata e ho preso le redini della società.
E l'arrivo di Nicolò al Fontanelle se lo ricorda?
Certo, anche perché Nicolò è arrivato da noi perché suo padre Emanuele giocava già nel Gubbio nei primi anni Duemila. Nicolò è nato nel 2004 a Cagliari, durante un trasferimento estivo, poi si sono stabiliti qui e lui ha iniziato a tirare i primi calci con noi. Ma non giocava solo a calcio.
In che senso "non giocava solo a calcio"?
Perché era fortissimo anche a tennis! È stato persino compagno di squadra di Cobolli nella Coppa Davis Under 12. Ha portato avanti entrambi gli sport parallelamente fino a quando ha dovuto compiere una scelta.
Perché ha dovuto scegliere?
La mamma, che fa l'hostess, è stata trasferita in Germania e tutta la famiglia si è dovuta spostare. Nicolò ha scelto il calcio, ma prima di partire ha fatto diversi provini con Milan, Juventus, Bologna e Fiorentina. E tutti quanti gli risposero che non era all'altezza…
Gli risposero davvero che non era pronto?
Gli osservatori dicevano che per i loro settori giovanili non andava bene e suggerivano al padre di portarlo in Serie C. Emanuele fu sempre chiarissimo e fu la salvezza di Nicolò: "Se devo portarlo in Serie C, piuttosto lo tengo al Fontanelle, qui nel suo ambiente, con i suoi amici". E così Nicolò è rimasto da noi fino a 13 anni e mezzo, prima di trasferirsi all'Hannover.
Siete rimasti in contatto in questi anni?
Assolutamente sì, passo dopo passo. Quando torna a Gubbio d'estate è la persona più semplice del mondo. Mio figlio dice sempre: "Mamma, Nicolò è la persona più normale della terra, non potrebbe mai giocare in Italia perché i nostri calciatori non sono così". Quando è qui va al bar in piazzetta a giocare a carte con i suoi vecchi amici. Gli stessi amici di Gubbio che ieri sera erano a San Siro ospiti suoi. Il legame della sua famiglia con noi è viscerale: quando è scomparso mio padre, il primissimo messaggio di condoglianze arrivato sul telefono è stato il loro.
Che ricordi ha di quando Nicolò giocava da voi?
Mio padre ha sempre creduto in lui. Nicolò era un bambino vivace, un leader naturale. Giocava sempre sotto-quota con i ragazzi di due anni più grandi, perché era troppo bravo. Ricordo che una volta un suo compagno, Carlo, si fece male: la partita dopo Nicolò segnò, si alzò la maglia e sotto ne aveva una bianca con scritto a pennarello "Forza Carlo", proprio come i professionisti. E quando tornava dai provini andati male con le big, rientrava in campo felice a giocare a pallone o a tennis come se niente fosse. Non ha mai perso la testa.
Merito anche della famiglia?
Assolutamente. I genitori gli hanno dato i tempi giusti senza mai pressarlo, a differenza di tanti padri che scaricano sui figli le proprie frustrazioni rovinandoli. Al Fontanelle cerchiamo di trasmettere gli stessi valori: non vinceremo i campionati e a volte prendiamo belle imbarcate, ma a fine partita si spegne il bottone, si mangia insieme e ci si aiuta. Questa filosofia alla lunga paga.
Parliamo di Nazionale: pensa che ormai abbia scelto la Germania?
Il padre non si sbilancia, ma il ragionamento è chiaro. In Italia non ci ha creduto nessuno, a parte noi del Fontanelle. In Germania lo hanno valorizzato e gli hanno dato fiducia fin da subito. Nicolò si sente italiano al 100% ed è grato per il percorso fatto in Under 21, ma la sensazione tra le righe è che la Germania sia avanti per come lo ha trattato.
Sarebbe un brutto colpo per il nostro calcio?
Sarebbe l'ennesima occasione persa. Immaginati una coppia d'attacco in Nazionale formata da lui e Pio Esposito: due colossi del genere l'Italia non li vede da anni! Mio marito prima della partita diceva: "Eh vabbè, ha segnato al Barcellona perché giocano con la difesa alta…". Ieri sera dopo i tre gol all'Inter è dovuto stare zitto e buono. L'Inter non ti regala nulla: gliene ha rifilati tre giocando da protagonista, dimostrando di essere una spanna sopra.
Andrà a vederlo anche nella trasferta di Champions a Napoli?
Purtroppo no, perché in quella settimana si laurea mia nipote e la famiglia ha la priorità! Ma per il resto lo seguirei ovunque. Nicolò è rimasto un ragazzo limpido e genuino, ed è una gioia immensa vederlo arrivare fin lassù.