Morte de Miguel, il professor Russo Frattasi: “Mai visto un trauma così violento. Come un frontale tra due auto”

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La dinamica dell'incidente di gioco in seguito al quale Jesus de Miguel Alameda è morto.
Nell’intervista a Fanpage.it il Chirurgo Ortopedico e Medico Legale a Torino aiuta a capire la dinamica e la violenza dello scontro di gioco. “È una morte traumatica che provoca un arresto cardiaco diretto”.
Intervista a Prof. Carlo Alessandro Russo Frattasi
Chirurgo ortopedico e specialista in Medicina dello Sport all'Università di Torino, medico legale

Una ginocchiata al petto al 96′, a centrocampo, su un pallone conteso. Violentissima. Jesus de Miguel Alameda, 30 anni, attaccante del Tenerife, è morto così dopo lo scontro con il portiere dell'Andorra, Jesus Owono. Crollo a terra, soccorsi, trasporto in ospedale. Non ce l'ha fatta. Per capire cosa può aver provocato una cosa del genere, Fanpage.it ha sentito il professor Carlo Alessandro Russo Frattasi, chirurgo ortopedico e specialista in Medicina dello Sport all'Università di Torino, medico legale. La dinamica mette i brividi addosso: "Il torace si appiattisce contro la colonna e schiaccia il cuore".

Professore, un calciatore di 30 anni, sano, monitorato ogni giorno. Prende una ginocchiata al torace e il cuore si ferma. Com'è possibile?
"Guardi, qui parliamo di un trauma ad altissima energia. Di quelli che non capitano quasi mai. Ha due giocatori, 70-75 chili l'uno o anche di più, che corrono uno contro l'altro a grande velocità. Tutta quella violenza si concentra in un punto solo: il ginocchio. Tutta lì. In quei pochi centimetri".

E cosa succede al torace?
"Il torace è elastico. Si appiattisce. Va a sbattere contro la colonna vertebrale. In mezzo c'è il cuore. Che sarà grosso come un pugno, poco più. Viene schiacciato completamente. E si ferma per un motivo meccanico, non cardiaco".

Quindi, è questione di un attimo.
"Esatto. Un decimo di secondo dopo, un centimetro più in là, e magari non succede nulla. Qui il ginocchio è arrivato proprio lì. Proprio in zona cuore".

Il cuore poi in campo è ripartito. Lo hanno rianimato. Cosa non ha più funzionato?
"Il cuore è ripartito, sì. Ma in quei minuti in cui è rimasto fermo, il cervello non ha ricevuto sangue. Non c'è stata perfusione. E il cervello è l'organo che soffre di più, in assoluto. Bastano pochissimi minuti senza ossigeno per avere una sofferenza gravissima, irreversibile. Presumibilmente è quello che è successo. Il cuore ha ripreso a battere, ma il quadro neurologico era compromesso".

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Osservato un minuto di raccoglimento prima delle partite di Champions.

E a quel punto non c'era più margine.
"No".

Lei ha cercato in letteratura. Esiste un caso simile?
"Ho guardato. Nelle nostre casistiche, tra traumatologi, non ho trovato nulla di così localizzato e così violento".

Perché in altri contrasti simili il giocatore viene sbalzato via e qui no?
"Le faccio un esempio pratico. Se lei è fermo e le arriva uno a 40 all'ora col ginocchio sul petto, la butta lontano tre metri. E buttandola lontano scarica la forza. Qui no. Qui è stato un frontale. Come due macchine che si prendono in pieno. Il cofano si accartoccia. Tutta l'energia resta dentro. Ecco, è quello che è successo".

Noi pensiamo sempre alle morti in campo per un cuore malato. Qui è l'opposto.
"Totalmente l'opposto. Questa non è una morte cardiaca. È una morte traumatica che provoca un arresto cardiaco diretto. Sono due cose diverse".

Si possono prevenire casi del genere con una protezione, come nel rugby?
"No. Guardi, è una combinazione irripetibile. Irripetibile. È un'azione di gioco corretta, due che vanno sul pallone. Ma si è incastrata una dinamica pazzesca: un agente contundente piccolissimo, due velocità altissime che si scontrano. Mettere una protezione nel calcio per una cosa del genere non avrebbe senso".

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