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Niccolò Giannetti: “Con Del Piero alla Juve sono stato indegno, ma non capivo niente. Buio totale”

Niccolò Giannetti ripercorre il suo percorso da calciatore a Fanpage.it. L’incredibile avventura alla Juventus, la gaffe con Del Piero e le “botte” di Chiellini. Poi storie e aneddoti, da Cagliari a Siena, da Barella a Di Natale: “Nel pullman metteva i suoi gol e diceva: guardate e imparate”.
A cura di Sergio Stanco
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Niccolò Giannetti era nella sua Siena e giocava nella Primavera della sua squadra del cuore quando, a 18 anni, gli hanno detto: “Vai a Torino”. Proprio così. Antonio Conte era appena arrivato in Toscana e aveva chiesto Immobile e Marrone alla “sua” Juve. Come contropartita Niccolò, Marcel Buchel (entrambi classe ’91) e un giovanissimo Leonardo Spinazzola (due anni sotto età) hanno preparato in fretta le valigie per prendere il primo treno per il capoluogo piemontese: “Ricordo tutto di quei momenti – ci racconta Giannetti in Esclusiva per Fanpage.it – mi tremavano le gambe, è stata un’emozione fortissima, anche perché inattesa”. Non più forte, però, di quelle che seguiranno. Già, perché – per una serie di casualità – per lui si apriranno presto le porte dello spogliatoio dei grandi, quello frequentato da Buffon e Del Piero, tanto per citarne due. Niccolò si ritrova addirittura titolare in Europa League contro il Manchester City di Mancini. E, come se non bastasse, fa anche gol. Come? Ovviamente su assist di Del Piero: “Sembra una favola – ci dice sorridendo – ma è andata esattamente così. Però in quella occasione sono stato “indegno” con Del Piero… (ride, n.d.r.)”. E noi ve la raccontiamo questa favola, che va da Siena alla Juve, passa per Cagliari e fa tante altre tappe, prima di tornare al primo, grande e unico amore….

Niccolo com’è stato passare dalla Primavera del Siena alla Juve di Del Piero?
“Eh, un po’ frastornante, diciamo così. In quello scambio con Immobile e Marrone, saremmo dovuti andare a giocare nella Primavera. Alla fine, però, causa infortuni, ho cominciato ad allenarmi con la Prima Squadra. Era la Juve di Delneri (stagione 2010/2011 n.d.r.), che finì il campionato al settimo posto, ma era una squadra forte forte. A partire da Del Piero, passando per Buffon (anche se per la prima parte della stagione era infortunato), ma c’erano anche Bonucci, Chiellini e a gennaio è arrivato anche Barzagli. Per me è stato come essere catapultato dalle elementari all’università”.

Che emozione è stata entrare in quello spogliatoio? Com’è stato l’approccio?
“Loro sono stati tutti fantastici, ma io credo di aver detto la prima parola a marzo (ride, n.d.r.). Era talmente tanto il rispetto che avevo per quei giocatori, che non riuscivo a dire nulla. Guardavo, ascoltavo e cercavo di imparare e godermi ogni momento. In realtà erano tutti estremamente gentili con noi e non ci facevano pesare il loro “status”. Anzi, erano tutti disponibili. Ovviamente chi più e chi meno, secondo carattere. Nessuno di noi si aspettava nulla e, piuttosto, siamo rimasti sorpresi dal loro atteggiamento. Quando frequenti campioni del genere, capisci come hanno fatto a diventarlo: l’umiltà è la prima cosa che ti colpisce”.

Ma c’è qualcuno che provava a mettervi a vostro agio?
“Simone Pepe era uno dei più simpatici, un personaggio istrionico. Scherzava con tutti e teneva sempre alto lo spirito del gruppo. Ricordo che una volta siamo arrivati in un albergo e per un disguido mancavano alcune camere. Lui parlava con il team manager di questa cosa e ad un certo punto fa: “Ma che problema c’è, adesso ci mettiamo qua e facciamo un po’ di ginnastica”. Si è sdraiato nella hall, gambe sul muro e ha cominciato a fare le posture davanti a tutti”.

Giannetti e il gol con la Juventus al Manchester City.
Giannetti e il gol con la Juventus al Manchester City.

Torniamo al campo: chi ti aveva impressionato di più?
“Beh, a parte Del Piero, che era di un’altra categoria, mi aveva colpito Marchisio, di un’eleganza allucinante. Lo chiamavano tutti “Principino”, ma lo era davvero, in campo e fuori. Poi, c’erano i difensori: Bonucci, Chiellini e Barzagli, quando mi capitava di allenarmi o di giocare contro di loro, la palla non la vedevo mai. E, poi, il buon Giorgio mi lasciava sempre qualche ricordino… (ride, n.d.r.)”.

Tosto il Chiello?
“Spigolosissimo. Era tutto ossa, appena ti toccava ti lasciava il segno. E poi viaggiava ad un’intensità doppia, che fosse la partita vera, una partitella d’allenamento o anche esercizi con la pettorina, per lui non faceva alcuna differenza. Non lo faceva con cattiveria, intendiamoci, ma era proprio il suo modo di spingere sempre sull’acceleratore. Una volta ci siamo scontrati e mi son mezzo rotto, sono uscito col labbro e il naso sanguinanti. Lui sosteneva che fossi stato io ad andare con la mia faccia sul suo gomito (ride, n.d.r.)”.

Parliamo dell’esordio: neanche nei tuoi sogni più reconditi, no?
“Ovviamente no. Sono cresciuto a Siena, ero arrivato fino alla Primavera, ma mai avrei pensato di esordire in Europa League con la Juve di Del Piero. E’ successo contro il Salisburgo, sono entrato nel finale con la voglia di spaccare il mondo, ma non credo di aver toccato palla. Ricordo però l’emozione, quella non la potrò mai dimenticare. A ripensarci mi vengono ancora i brividi”.

E quella dei tuoi genitori?
“Non erano allo stadio, proprio perché è stato tutto così improvviso. Poi, loro mi hanno sempre sostenuto, ma non sono mai stati assillanti: mi hanno seguito in tutti gli stadi d’Italia e in ogni categoria, distanze permettendo. Mi hanno portato ovunque nelle campagne toscane quando ero piccolo, ma – poi – quando sono cresciuto, mi hanno lasciato fare la mia strada,  forse anche per non mettermi ulteriore pressione”.

Ma i tuoi genitori erano appassionati di calcio?
“Sì, entrambi molto appassionati. Mio papà è tifoso dell’Inter, infatti la mia prima maglia è stata quella di Zamorano…”.

Chissà che coltellata per lui vederti esordire con la maglia della Juve…
“Ma no dai, quando arrivi a quei livelli, il tifo passa in secondo piano e prevale solo l’orgoglio di vedere tuo figlio giocare in Serie A. E, poi, non con una squadra qualsiasi, ma con quella della Juve!”.

Ecco, torniamo a quella Juve. Alla seconda presenza in Europa League, parti titolare contro il Manchester City e vai addirittura in gol: cosa ricordi di quei momenti?
“Ricordo perfettamente tutto, dal mister che dà la formazione, fino al gol. Poi, buio totale. Davvero, non scherzo: dopo il gol è come se avessi avuto un black-out. Ricordo che sono entrato in campo con una determinazione allucinante, volevo segnare. Poi, quando ci sono riuscito, non ho capito più niente. Io dico, fai il primo gol con la Juve, su assist di Del Piero e invece di andare ad abbracciare Alex, cosa faccio? Boh, credo di essere andato verso la panchina, ma non ne sono neanche sicuro. Dopo tanti anni, ora posso dirlo: “Alex, scusa, sono stato indegno (ride, n.d.r.)””.

Come si fa dopo aver vissuto un’esperienza simile a non viaggiare a cinque metri da terra?
“Si fa. I miei genitori mi hanno sempre insegnato a tenere i piedi ben piantati, sapevo benissimo quale fosse il mio ruolo quando sono andato a Torino, e che quel momento fosse semplicemente frutto di una serie di coincidenze. Quella squadra aveva tanti attaccanti forti come Quagliarella, Toni, Iaquinta. A gennaio, poi, è arrivato anche Matri e gli spazi si sono ristretti ancora di più. Sono tornato a giocare in Primavera, ma l’ho fatto con lo stesso identico entusiasmo”.

A fine stagione, però, il rientro a Siena e, da lì, a Gubbio: non hai mai pensato “Cosa sarebbe successo se fossi rimasto alla Juve”?
“Sì ci pensi, ma poiché non è dipeso da me, perché alla fine avevo fatto un’annata positiva, inutile avere rimorsi. Probabilmente, proprio perché avevo fatto bene, il Siena pensava di poter monetizzare, ma le due società non si sono messe d’accordo. Dunque, sono tornato a Siena, dove però non c’era un programma per noi giovani. E’ arrivata questa offerta del Gubbio, appena promosso in B e ho pensato potesse essere un ambiente giusto per fare esperienza”.

Non è andata proprio così, perché poi hai fatto quell’anno in Umbria, poi Sudtirol, Cittadella, prima di tornare di nuovo a Siena nella stagione 2013/2014. Anche in quel caso “Nemo propheta in Patria”, no?
“In realtà in quella stagione ho giocato abbastanza e fatto anche diversi gol (7 con il Siena fino a gennaio, n.d.r.), il fatto è che la società stava attraversando un momento difficile dal punto di vista economico. Io sarei andato in scadenza di contratto a giugno e c’era il mio procuratore che mi pregava di non rinnovare. Si erano approcciate squadre come Verona, Torino e Lazio e, a fine stagione, sarei potuto andare via gratis. Io, però, non me la sono sentita e, pur di aiutare il Siena, ho rinnovato. Così, a gennaio mi hanno venduto, ma non è bastato perché la società alla fine è fallita comunque. Ho giocato il resto del campionato con lo Spezia, segnando altri cinque gol. In definitiva, quella è stata la stagione migliore per me a livello realizzativo”.

Giannetti in campo con la maglia del Siena.
Giannetti in campo con la maglia del Siena.

Dopo Spezia, vai al Cagliari: forse le due stagioni migliori della tua carriera (2015-2017) a livello emozionale e di successi?
“Sicuramente sì, dentro e fuori dal campo. In Sardegna ho trovato un ambiente meraviglioso. All’inizio avevo qualche titubanza, non tanto per la piazza, che sapevo essere molto entusiasta, ma perché da Siena i collegamenti erano difficili e io, a Siena, ci volevo sempre tornare. Ho sempre avuto nostalgia della mia città. Alla fine, però, si è rivelata la scelta più azzeccata della mia carriera. Il primo anno in B ho giocato e segnato, abbiamo conquistato la promozione in A ed è stata una festa meravigliosa, indimenticabile. Nella seconda stagione in A ho giocato un po’ meno, ma si era comunque creato un gruppo eccezionale e quindi è stata lo stesso un’annata positiva. Cagliari e la Sardegna mi sono rimaste nel cuore”.

Curiosità sparse: era il Cagliari di un giovanissimo Barella…
“Giovane, ma già vecchio. Ricordo la prima volta che sono entrato nello spogliatoio: bene o male, i giocatori li conosci. Vedo questo ragazzo che parla con i “senatori” ma non riesco a metterlo a fuoco. Aveva la sfrontatezza di rapportarsi alla pari con Sau, Farias, Dessena, gente che a Cagliari godeva di un certo rispetto. La sera vado a vedere… Niccolo Barella, età: 18. Mi ha impressionato, davvero, per maturità, personalità, dentro e fuori dal campo. Era già un “boss”, nel senso buono del termine, dava indicazioni, aveva voce in capitolo nello spogliatoio, un giocatore già pronto. Non sono rimasto sorpreso dal suo passaggio all’Inter”.

Che effetto ti fa, invece, il tuo ex compagno Pisacane sulla panchina del Cagliari?
“Mi fa un grande effetto, soprattutto perché è giovanissimo. Ricordo che, già a quei tempi, sapeva tutto di tutti i giocatori, ma avrei pensato più ad una carriera dirigenziale. Invece mi sbagliavo, perché sembra davvero nato per fare l’allenatore. Quello che ha fatto con la Primavera è stato qualcosa di eccezionale e aver accettato la panchina della Prima Squadra dimostra che ha personalità da vendere. Non so in quanti l’avrebbero fatto…”.

Nella seconda stagione al Cagliari hai avuto anche Legrottaglie come vice-allenatore: che ricordi hai?
“Era un vice molto silenzioso, che non interveniva molto, anche un po’ per carattere. Ai tempi era già diventato Atleta di Cristo, per cui era un tipo molto tranquillo. Poi, a me è capitato di fare alcuni ritiri con Nicola ai tempi della Juve, eravamo anche in camera insieme. Ho assistito ad alcune sue “maratone” di preghiera anche ad ore piuttosto improbabili. Posso dire di aver fatto anche questa esperienza (sorride, n.d.r.)”.

Giannetti, con la maschera, abbraccia Pisacane dopo un gol con il Cagliari.
Giannetti, con la maschera, abbraccia Pisacane dopo un gol con il Cagliari.

Nel 2018-2019 sei stato a Livorno con un altro Signore del calcio come Alino Diamanti. Anche sregolatezza o solo genio?
“Alino è tutto (ride, n.d.r.). Ai tempi era un po’ “arrivato” fisicamente, ma nonostante questo ci ha trascinato fuori da una situazione complicata. C’erano lui, Luci, Dainelli, Valiani, gente di grande esperienza che ci hanno guidato fino alla salvezza. Chiaro che Alino aveva una classe superiore, se diceva “la metto là”, la palla arrivava esattamente lì. Io neanche con le mani. E, poi, era sempre carico a molla, arrivavi nello spogliatoio alle 8 di mattina e lui era già che saltellava (ride, n.d.r.). Insieme a Pepe, uno dei ragazzi più simpatici, e capaci di fare gruppo, che abbia mai incontrato in carriera”.

Nel 2021-2022, invece, sei stato allenato da un certo Totò Di Natale, che per un attaccante deve essere il “Master”…
“Sì, esatto, Totò calciatore lo conoscono tutti, uno che ha fatto quasi 300 gol in carriera, di cui quelli brutti si contano sulle dita di una mano. Io, però, ricordo positivamente soprattutto la persona. Ero arrivato a Carrara dopo qualche annata difficile, avevo bisogno tranquillità e ho trovato un allenatore competente, che però sapeva gestire i ritmi. Non era assillante, spiegava le cose in maniera pacata, senza mai alzare i toni. Una grande persona”.

Ma nelle partitelle faceva ancora il fenomeno?
“Ovviamente sì ed era anche molto competitivo. Mi ricordo che una volta, contro la Primavera, si è schierato difensore centrale, libero staccato. Ad un certo punto, da oltre metà campo, ha fatto partire un pallonetto che ha scavalcato il portiere e si è insaccato sotto la traversa, lasciando tutti a bocca aperta. Poi, quando andavamo in trasferta in pullman, metteva sempre sul televisore la compilation dei suoi gol e ci diceva: “Guardate e imparate”. Gli piaceva sottolineare il fatto di aver segnato e guadagnato tanto, anche se alla fine per il giocatore che era, secondo me, avrebbe potuto guadagnare molto di più se solo avesse voluto”.

Torniamo a te: tornato al Siena a 33 anni per la terza volta: come sta andando?
“Mi ero sempre ripromesso di voler tornare a casa prima della fine della carriera, ma non volevo farlo da “ex giocatore”. Per cui, l’anno scorso ce n’è stata l’occasione e ne ho approfittato. Il mio obiettivo è riportare questo club tra i professionisti (attualmente il Siena è in Serie D) e spero con tutto il cuore di riuscirci. L’anno scorso non è andata bene e quest’anno abbiamo una nuova proprietà svedese, che ha puntato tanto sui giovani. Siamo un po’ lontani dalla vetta, ma ci proveremo fino alla fine. E, se non dovesse essere quest’anno, spero di poter avere un’altra opportunità. Prima di smettere voglio davvero riportare la squadra della mia città dove merita di stare”.

E dopo? Hai già un progetto per il futuro?
“No, non ci ho ancora pensato seriamente. Mi piacerebbe rimanere nel mondo del calcio, ma non so ancora bene con che ruolo. Non sento mio quello dell’allenatore, ma farò comunque i corsi perché nella vita si può sempre cambiare idea. Mi vedo più a lavorare con i giovani, cercando di trasmettere loro la mia esperienza, sperando che abbiano voglia di ascoltare un “vecchio” che racconta aneddoti di quando giocava in Serie A (sorride, n.d.r.)”.

Già ci immaginiamo la scena: ragazzini in cerchio a centrocampo, un “vecchio” in mezzo. Una bella storia: “Del Piero ha preso palla sulla sinistra, ho visto che stava per crossare, allora ho fatto il solito movimento, quello dell’attaccante puro, quello che si deve fare spazio con l’astuzia in area di rigore, perché il fisico era quello che era. Ho fatto uno scatto sul primo palo, alla Pippo Inzaghi e l’ho girata in porta”. Mima il movimento, il tocco, il portiere che si tuffa inutilmente. “Oh, era il Manchester City di Mancini, eh! Comunque, ricordatevi che – come diceva sempre SuperPippo – è il primo palo che vi dà da mangiare. Non dimenticatevelo mai”. Poesia.

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