È arrivata la Super League, perché chiamarla Debt League avrebbe avuto un appeal decisamente inferiore. Dodici tra i club più indebitati (o quasi) d'Europa, spinti dall'istinto di sopravvivenza, hanno deciso di tirarsi fuori dalle competizioni Uefa, tanto più con la prospettiva di vedere ridotti i premi di partecipazione alla Champions League. Partecipazione che, tra l'altro, non viene assegnata per diritto divino, dunque con l'incertezza dei risultati sul campo che potrebbero estromettere qualcuno dei "prestigiosi club", come loro stessi si sono definiti. Uno schema che non rispondeva più alle esigenze del big del calcio europeo, alle prese con debiti in continuo aumento e ricavi in continuo calo, colpiti dalla mannaia del Covid-19. Dinanzi ai 3,5 miliardi una tantum messi sul piatto per la creazione di un nuovo torneo, con ricavi televisivi e da sponsorizzazione tutti da quantificare (ma indubbiamente superiori a quelli previsti dalla Champions), la scelta non poteva che essere una: la rottura.

La rottura tra i club e la Uefa

Di Superlega si parla concretamente da anni, anche da prima che Football Leaks svelasse il progetto nato a Madrid nel 2018 (con 9 dei 12 fondatori coinvolti). Lo scisma vero e proprio, però, avviene a settembre 2020. In piena pandemia, la Uefa annuncia alle federazioni associate di aver perso circa 600 milioni di euro a seguito dei mancati introiti televisivi e da sponsorizzazioni e che le previsioni per il futuro sono tutt'altro che rosee. Per fronteggiare questa crisi, però, la proposta è spiazzante: i premi di partecipazione alle competizioni continentali e il cosiddetto market pool verranno tagliati per i prossimi cinque anni. Si stima che ogni club possa perdere mediamente il 4% a stagione dei ricavi europei, già di per sé considerati poco remunerativi rispetto alle potenzialità. Nella stagione 2018/19, l'ultima prima della pandemia, la Uefa aveva distribuito meno di 2 miliardi ai club della Champions League, «L'NFL fattura circa 5 miliardi di euro a fronte di un bacino di utenza che è circa il decimo di quello del calcio», aveva dichiarato nel 2016 Andrea Agnelli, presidente della Juventus, nonché uno dei fondatori – e vicepresidente – della neonata Super League.

Se in condizioni normali c'erano già parecchie spinte scissioniste, con i previsti tagli post-Covid il bubbone è esploso. A fine settembre i vertici di Juventus, Inter e Milan si incontrano nel quartier generale rossonero. Si ipotizza inizialmente che possa essere un meeting riguardante l'ingresso dei fondi di private equity nel calcio italiano, ma in realtà il progetto in ballo è ben più grande. A metà ottobre si viene a sapere di un altro piano di riforme, stavolta dall'Inghilterra, definito il "Project Big Picture": in pratica i sei top team della Premier League (Manchester City e United, Liverpool, Chelsea, Arsenal e Tottenham) chiedono maggiore potere decisionale in cambio di un aumento nella quota di mutualità prevista per i club della Football League. Un progetto respinto dalla Premier. Infine, dalla Spagna, l'ultima bomba è sganciata da Josep Maria Bartomeu, l'uomo che ha guidato il Barcellona verso le soglie del dissesto finanziario, costretto a dimettersi tra bilanci in rosso e burofax di Messi che chiede la risoluzione unilaterale del contratto. È il 27 ottobre quando, prima di lasciare definitivamente la presidenza del club catalano, annuncia: «Ieri abbiamo approvato la nostra partecipazione ad una Superlega Europea».

Una Super Lega da oltre 5 miliardi di ricavi

A ottobre, dunque, il disegno della nuova Super League è già pronto. Anche perché, per quella data, tutti i club europei sono al corrente dei disastri economici prodotti dal Covid-19. I dodici club fondatori (Real Madrid, Atletico Madrid, Barcellona e quelli già citati tra Italia e Inghilterra) hanno calcolato perdite operative – dunque senza plusvalenze – pari a quasi 1,5 miliardi di euro. Al momento solo il Liverpool non ha ancora reso noti i propri bilanci relativi alla stagione 2019/20, ma le altre undici società arrivano da sole alla soglia degli 1,4 miliardi di euro. Come risultati finali, incluse dunque tasse e plusvalenze, il rosso totale dei dodici dissidenti è di 727 milioni di euro, in un'annata che comunque è stata parzialmente investita dalle misure anti-Covid. Il danno reale lo si vedrà al termine della stagione 2020/21, la prima vissuta interamente in assetto di emergenza a causa della pandemia. «Penso che questa stagione sarà peggiore – è quanto dichiarato da Andrea Agnelli al Think Sport 2021 in merito a tutto il calcio europeo – ci saranno perdite tra i 6,5 e gli 8,5 miliardi di euro per il biennio».

Va ancora peggio se si guarda ai debiti. L'indebitamento complessivo dei dodici club supera i 6 miliardi di euro e di questi, 4 miliardi sono debiti verso istituti bancari. Il saldo tra debiti finanziari e liquidità dei tre club italiani, da solo, sfiora il miliardo di euro (385 milioni la Juventus, poco meno di 300 milioni l'Inter e 244 milioni il Milan), ma tra i fondatori della Super League c'è indubbiamente chi è messo peggio. Il Tottenham ha chiuso il 2020 con un indebitamento netto pari a quasi 700 milioni di euro, il Barcellona lo segue con oltre 488 milioni di indebitamento netto, ma un monte debiti complessivo superiore al miliardo di euro. Inutile dire che il finanziamento di Jp Morgan (come confermato da un portavoce alla Reuters) sia visto come un toccasana per le società che hanno deciso di rivoluzionare i calcio europeo. Il contributo una tantum da 3,5 miliardi di euro da dividere in 20 è solo la base per cominciare, perché poi ci sarà da spartirsi la torta dei ricavi, che si preannuncia decisamente superiore a quella suddivisa tra i club partecipanti alla Champions League. Nella stagione 2018/19 la fetta maggiore è spettata al Barcellona, con 117,7 milioni di euro. Stando a quanto riportato dal New York Times, ai membri fondatori della Super League andranno 350 milioni di euro a testa: fanno 5,25 miliardi contro i nemmeno 2 miliardi distribuiti dalla Uefa per la sua principale competizione. Sul breve termine, perché sul lungo termine il margine potrebbe raggiungere i 10 miliardi di potenziali ricavi.

Le minacce (vane) della Uefa ai club della Super Lega

A livello economico, la Uefa non ha armi a disposizione per controbattere allo sgarbo, ufficializzato in piena notte, a poche ore da quello che sarebbe dovuto essere l'annuncio della nuova Champions League. Il Congresso convocato a Montreux, in Svizzera, è diventato una riunione per valutare tutti gli aspetti relativi a questa diaspora. Già prima della comunicazione ufficiale della Super League sono arrivate minacce di azioni legali e sanzioni in ambito sportivo, che vanno dal divieto di partecipare alle competizioni domestiche e internazionali, fino al divieto per i calciatori di rappresentare le rispettive nazionali. Quest'ultimo punto appare però irrealizzabile, o almeno: provate voi a dire ai qatarioti, che stanno tenendo fuori il Paris Saint-Germain dal gruppo delle dissidenti, che il loro Mondiale si andrà a giocare senza stelle. Una prospettiva francamente improbabile, ma non è che l'esclusione dai campionati delle dodici "super-leghiste" sia una strada tanto facile da percorrere. È però l'unico vero spauracchio di cui può disporre la Uefa.

Se è vero che la Super League potrà garantire 350 milioni di euro a club, è altrettanto vero che questa cifra fa gola al posto dei ricavi della Champions League. Se si perdono anche quelli domestici, il gioco potrebbe non valere la candela. Non per i club della Premier League, sicuramente: nel 2018/19, l'ultimo anno di "normalità", le sei inglesi coinvolte nel progetto hanno portato a casa l'equivalente di oltre un miliardo di euro dai diritti tv del proprio campionato, in un range che va dai 174 ai 165 milioni a testa. I ricavi da stadio, merchandising e sponsorizzazione si possono pure sostituire, ma quelli televisivi no. Ma cosa succederebbe se la Uefa desse seguito alle proprie minacce, escludendo i dodici dissidenti dai campionati nazionali? I diritti tv della Premier League potrebbero mai avere lo stesso valore? Ovviamente no, motivo per cui un eventuale pugno duro rischierebbe di trasformarsi in un boomerang, senza escludere possibili azioni legali da parte delle emittenti che attualmente detengono i diritti. Una situazione che vede la Uefa con le spalle al muro e la Super Lega ormai pronta a decollare.