Il meccanico di Kimi Antonelli: “In 30 anni mai visto uno così. Da bambino piangeva quando lo sgridavo”

Kimi Antonelli bambino sorride in braccio al suo meccanico Giulio Quaglia Faccio durante gli anni del karting.
Kimi Antonelli da bambino con Giulio Quaglia Faccio, il meccanico che lo seguì nel karting tra il 2018 e il 2019.
Giulio Quaglia Faccio ha lavorato con Kimi Antonelli nel 2018 e 2019. Nell’intervista esclusiva a Fanpage.it racconta il bambino che imparava una pista in quindici minuti, piangeva ai rimproveri e poi correva ad abbracciarlo.

Quando Kimi Antonelli vinceva una gara di kart, correva sotto la tenda della squadra e saltava addosso ai meccanici. Si abbracciavano, scattavano le fotografie e poi tornavano a smontare tutto. Il bambino andava a casa con la sua famiglia, gli altri riprendevano il lavoro. Giulio Quaglia Faccio, che per due anni gli ha preparato il kart, ricorda ancora quelle giornate. E soprattutto ricorda che quel ragazzino, diventato campione del mondo di Formula 1, aveva qualcosa che lui non aveva mai incontrato in quasi trent'anni di mestiere. Quaglia Faccio lavora nel karting dalla fine degli anni Novanta. Vive in Piemonte, ha cominciato alla Tecno Kart e da circa dieci anni collabora con Dino Chiesa, uno degli uomini che hanno accompagnato Antonelli nella sua formazione. Ha seguito Kimi nel 2018 e nel 2019, nel passaggio dalla categoria Mini alla Junior, quando il futuro pilota Mercedes era ancora un bambino.

A Fanpage.it racconta i primi test a Lonato, la capacità di imparare una pista in quindici minuti e la precisione con cui guidava. Ma anche le telefonate tra una gara e l'altra, i rimproveri che qualche volta facevano piangere Kimi e gli abbracci con cui finivano quelle piccole discussioni. Oggi si sentono poche volte all'anno. Giulio continua a lavorare nel karting e conserva un desiderio: ritrovarsi un giorno a festeggiare con lui.

Giulio, partiamo da te. Come sei arrivato nel mondo del karting e da quanto tempo fai questo lavoro?
"Sono 29-30 anni che lavoro nel karting. Ho iniziato con un'azienda che costruiva go-kart vicino a dove abito, in Piemonte, che si chiamava Tecno Kart. Abbiamo cominciato con i campionati francesi, europei e mondiali. Poi sono passato alla MGM per sei anni, ho fatto anche qualcosa per conto mio e infine sono arrivato da Dino Chiesa. Ormai sono quasi dieci anni che lavoro con Dino".

Quando hai cominciato a lavorare con Kimi Antonelli? Ricordi la prima volta che lo hai visto guidare?
"Ho lavorato con Kimi nel 2018 e nel 2019, quando aveva appena finito con la Mini ed era passato alla categoria Junior. Mi ricordo il suo debutto, quando venne a fare un test a Lonato. Era tanta roba".

Qual è stata la prima caratteristica che ti ha fatto capire di avere davanti un pilota speciale?
"La velocità con cui imparava la pista. Quando gli facevo da meccanico, mi colpiva soprattutto quello. Se non era già alla fine del primo turno, dopo quindici minuti poco gli mancava per essere al 100%. Era veramente un talento".

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Dal punto di vista tecnico, com'era? Riusciva già a dare indicazioni precise su come mettere a punto il kart?
"Kimi non era ancora bravo a sistemarsi il kart, però faceva sempre la stessa cosa. Era un martello. Tu lo vedevi girare e capivi di cosa aveva bisogno il kart in base a come guidava. Con gli altri, invece, magari una volta sbagliavano da una parte, una volta dall'altra, e dovevi cercare sempre un compromesso. Con lui era più semplice mettere a punto il kart perché faceva sempre le stesse cose".

Quando avete smesso di lavorare insieme, pensavi davvero che sarebbe arrivato in Formula 1? In tanti anni hai incontrato altri piloti come lui?
"Sì, pensavamo tutti che sarebbe arrivato in Formula 1 perché era di un livello più alto rispetto agli altri. Io faccio questo lavoro da più o meno trent'anni e, sinceramente, è stato il primo e, al momento, l'unico pilota di quel genere, di quel livello. Qualsiasi pista affrontasse, gli bastava un turno per capirla ed essere già al massimo a cui si poteva andare. Era tanta, tanta roba".

Dino Chiesa mi ha raccontato che Kimi era un bambino molto buono e che dovevate insegnargli a essere più duro sportivamente. Tu come lo ricordi?
"Era buono, è sempre stato un ragazzo gentile. Era bello averlo a fianco perché era sempre sorridente, scherzava con tutti, abbracciava tutti. Era una bella cosa. Secondo me qualche volta è stato anche troppo buono con gli avversari. Io, in certe situazioni, mi sarei fatto valere un po' di più. Lui invece era fatto così".

E fuori dalla pista? Che rapporto avevate? Era un bambino tranquillo?
"Fuori dalla pista era come in pista. Era veramente un bravo ragazzo, un bambino gentile, che giocava. Non ha mai fatto il bullo, non ha mai preso in giro qualcuno. Su questo assolutamente. Ci sentivamo anche al telefono ogni tanto, quando magari passavano due settimane senza vederci. Giusto per sapere se stavamo bene o perché non vedevamo l'ora di battere qualcun altro. Quelle cose lì. Era un bravo ragazzo".

Ti capitava di rimproverarlo? Come reagiva quando gli facevi notare un errore?
"Una discussione tra di noi non c'è mai stata. Se lui faceva un errore, ero il primo a dargli contro. E qualche volta, soprattutto all'inizio, capitava che si mettesse a piangere perché lo sgridavo e lui pensava di avere ragione. Però finiva sempre lì, con gli abbracci e i saluti. Era sempre addosso a me, sempre in braccio. Io ero il triplo di lui, ed ero giocherellone. Insomma, con uno così non potevo fare diversamente".

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Qual è stata invece la gara più difficile vissuta insieme? Una sconfitta che ancora oggi ti è rimasta impressa?
"Il Mondiale ad Alaharma, in Finlandia, nel 2019. Il meteo era molto incerto, continuava a cambiare. Pioveva, poi smetteva. Avevamo sbagliato i tempi, eravamo riusciti a rimontare tanto fino alla finale. Mi ricordo che eravamo in pregriglia e non si capiva se avrebbe continuato a piovere oppure avrebbe smesso. Penso che quello sia stato un errore nostro di messa a punto, di pressioni e di setup, che non gli ha permesso di vincere il Mondiale quando, secondo me, lo avrebbe sicuramente meritato. Me lo ricordo bene perché era stato un anno difficile e quello poteva essere un bel finale. Penso che in finale abbiamo sbagliato il setting".

E quando invece vincevate? Come festeggiava Kimi?
"Quando vinceva le gare eravamo tutti felici, ci abbracciavamo, lui saltava addosso a tutti. Però, finita la gara, lui andava a casa sua e io a casa mia. Non abbiamo mai fatto feste dopo, non era abitudine nel kart festeggiare dopo le gare. Si stava sotto la tenda finché non si finiva di smontare tutto, si facevano le foto di rito. Era bello, lui rideva e scherzava con tutti".

Siete rimasti in contatto dopo che Kimi ha lasciato il karting?
"Sì, siamo rimasti in contatto. Sinceramente, dopo il go-kart ho smesso di sentirlo come prima, ci sentiamo due o tre volte all'anno. Ma perché è giusto che lui faccia il suo percorso. Io sono uno del go-kart, ho fatto la mia vita nel go-kart e rimango qua. Quindi è giusto che lui vada avanti".

Adesso che Kimi è arrivato al titolo mondiale di Formula 1, qual è il ricordo più bello che conservi di lui? E cosa vorresti dirgli?
"Il ricordo più bello che posso avere è il fatto di aver avuto la fortuna di lavorare con lui un paio d'anni e di essere rimasto in contatto con lui. E spero che si ricordi lui di me quando sarà il momento, quando ci incontreremo per festeggiare tutti quelli che avrà vinto dopo".

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