Riccardo Allegretti: “Sono cresciuto nel Milan dei mostri, poi ho fatto la bella vita. Io non mi vendo”

Riccardo Allegretti è uno che non ha mai avuto paura di ripartire da zero: settore giovanile del Milan fino alla prima squadra, quella di Capello in panchina e Baresi, Costacurta e Maldini (tra gli altri) in campo. Da lì, a farsi le ossa in Serie C2 a Lecco, poi un lungo girovagare tra Serie A, B e C. Nel 2001/2002, ad esempio, è stato protagonista dell’ultima promozione in A del Como, prima dell’attuale era Fabregas. Un incubo per i portieri dell’epoca: “Mai visto uno calciare le punizioni come Ricky – ci aveva raccontato Ardemagni, suo compagno a Modena – Era una sentenza”. Un’altra carriera che, forse, non ha rispettato le aspettative. Ci si potrebbe nascondere dietro gli infortuni, ma – come vedrete nel proseguo dell’intervista – Allegretti non è quel tipo di giocatore (ma neanche di allenatore, la sua attuale carriera): “Il mio più grande rimpianto – ci racconta in Esclusiva per Fanpage – è di non essere riuscito a godermi la Serie A. Se mi guardo indietro, ho fatto 5 o 6 stagioni ai massimi livelli, non so neanche quante presenze (68 presenze e 4 gol, n.d.r.), ma non mi reputo un giocatore da Serie A. Questo, però, per colpa mia: diciamo che non sempre ho avuto un approccio da professionista. Io venivo dalla strada e, quando ho cominciato a vedere i primi soldi, diciamo che me la sono goduta. Poi, però, il campo mi ha presentato il conto”.
Come dicevamo in precedenza, ora Riccardo fa l’allenatore, ma anche in questo caso non gli è mancato il coraggio di sperimentare e mettersi in discussione: “Come da calciatore, sono partito dal basso, addirittura dalla terza categoria. E per ben due volte. E da lì sono arrivato fino alla Primavera del Monza e, poi, sono ripartito di nuovo da zero dal “nuovo” Chievo. Non mi pento, perché era quello che mi sentivo in quel momento. L’esperienza è stata comunque bella, ci siamo lasciati in Serie D dopo due promozioni e qualche incomprensione, ma lo rifarei”. Ora, Riccardo è in attesa di una nuova opportunità e, nel frattempo, studia e… pesca. “Ah ciao, aspetta un attimo che ho preso una seppia – ci risponde al telefono –. Erano anni che non ne prendevo una, mi porti fortuna, di solito non pesco mai niente (ride, n.d.r.)”. Aspettiamo che disbrighi le “pratiche”, poi si comincia.
Quindi, in attesa di una panchina, ti dai ad un altro sport?
“No, dai, questo è un hobby che ho sempre avuto. Mi piace perché mi rilassa, mi aiuta a pensare. E’ il momento nel quale mi psicanalizzo da solo (sorride, n.d.r.)”.
Il momento dei ricordi o dei rimpianti? Più il rammarico per quello che non sei riuscito a fare da calciatore o quello per le scelte da allenatore?
“Da calciatore ho fatto la mia carriera. Sì, forse, se avessi avuto la testa di oggi, sarebbe stata più importante, ma non lo sapremo mai. Da allenatore, invece, non rimpiango nulla, perché ho fatto tutte le scelte che mi sentivo di fare in quel determinato momento. Col senno di poi, alcune non si sono rivelate giuste, ma purtroppo non ho la sfera di cristallo”.
Hai lasciato la panchina della Primavera del Monza, su cui poi si è seduto Palladino e che, da lì, è arrivato alla prima squadra, per ricominciare in terza categoria con il Chievo: non una scelta banale…
“Vero, ma ho sempre fatto così nella mia carriera. Mi faccio guidare dal cuore, dall’istinto e non ho paura di ricominciare dal basso. D’altronde, dopo vent’anni di carriera da calciatore professionista, da allenatore ho cominciato in Terza Categoria (al Città di Cologno, n.d.r.)”.

Allora ripercorriamola questa carriera da professionista, fin dagli albori: cosa ti ha lasciato il settore giovanile del Milan?
“Ti direi educazione, rigore e tecnica. Mi ricordo quanto fosse importante il comportamento, l’approccio e il rispetto. Quando sono arrivato in prima squadra, i ragazzi aggregati come noi uscivano prima per andare a prendere i palloni e preparare l’allenamento dei grandi. Capello neanche ci considerava, ma noi eravamo consapevoli del nostro ruolo e rigavamo dritti. Anche perché, se sgarravi, non ti veniva concessa una seconda opportunità”.
Molto diverso rispetto ad oggi…
“Ma sai, io non riesco a colpevolizzare i giovani, è semplicemente cambiato il mondo. A me non piaceva andare a scuola e, come valvola di sfogo, da ragazzino avevo solo il calcio. Oggi, a 48 anni, se prendo in mano il cellulare, a volte mi rendo conto di perderci le ore. Immaginati un giovane d’oggi che di stimoli del genere ne ha mille. Crescono semplicemente in un altro modo e non mi sento di dire che ai nostri tempi fosse meglio…”.
Hai detto: settore giovanile Milan = tecnica. Un altro aspetto che oggi si è perso a livello di vivaio?
“Non lo so, anche in questo caso credo che dipenda dalla situazione e dalla società. Nell’Under 17 del Monza, ad esempio, anche se si ripartiva praticamente da zero, la società ci chiedeva di preparare un percorso di crescita dei ragazzi a 360° e il fattore tecnico non era trascurato. Al Milan, però, ricordo veramente sedute infinite di tecnica individuale. Sinceramente, quando ero ragazzino io, di tattica non capivo nulla, ma semplicemente perché non ne avevo mai fatta”.
Di recente Sandro Cois ci ha detto che i settori giovanili servono solo ai presidenti per coltivare le loro amicizie e sono pieni di raccomandati: tu che li hai vissuti da calciatore e, poi, da allenatore, che idea ti sei fatto?
“Credo che anche questo dipenda dalle società in cui lavori, ma capisco il suo punto di vista, perché sono cose che effettivamente succedono. Questo è un ambiente nel quale girano tanti soldi e che dà da mangiare a tante persone. Piaccia o no, anche questa è una faccia della medaglia del calcio giovanile”.
Hanno fatto scalpore anche le dichiarazioni di Federico Mangiameli, cresciuto in diversi settori giovanili di squadre importanti fino a giocare in Serie D, che aveva addirittura parlato di buste con cinquantamila euro in contanti per promuovere giocatori…
“Su questo non posso dire nulla, perché non ne sono stato testimone, tuttavia in alcuni casi è evidente che ci siano delle situazioni non così lineari, diciamo così. Ti faccio un esempio: se un procuratore porta un giocatore importante nella prima squadra e, poi, in Primavera vedo cinque giovani dello stesso agente, la cosa non mi sorprende. Queste sono dinamiche che esistono, sono sempre esistite e, probabilmente, esisteranno anche in futuro…”.

Così, però, poi non ci dobbiamo sorprendere se l’Italia non va ai Mondiali, no? Da dove si dovrebbe ricominciare secondo te?
“Non ho le competenze per rispondere a questa domanda. Posso solo dirti che bisognerebbe tirare una riga e ricominciare da zero. Questo, però, potrebbe voler dire lasciare a casa tante persone che, oggi, con il calcio campano e, sinceramente, non credo che il sistema sia pronto ad una cosa del genere. Irisultati, poi, li vedremo da qui a vent’anni: siamo disposti ad aspettare tanto?”.
Senza voler fare politica del pallone, perché non è questa la sede, se potessi scegliere tu un solo cambiamento che possa portare beneficio al calcio italiano?
“Non so come, e non so neanche se sia possibile, ma in qualche modo bisognerebbe limitare il numero di calciatori stranieri nelle squadre italiane, oppure trovare comunque il modo aumentare di aumentare la quota dei nostri ragazzi nelle prime squadre. Non dico di tornare ai tre stranieri per squadra di quando ero bambino, ma qualcosa da questo punto di vista va fatto”.
Ecco, torniamo indietro al “tuo” Milan, quello di Seba Rossi, Tassotti, Baresi, Costacurta, Maldini, Ambro e così via: che ricordi hai di quella squadra e quello spogliatoio?
“Beh, ricordi bellissimi, per me è stata soprattutto una scuola di vita. Avevamo grandissimo rispetto dei ruoli e per quei “mostri” (testuale, n.d.r.). Quello che mi impressionava, era la loro capacità di accendere e spegnere l’interruttore. Io ho fatto tre ritiri con loro e sono stato aggregato alla prima squadra diversi anni, ma non li ho mai visti allenarsi come facevamo noi e, poi, come ho sempre fatto nella mia carriera. Loro si “auto-gestivano”, nel senso che sapevano quanto dovevano spingere e quando era il momento di recuperare. Giocavano ogni tre giorni, spesso in ritiro arrivavano dopo Mondiali o Europei, non facevano mai una seduta “normale”. Eppure, quando scendevano in campo, schiacciavano il pulsante e partivano. Altra categoria”.
Dal settore giovanile del Milan, al Lecco in C2 già a 18 anni: si diceva che i giovani dovevano farsi le ossa…
“Secondo me, è giusto così Un ragazzo a quell’età deve giocare e misurarsi con il calcio vero, anche se la categoria è “inferiore”. Anzi, più vai giù e più capisci come funziona (sorride, n.d.r.)”.
Hai fatto Lecco, Empoli, Reggiana, poi ancora Empoli, ma la grande occasione è arrivata a Como…
“Si, l’anno della promozione in A (2001-2002, n.d.r.) è stato forse il migliore della mia carriera, almeno nella prima fase. Poi, ricordo con piacere anche l’esperienza in Serie A al Bari (2009-2010, n.d.r.), perché in quel caso ero sul finire e ci tenevo particolarmente, perché sapevo che poteva essere una delle mie ultime occasioni. Quando ero giovane ho fatto tante cazzate e sprecato tante opportunità, purtroppo. Quell’anno a Bari, invece, me lo sono proprio goduto”.

Parliamo delle “cazzate”, allora…
“Mah, niente di che, diciamo che mi divertivo e non sempre ho fatto la vita da professionista. Sono cresciuto a Milano, in strada, in una famiglia normale. Non è che vivessimo nell’oro, per cui quando sono arrivati i primi soldi, facevo un po’ la bella vita”.
Mai rischiato di prendere qualche sbandata?
“No, quello no, perché alla fine avevo ricevuto un’educazione rigorosa, la mia famiglia mi aveva trasmesso sani principi. Semplicemente mi piaceva uscire con gli amici, qualche volta facevo tardi, troppo tardi (sorride, n.d.r.) e all’allenamento facevo fatica, ma non più di questo. Fortunatamente non ho mai avuto vizi: qualche macchina bella sì, ma niente di più. Fai conto che in vacanza sono sempre andato con mio papà nelle Marche. Avevo un grande legame con lui e d’estate mi bastava quello per ricaricare le pile, nessun viaggio folle come, invece, si usa fare ora”.
Com’era il rapporto con gli allenatori e, adesso che è il tuo mestiere, lo vorresti uno come Allegretti in rosa?
“Ammetto che non sempre è stato facile, con alcuni mi sono anche confrontato animatamente, diciamo così, ma – sì – uno come Allegretti lo vorrei, perché comunque mi prendevo le responsabilità e avevo personalità, una caratteristica che vedo sempre meno in campo oggi. Poi, a volte facevo bene, altre meno, ma non mi nascondevo mai”.
I compagni più forti con i quali hai giocato?
“Beh, quelli del Milan prima squadra non li considero neanche, primo perché erano extra-terrestri e, poi, perché non posso nemmeno definirmi loro compagno di squadra. In quel Milan, però, era arrivato un giovanissimo Vieira, che a volte giocava con noi. Si vedeva che aveva grandi qualità, ma soprattutto credo che fosse il primo esempio di “regista” alto, possente, forte, con leve lunghe. Prima si ricercavano giocatori tecnici, magari agili e rapidi di testa e di gambe. Ecco, lui probabilmente è stato il primo prototipo di centrocampista moderno. Infatti, in Italia non lo abbiamo capito e, per esplodere, è dovuto andare all’Arsenal. Nel resto della carriera ho giocato con tanti calciatori forti come Benny Carbone e Nick Amoruso a Como, poi Amauri al Chievo. Ho anche incrociato il primo Di Natale ad Empoli, ma era agli inizi e, qualche volta, giocavo anche al posto suo (sorride, n.d.r)”.

Tu al posto di Di Natale? Ma in che senso?
“Eh sì, avevamo Baldini come allenatore che aveva un modo un po’ originale di fare le scelte. Ogni allenamento avevamo tutti un cardio-frequenzimetro attaccato al corpo e lui, a fine allenamento, esponeva tutti i risultati. Spesso la domenica giocavano quelli che, da quel punto di vista, avevano i dati migliori. Per cui nelle settimane in cui ero più performante, mi capitava di giocare. E, a volte, Totò rimaneva in panchina”.
Ti sorprende vedere Baldini sulla panchina dell’Under 21?
“Mi sorprende perché non è stata una scelta banale o interessata. Nel senso che in tutta la sua carriera il mister ha sempre dimostrato di essere se stesso, senza mai scendere a compromessi e, questo, nel calcio, non sempre viene visto come una qualità. Ma sono felice per lui, perché dal punto di vista umano ha grandi valori”.
Quali sono gli altri allenatori che ti hanno influenzato di più?
“Ne ho avuti tanti in carriera, e da ciascuno ho cercato di prendere qualcosa, ma se devo citarne qualcuno in particolare, dico Malesani e Ventura. Malesani l’ho avuto a Modena (2003/2004, n.d.r.) e, anche se siamo retrocessi, si vedeva che aveva grandi idee, anche innovative. Con Ventura, invece, ho fatto l’anno di Bari (2009/2010, n.d.r.) e mi sono divertito tanto, perché si faceva un gran calcio”.
Riccardo Allegretti, invece, che tipo di allenatore è?
“Mi definirei pratico, perché non cerco di inventare nulla. Soprattutto nelle categorie in cui alleno ora (ultima esperienza in Serie D, n.d.r.), devi soprattutto entrare in sintonia con il gruppo, perché altrimenti nessuno ti segue. E se arrivi a quello stadio, puoi anche essere Guardiola ma non vai da nessuna parte. Dunque, prima di tutto cerco di acquisire la fiducia della squadra, essere credibile agli occhi del gruppo e poi inizio a lavorare su qualche concetto di gioco semplice. Poi, c’è sempre tempo per complicare…”.
Stai aspettando una nuova opportunità dopo l’addio al Chievo per ragioni famigliari: da dove vorresti ricominciare?
“Non sono mai stato un allenatore dalle grandi pretese, credo che la mia carriera lo dimostri. Vorrei avere l’opportunità di misurarmi in Serie C. Poi, sono disposto anche a scendere di categoria, purché ci sia un progetto serio e di prospettiva. Ho sempre dimostrato di non aver paura di mettermi in gioco, a volte ho proprio il bisogno di respirare l’odore dell’erba. E credo che sia arrivato il momento di ricominciare”.
Cosa manca, dunque?
“Come dicevo prima, il calcio non è un ambiente semplice e, a volte, i percorsi non sono lineari. Io non sono uno che si “vende”, che si propone o che coltiva le amicizie per interesse. Mi gestisco anche da solo, quindi è chiaro che così si fa più fatica, però sono sereno e in pace con me stesso. Sono convinto che, anche così, l’opportunità giusta arriverà. E per quel momento mi farò trovare pronto. Perché, a parte pescare (sorride, n.d.r.), sto comunque sfruttando il tempo per aggiornarmi”.
Chiudiamo così: hai girato tante piazze, qual è quella che ti ha regalato le gioie più grandi?
“L’esordio in Serie A (stagione 2012/2013 nel Como neo-promosso, n.d.r.), rimarrà ovviamente un ricordo indelebile, perché è stato il classico sogno che diventava realtà. Per il resto, ho un legame fortissimo con Trieste (dal 2006 al 2009, n.d.r.): ho anche conosciuto mia moglie, mi ci sono stabilito e qui sono nate anche le mie tre figlie. Dunque, con questa città e con la Triestina, c’è un rapporto particolare, anche se ancora mi brucia l’ultima stagione (2011/2012 n.d.r.), quando la società è fallita e noi non siamo riusciti a fare nulla per salvarla”.
Triestina che, per altro, sta vivendo una situazione simile quest’anno (retrocessa in D per una pesante penalizzazione): cosa ti auguri per il futuro?
“Innanzitutto, spero che la società riesca a superare le difficoltà e, poi, mi auguro che riesca a ripartire con un progetto a lungo termine, in grado di riportare questa città sui palcoscenici calcistici che merita. Sono convinto che ci siano le condizioni per fare bene, perché Trieste ha sempre avuto una grande tradizione. E, poi, ci sono ancora tifosi appassionati che aspettano solo la scintilla per riaccendersi”.