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Mauro Esposito: “Carnevale mi portava a cena con Paola Perego. Zola a 37 anni ci diede una lezione”

Mauro Esposito si è raccontato nel corso di una lunga intervista a Fanpage.it. L’ex calciatore racconta gli anni d’oro di Cagliari con Zola, il Mondiale 2006 sfiorato con la Nazionale e gli aneddoti di una carriera intensa: “Il mio esordio? Dovetti sostituire Allegri”.
A cura di Fabrizio Rinelli
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Mauro Esposito nella sua carriera ha fatto sognare la Sardegna, Cagliari e convinto Marcello Lippi a portarlo nel giro della Nazionale Italiana più forte di sempre. Protagonista assoluto del ‘Cagliari dei tre tenori' insieme a Zola e Suazo, Esposito ha incarnato l'essenza del calcio veloce, tecnico e generoso. Un talento puro che da Pescara ha poi conquistato la Serie A a suon di gol e assist, vivendo stagioni da assoluto fuoriclasse in un calcio dove il talento individuale faceva ancora la differenza.

Mauro Esposito, in un'intervista a Fanpage, non solo ha ripercorso le tappe di una carriera straordinaria tra Cagliari, Roma e l'azzurro, ma ha analizzato anche il calcio italiano di oggi in grave crisi e a caccia di giovani talenti nostrani troppo spesso accantonati. "Ho fondato la Mauro Esposito Academy dove mi dedico soltanto al perfezionamento tecnico". Sulla sua carriera ha ricordato soprattutto quell'incontro con Allegri al Pescara: "Si vedeva che sarebbe diventato un allenatore".

Mauro, sei cresciuto calcisticamente a Pescara. Cosa porti ancora oggi dentro di te di quegli anni nel settore giovanile e dell'esordio tra i professionisti?
"Pescara per me è stata una seconda casa tant'è che oggi mi sono stabilito a vivere qui. Sono arrivato da Napoli in questa società all'età di 12 anni. Il Pescara ha creduto sempre in me e qui ho giocato nel settore giovanile fino ad arrivare poi in prima squadra".

A Pescara hai condiviso lo spogliatoio con grandi nomi. C'è un compagno o un allenatore di quel periodo che ha capito prima degli altri che saresti arrivato in alto?
"Sicuramente Massimiliano Allegri. La mia storia calcistica mi lega a lui poiché io ho esordito in Serie B proprio al posto suo all'età di 17 anni. Già allora si vedeva che sarebbe diventato un grande allenatore. Allegri già in campo mostrava quella sua personalità, quel carattere che spingeva tutti gli altri a migliorarsi e a fare bene".

Cosa ricordi di Allegri?
"Ricordo che lui mi dava sempre tanti consigli poiché ero il più giovane e anche lui vedeva delle qualità importanti in me e quindi mi spronava tutti i giorni a migliorarmi, a fare sempre bene e a raggiungere l'obiettivo di diventare un domani un calciatore di Serie A. Le sue parole me le porto sempre dietro, sono state di grande aiuto nei miei confronti".

C'era anche Andrea Carnevale.
"Lui giocava col Pescara quando io facevo ancora gli allievi nazionali. Era il periodo in cui già mi affacciavo in prima squadra. Carnevale fu importante così come Pierpaolo Marino, il direttore generale di quel Pescara, il quale fu lui a volermi portare in Abruzzo. Allegri, Carnevale e Marino sono state le persone che mi hanno aiutato tanto dandomi consigli, standomi vicino, a farmi capire che avevo delle qualità importanti e per me era un grande onore accettare i loro consigli".

Un aneddoto che ti lega a loro?
"Allegri mi dava tanti consigli, invece Carnevale spesso mi portava a cena con lui e la sua ex moglie, Paola Perego. Ricordo che mi venivano a prendere in convitto. Sono stato un po' il loro figlioccio poiché io ero proprio un ragazzino a Pescara".

Una volta arrivato il calcio professionistico hai iniziato la tua crescita: ma cosa hai fatto col tuo primo vero stipendio da calciatore?
"Ho aiutato i miei genitori. Loro avevano già una casa loro, però mi ricordo che era da mettere a posto e quindi li ho aiutati a sistemarla. Ho pensato più a loro. Ricordo i tanti sacrifici che faceva mio padre che nonostante lavorasse trovava sempre il modo per accompagnarmi agli allenamenti. E poi mia mamma che pianse quando vide andare via un figlio a soli 12 anni, lontano da casa. Insomma, mi sono sentito in dovere di aiutare due genitori che hanno fatto tantissimo per me".

Mauro Esposito al Cagliari.
Mauro Esposito al Cagliari.

Per molti tifosi il tuo nome è indissolubilmente legato al Cagliari. Cosa ha significato per te diventare un simbolo di un’intera isola?
"Mi sono trovato benissimo in quella terra, con quella società, quella gente. È stata la parentesi più bella per me, sono stato 6 anni bellissimi, indimenticabili, tant'è che oggi ho casa in Sardegna e ci vado tutti gli anni in vacanza".

Cosa è stato il Cagliari per te?
"In 6 anni ho giocato sei campionati: tre di B e tre di A ad alto livello, e senza il loro affetto ed aiuto anche nei momenti difficili non avrei fatto quello che ho fatto".

Insieme a Zola e Suazo avete formato uno dei tridenti più iconici degli anni 2000. Com'era giocare con loro? C'era un’intesa naturale o era frutto di ore di allenamento?
"Ho avuto l'opportunità di giocare con un campionissimo come Zola, ma anche altri giocatori importanti come Suazo, Langella e ogni anno che vado a Cagliari o in Sardegna tutti mi fanno i complimenti perché è stato uno dei tridenti più belli e importanti che ha avuto il Cagliari".

Era un Cagliari fortissimo con quel tridente.
"Noi eravamo forti, quella squadra si è tolta grandi soddisfazioni. Un gruppo che ha stravinto il campionato in Serie B e l'anno dopo ha sfiorato l'ingresso nella vecchia Coppa UEFA".

Gianfranco Zola è una leggenda mondiale. C'è un consiglio particolare che ti ha dato o un episodio "dietro le quinte" che descrive la sua grandezza fuori dal campo?
"Zola è arrivato a Cagliari a 37 anni e si è rimesso in discussione. Vedere allenare lui a 37 anni era una lezione per tutti, ci spingeva a fare sempre di più. Ricordo che Gianfranco arrivava un'ora prima al campo per prepararsi all'allenamento e tutti ci fermavamo a vedere come calciava le punizioni. Era incredibile la disponibilità che dava a tutti noi ogni volta che gli si chiedeva qualcosa, sempre umile, nonostante il campione che era. È stato un grande sia dentro al campo ma soprattutto fuori: è stata una scoperta veramente bella e sono fiero di aver giocato con lui".

Mauro Esposito con la maglia della Nazionale Italiana.
Mauro Esposito con la maglia della Nazionale Italiana.

Marcello Lippi ti ha dato fiducia nell'Italia in un periodo in cui la concorrenza nel tuo ruolo era spietata. Cosa hai provato alla prima chiamata in Nazionale?
"Una grandissima emozione, ricordo che a darmi la notizia della convocazione in azzurro fu Gigi Riva. Per due anni ho viaggiato con lui da Cagliari per andare a Coverciano e lì Lippi mi disse delle parole che me le porterò sempre con me. Il CT mi spiegò che nonostante venissi da una società piccola come Cagliari, la convocazione era meritata per quello che stavo facendo".

Sei stato nel gruppo durante le qualificazioni per il 2006. Quanto è stato difficile restare fuori dalla lista finale proprio nell'anno del trionfo a Berlino?
"Un po' di rammarico c'è stato perché feci tutte le qualificazioni ai mondiali per due anni e non saltai neanche una convocazione".

Secondo portò secondo te Lippi ad escluderti?
"Io venivo sempre da una società piccola come Cagliari e quando lui dovette fare delle scelte magari preferì portare altri come Iaquinta che ricordo fece l'esterno allora Però giocava nella Juve, magari questo un po' ha influito. Di certo trovare spazio nei 23 diventava difficile visti i tanti campioni che c'erano, e questo l'avevo capito col tempo, ma il mondiale sarebbe stato veramente il sogno di tutto quello che avevo fatto prima".

Te lo disse Lippi che eri stato escluso?
"A Coverciano annunciò i nomi di coloro i quali non avrebbe convocato. Lo disse nel pre ritiro dei 30".

Il passaggio alla Roma sembrava il coronamento di un sogno. Cosa è mancato, oltre agli infortuni, per vedere il "vero" Mauro Esposito nella Capitale?
"L'infortunio al ginocchio ha influito tanto. Il primo anno di Roma mi allenavo in maniera alterna perché non stavo ancora bene. Iniziai gli allenamenti da un crociato rotto, saltai quasi tutto il ritiro e non stavo bene".

Mauro Esposito con la maglia della Roma contro il Genoa.
Mauro Esposito con la maglia della Roma contro il Genoa.

Cosa accadde poi?
"Quando Spalletti mi diede l'opportunità di giocare a Manchester sbagliai il gol del pareggio, e diciamo che mi ha girato pure male. Infatti ho rigiocato dopo due mesi. Roma è una piazza difficile, esigente, questo lo sapevo, se non sfrutti subito l'occasione, non trovi spazio subito di nuovo".

E Totti?
"Zola e Totti sono due grandi campioni perché sono semplici, umili, vogliono dimostrare sempre di essere i migliori. Questa è una cosa che a me ha colpito molto di entrambi. Si mettevano sempre in discussione e quando li vivi tutti i giorni ti rendi conto il peso che hanno nello spogliatoio. Totti era il capitano ma un capitano silenzioso, un capitano che ti caricava solo guardandolo".

Hai affrontato i difensori della "vecchia scuola" italiana (Maldini, Nesta, Cannavaro). Chi ti ha fatto passare le notti più insonni?
"Ricordo che feci il mio esordio in Serie A con l'Udinese in una partita contro il Parma giocando da seconda punta. La coppia centrale del Parma era formata da Cannavaro e Thurama. Eravamo io e Margiotta davanti e non in quella partita non toccammo mai palla".

Furono i più difficile da affrontare?
"Nell'arco della carriera quelli che ho sofferto di più sono stati quelli brevilinei, quelli che c'avevano la gamba pronta come sprint e ho sofferto di più i vari Zambrotta, Zanetti dell'Inter, Cordoba. Al contrario ho fatto grandi partite contro Paolo Maldini, Materazzi, cioè questi non li soffrivo perché ero rapido nel breve e loro avendo una struttura fisica diversa li mettevo più in difficoltà".

Molti calciatori faticano a trovare una nuova dimensione. Tu come hai gestito il "giorno dopo" il ritiro?
"È stata dura non condividere più i campi d'allenamento, lo spogliatoio. In pratica tutto quello che hai fatto per 20 anni all'improvviso te lo lasci alle spalle e non non hai più niente. Quindi è un po' difficile".

E cosa hai fatto per rialzarti?
"Ho avuto la fortuna di entrare a far parte subito del settore giovanile del Pescara. Insegnare calcio ai ragazzi è quello che una volta smesso sognavo di fare. Soltanto il primo anno, sono stato senza fare niente, poi dall'anno dopo sono entrato subito al Pescara e quindi non ho più pensato al mondo del calcio giocato".

Oggi esiste la Mauro Esposito Academy.
"Sono anni che insieme a mia moglie dicevo che volevo un qualcosa di mio. Negli ultimi 5-6 anni, ho capito che si puntava più alla struttura fisica dei ragazzi e si andava a trascurare un po' più il talento. Per questo ho deciso di aprire questa Academy dove mi dedico soltanto al perfezionamento tecnico e devo dire che sto avendo un un bel riscontro. Oggi, dopo 2 anni, ho 110 iscritti che frequentano la mia accademia, e vengono a fare soltanto tecnica. Per me questo è un motivo di grande orgoglio".

Lavori con le giovanili, senti la responsabilità, mai come oggi, di dover dare il tuo contributo per rilanciare il calcio italiano? Quale strategia adotti per cercare di allenare al meglio?
"Già dopo la mancata qualificazione ai Mondiali dell'Italia è un mezzo dramma sportivo, però se non si cambia qualcosa proprio dalle basi, dai settori giovanili, dai ragazzi, diventa sempre più difficile sfornare talenti e sei costretto sempre a prendere giocatori all'estero, e non va bene. I primi a cambiare dobbiamo essere noi istruttori, perché non li chiamo nemmeno allenatori, nel settore giovanile".

Qual è la tua idea?
"Far divertire di più i ragazzi e farli stare più a contatto con il pallone. Dovremmo individuare quei ragazzi con delle qualità tecniche importanti e lavorare su di loro, senza trascurare gli altri, è ovvio. Io oggi mi concentro più su un ragazzo tecnico perché altrimenti si fa fatica anche a vedere una partita delle giovanili. In campo sono già ragazzi tutti impostati e le partite nonostante sembrino più intense mostrano calciatori che non riescono a fare tre passaggi di fila".

C'è un problema più grande degli altri?
"Bisogna avere il coraggio di far giocare i ragazzi e poi abbiamo tanti stranieri, anche nelle nelle giovanili, e faccio fatica a pensare che in Lega Pro non ci siano dei giocatori da promuovere in Serie B o dalla Serie B alla Serie A".

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