Oggi c’è la solita Coppa Italia e l’aggettivo usato già spiega tanto della noia che si prova per il nostro secondo torneo nazionale. Se dobbiamo essere onesti, la Coppa Italia è sempre stata un’intrusa almeno da trent’anni a questa parte. Riusciamo a tenere alta la tensione emotiva per il campionato, in quanto lotta per quella che sentiamo la vera vittoria in ambito domestico, e per i due tornei europei, nel quale subentrano anche dinamiche patriottiche e lì è facile essere sempre sul pezzo. Ma la Coppa Italia purtroppo non ci cattura, fino a quando non andiamo a giocare con la nostra squadra semifinali e finale. E accade più o meno da sempre, basta andare a vedere quante persone erano allo stadio nelle partite di Coppa Italia degli anni ’90, per capire che la Coppa Italia è stato sempre il cugino simpatico sì, ma meglio se lo incontriamo due volte l’anno.

Alcuni correttivi per la sua spettacolarizzazione, o almeno per renderla meno elefantiaca sono stati fatti. Partite uniche fino alle semifinali, finale unica e pomposa a Roma, rinnovo d’interesse in quanto “titulo” da esporre in bacheca per non lasciarla vuota un altro anno.

Altri poi sarebbero facili da realizzare. In primo luogo uno dei motivi classici per cui la FA Cup inglese è più sentita della nostra coppetta. Non solo per la tradizione, la storia, tutte cose fondamentali nell’immaginario collettivo, ma anche perché in tanti casi è la squadra di grado inferiore ad ospitare l’altra. Questo non solo ravviva la competizione perché cerca di livellare una disparità altrimenti evidente, ma eccita anche lo storytelling, perché raccontare di partite come Nocerina-Inter, FeralpiSalò-Napoli, Olbia-Inter o Monopoli-Milan ancora oggi esalterebbe chi scrive, chi legge, chi va allo stadio, chi guarda in televisione, chi ascolta in radio e forse anche gli sponsor, capaci di avere visibilità raddoppiata e interessata in pubblici più ampi. Tanto in semifinale ci sarà comunque un Roma-Juve o un Napoli-Inter e le grandi audience saranno preservate anche in quel caso.

Scavando poi nel passato della Coppa Italia, è possibile scoprire anche un altro possibile tentativo di risveglio, su cui poter riflettere, ovvero la Coppa Italia come antipasto estivo. Era una portata che andava molto tra la fine degli anni ’80 e inizio ’90 e consisteva in gironi con partite disputate con una frequenza molto serrata, in cui una squadra testa di serie sfidava altre soprattutto di B e di C quasi sempre in partite secche, molto avvincenti per l’effetto “Davide vs Golia” di cui sopra. E spulciando tra questi entrée stagionali ci si imbatte in una delle prove calcistiche più strabilianti ma meno considerate nella storia di questo sport.

Tutti ricordiamo i momenti magici di alcuni calciatori quando si sono avuti in fasi determinate nel tempo. Gli esempi vanno dal Pelé di Svezia ’58, al Van Basten degli Europei ’88, dal Bruno Conti del 1982 al, perché no, Grosso del 2006. Di Maradona abbiamo chiaramente negli occhi e nella testa quello fantascientifico di Messico 1986, ma il Maradona del primo girone di Coppa Italia 1987-88 non ne era molto distante.

Per farla breve e lasciarvi magari alle immagini che per fortuna su Youtube ci sono, elenco le prodezze e cerco di farvi immaginare anche il contesto. Si inizia il 23 agosto 1987, Napoli-Modena al San Paolo. Siamo agli albori della MA.GI.CA, formata da Maradona, Giordano e Careca, appena arrivato e lo spettacolo impazza. Diego segna il secondo gol del match, controllando in un solo movimento di destro e tirando di sinistro alla destra di Ballotta. Oggi una cosa del genere la fa Messi e poi basta. Già che c’era poi mette in porta anche Careca per il 3-0 e crossa per il 4-0 di Giordano. Prima si diceva una prova maiuscola, oggi si urlerebbe alla santificazione.

Tre giorni dopo tutti a Livorno per sfidare la squadra del giovanissimo Igor Protti. Finisce 0-2 per i partenopei e Diego da ancora una volta spettacolo. Per il primo gol inventa prima di tacco per De Napoli e poi si infila in area per servire Giordano a porta vuota. Dopo pochi minuti dribbla un paio di difensori e tocca di fino, così tanto di fino e precisione che la palla tocca il palo. 30 agosto, terza partita, Udinese-Napoli. Maradona tira una punizione dalla sua mattonella e segna subito. Ma è la bellezza di come fa andare la coscia e accarezza il pallone con la caviglia che richiama alla mente “la punizione” contro la Juventus, anche se poi con tutt’altra balistica si sviluppa il tiro.

Altri tre giorni, altro show, questa volta al San Paolo contro il Padova. Il gol vittoria è bellissimo. Cross lungo su Giordano che appoggia di testa all’indietro per Maradona, il quale non mette giù la palla, ma la serve al volo sul terzo uomo che si inserisce, Careca, che spara sotto la traversa. Un gol meraviglioso soprattutto per i tempi della giocata. Durante la partita poi fa altre cose sensazionali, come un dribbling di tacco sulla linea laterale, dopo il quale viene serenamente falciato, e si passa all’ultima partita di questo primo girone, la più difficile contro la Fiorentina, pochi mesi dopo quella del 10 maggio che ha dato il primo scudetto al Napoli. Anche qui meravigliosa punizione però finita sul palo, traversa colpita con un colpo tirato a due metri dalla bandierina del calcio d’angolo e a un certo punto fa impazzire Michele Gelsi in area che lo atterra dopo una serie di finte, per un rigore che lui stesso trasforma per il 2-1 finale. Tutte le partite poi sono ancora arricchite da serpentine, giocate no-look, cambi di direzioni folli per un umano con tendini e ossa normali e tanto altro.

Ecco, recuperando quel Maradona sconosciuto, magari potremmo andare a recuperare anche l’idea di far giocare in estate, stagione bella e invitante per il pubblico (quando torneremo allo stadio), un girone precampionato di Coppa Italia, così da darle uno spazio (e non sopportarla in mezzo alle altre competizioni), i riflettori (e non nasconderla alle 14.30 del mercoledì pomeriggio), una nuova dimensione. E magari un nuovo grande campione la sceglierà per mostrare le sue meraviglie.