I 13 anni che hanno distrutto il Manchester United, la squadra più grande al mondo

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Dal ritiro di Sir Alex Ferguson nel 2013 a una crisi che dura da oltre un decennio: il Manchester United ha cambiato allenatori, filosofie e progetti senza ritrovare la strada per tornare ai vertici. Le parole dei suoi allenatori raccontano la caduta di un gigante del calcio inglese.

Per misurare la profondità dell'abisso in cui è sprofondato il Manchester United basta ascoltare le voci di chi si è seduto su quella panchina nel corso degli anni. Dal maggio 2012, anno in cui Sir Alex Ferguson ha chiuso dietro di sé la porta di Old Trafford, il club ha vissuto un'ossessiva e nevrotica ricerca del tempo perduto. Ha alternato profili, idee e filosofie diverse senza mai ritrovare la vecchia gloria del passato. Ogni allenatore ha tentato di guarire il gigante ferito, ma tutti sono strati travolti alle sue macerie. Ricostruite pezzo dopo pezzo, le loro conferenze stampa compongono il diario di un'agonia che ancora oggi non lascia andare i Red Devils. Come ha fatto una delle squadre più forti del mondo a ballare sul filo della retrocessione, a collezionare figuracce e a dimenticare completamente la sua centenaria storia?

Non si trattava di una squadra qualsiasi. Il Manchester United era una delle istituzioni più importanti del calcio mondiale, capace di imporsi per decenni in Inghilterra e in Europa con un palmares sconfinato e una dimensione commerciabile paragonabile a quella delle più grandi società sportive del pianeta. Old Trafford era il teatro di una squadra abituata a giocare per vincere tutto fino a diventare uno dei marchi più riconoscibili dello sport: anche anni dopo l'addio di Ferguson lo United ha continuato a muoversi ai vertici dell'economia calcistica, diventando primo al mondo per fatturato secondo la Deloitte Football Money League nel 2016 e nel 2017. La ricchezza della Premier League, i ricavi commerciali e ovviamente anche il seguito internazionale gli hanno garantito risorse enormi anche quando i risultati sportivi hanno cominciato a peggiorare, come nel 2025 quando a un passo dalla retrocessione si è comunque piazzata tra le prime otto società al mondo per fatturato, registrando ricavi per 793 milioni di euro.

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Il Manchester United galleggia in fondo alla classifica

L'illusione della continuità con Moyes

Nel maggio 2013 il Manchester United salutava Ferguson alzando al cielo il suo ventesimo campionato. Lo scozzese lasciava dopo 26 anni di dittatura sportiva, consegnando agli eredi una creatura modellata a sua immagine e somiglianza, capace di vincere anche quando il ciclo sembrava ampiamente esaurito. L'eredità fu affidata a David Moyes, che nei dieci anni precedenze aveva fatto il suo onesto lavoro all'Everton: fu Ferguson stesso a indicarlo, persuaso che l'identità scozzese e il culto del lavoro bastassero a garantire continuità. Il verdetto del campo fu implacabile: appena dieci mesi dopo Moyes venne sollevato dall'incarico con la squadra finita al settimo posto.

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Moyes fu indicato come successore da Sir Alex Ferguson

Fu l'inizio della fine per i Red Devils e il primo scricchiolio arrivò nel marzo 2014. Travolto per 3-0 nel derby contro il Manchester City, Moyes si lasciò sfuggire una riflessione che suonò come una capitolazione: "Loro sono il tipo di squadra alla quale aspiriamo ad arrivare". Nonostante le successive precisazioni (non parlava del City in particolare ma del modello delle nuove squadre vincenti) il valore simbolico di quel fermo immagine restò scolpito nella mente dei tifosi che fino a quel momento avevano visto il City come una squadra incapace di vincere, mentre lo United era il centro del calcio inglese. Ma in quegli anni qualcosa stava cambiando profondamente.

van Gaal e Mourinho, i sergenti di ferro

Archiviato il capitolo Moyes, nell'estate del 2014 lo United puntò su van Gaal, fresco del terzo posto ai Mondiali con l'Olanda. Fu il primo sergente di ferro dopo Ferguson e arrivò con il vanto di saper forgiare le grandi squadre. Riportò lo United in Europa, ma senza mai accendere i cuori della Stretford End. Il motto dell'olandese era sempre e solo uno davanti ai risultati negativi: "Siamo in un processo e questo processo durerà più di un anno". A ogni conferenza chiedeva pazienza, consapevole del fatto che l'intero sistema era da rifare, ma non gli fu concesso il tempo richiesto. Nel 2016 vinse la FA Cup e venne licenziato 48 ore dopo la finale: nemmeno la coppa riuscì a salvarlo perché il suo gioco era ritenuto estraneo al DNA del club, anche se in realtà nel frattempo la squadra aveva perso tutto ciò che la rendeva riconoscibile.

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van Gaal è rimasto in panchina dal 2014 al 2016

La risposta fu l'ingaggio di José Mourinho. Il portoghese era l'usato sicuro, l'uomo dai risultati immediati che in effetti portò subito Europa League e Coppa di Lega, oltre al secondo posto in Premier League (il punto più alto toccato dal post-Ferguson). Lo Special One fu brutalmente onesto: nella conferenza stampa di presentazione criticò Van Gaal e persino Arsene Wenger. Ma l'anno successivo le cose non andarono così bene e venne fuori il Mourinho che tutti conosciamo. Dopo l'eliminazione agli ottavi di finale della Champions League contro il Siviglia, l'allenatore mise in scena una spietata autopsia mediatica di dodici minuti: "In sette anni, con quattro allenatori diversi, una volta non si è qualificato per le coppe europee, due volte è uscito nella fase a gironi e il miglior risultato è stato un quarto di finale. Questa è l'eredità calcistica". Era un modo per assolvere sé stesso e spostare l'attenzione sulle colpe della struttura, gli stessi discorsi che oggi facciamo otto anni dopo quel momento e con una situazione ben peggiore.

Il paragrafo di Mourinho non può chiudersi così. Pochi mesi dopo, il 27 agosto 2018, la frattura diventò insanabile. Dopo la sconfitta per 3-0 contro il Tottenham lo Special One cominciò a snocciolare i suoi successi personali: "Tre a zero, tre a zero. Sapete cosa significa? Tre Premier League. Io ne ho vinte tre, loro due". Poi si alzò abbandonando la sala ma continuando a urlare "Rispetto, rispetto, rispetto". Il suo esonero arrivò a dicembre, ma resta ancora oggi la gestione di maggior successo.

Il tentativo di Solskjaer e la verità di Rangnick

Dopo due allenatori pragmatici le idee dello United erano quasi esaurite e la dirigenza si giocò la carta dell'appartenenza ingaggiando Ole Gunnar Solskjaer, l'eroe della notte di Barcellona del 1999 che incarnava la memoria storica dei tempi d'oro. A tratti gli inglesi tornarono a divertire, giocando un calcio veloce fatto di ripartenze, e chiusero il campionato al secondo posto nel 2021. Ma la squadra mostrava ancora grandi limiti strutturali: nel 2020, dopo la sconfitta contro il Liverpool ad Anfield per 2-0, l'allenatore cercò di arrampicarsi sugli specchi: "Abbiamo perso contro il Liverpool, una squadra che voi definite fantastica, e siamo rimasti in partita fino all'ultimo pallone. Per me è un passo avanti". La realtà invece raccontò che i Reds finirono primi, a 33 punti dallo United terzo. Curiosamente la sua gestione si concluse dopo una partita contro il Liverpool, una delle sconfitte più terrificanti degli ultimi anni: un 5-0 umiliante ad Old Trafford che rappresentò il punto più basso della storia moderna della squadra.

Dopo di lui la panchina venne affidata a Ralf Rangnick, allenatore di una pasta diversa che sarebbe poi dovuto diventare un consulente della dirigenza l'anno successivo. L'esperienza fu fallimentare, ma il tedesco aveva capito tutto: "Non basta apportare qualche piccola modifica, qualche intervento cosmetico. In medicina, diremmo che serve un'operazione a cuore aperto". Dopo Mourinho, è stato l'unico a individuare il male dello United con visione ed esperienza, ma anche allora la società preferì non ascoltarlo e ripartire da capo per l'ennesima volta.

La spaccatura con ten Hag

Di nuovo un olandese, questa volta Erik ten Hag, fresco dei successi alla guida dell'Ajax con il suo calcio bello e moderno. Al primo anno vinse la Coppa di Lega e riportò lo United in Europa, ma dietro al successo ci furono delle clamorose crepe nello spogliatoio. Nel 2022, l'anno del grande ritorno di Cristiano Ronaldo, il portoghese si rifiutò di entrare a gara in corso contro il Tottenham. L'allenatore lo escluse temporaneamente per riaffermare la sua autorità, ma causò un danno irreparabile. CR7 rilasciò un'intervista a Piers Morgan in cui attaccò frontalmente guida tecnica e società, rescindendo poi il contratto a novembre.

Un anno dopo la stessa scena si ripetè con Jadon Sancho che finì fuori rosa. ten Hag usava il pugno duro con tutti per imporre regole e cultura del lavoro, ma non fu supportato dalla dirigenza: nel 2024 lo United finì ottavo in campionato, il peggior risultato nell'era della Premier League (fino a quel momento), e pochi mesi dopo arrivò il nuovo esonero.

La resa dei conti con Amorim

Nel novembre 2024 lo United prese Ruben Amorim dallo Sporting. Discepolo di Mourinho, aveva costruito la squadra portoghese come un modello virtuoso, ma l'impatto con l'Inghilterra fu drammatico. Se con ten Hag la società non aveva mai trovato terreno comune, con il nuovo allenatore fu scontro aperto. Il 19 gennaio 2025 dopo la sconfitta contro il Brighton Amorim diede la prima sentenza: "Siamo forse la peggior squadra della storia del Manchester United". Suona come l'epitaffio di una stagione alla deriva, conclusa con un grottesco quindicesimo posto e la sconfitta in finale di Europa League contro il Tottenham che non era messo tanto meglio.

Il punto di non ritorno si consumò meno di un anno fa, il 4 gennaio 2026. All'indomani del pareggio contro il Leeds, Amorim si mise contro i vertici societari: "Sono venuto qui per fare il manager del Manchester United, non l'allenatore". La sottigliezza semantica era in realtà un affronto al direttore sportivo e all'area scouting che non lo avevano supportato ed è stata anche l'ultima frase pronunciata da allenatore dello United prima dell'esonero, arrivato il giorno successivo. Dopo di lui è stato scelto il traghettatore Carrick che meglio di chiunque altro conosce la storia del club, ma nemmeno lui è riuscito a portare la squadra fuori dall'oblio.

Sono passati 13 anni dall'addio di Sir Alex Ferguson e il Manchester United è un eterno cantiere: il filo rosso che unisce le dichiarazioni dei suoi allenatori racconta il progressivo ridimensionamento, la sfiducia verso la dirigenza e l'allarme lanciato quando forse la situazione era ancora risolvibile. Oggi i Red Devils sono irriconoscibili e dopo i 26 anni in cui Ferguson è stato contemporaneamente allenatore, manager, garante dell'identità e scudo societario non hanno ancora trovato nessuno che avesse i suoi stessi superpoteri.

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