Lorenzo Santoni: “In Italia gli allenatori minori devono fare due lavori per mantenersi. In Arabia si vive bene”
C'è chi aspetta l'occasione giusta restando fermo e chi, invece, decide di costruirsela attraversando il mondo. Lorenzo Santoni appartiene alla seconda categoria. Toscano, allenatore e match analyst, ha trasformato il suo percorso in una lunga esperienza internazionale tra Australia, Kuwait, Dubai e Arabia Saudita, lavorando nelle academy Juventus e negli staff tecnici di diversi club del Golfo. Un viaggio fatto di migliaia di chilometri, culture diverse e calcio vissuto da prospettive lontane da quelle italiane. Nell'ultima stagione è stato membro dello staff dell'Al Shabab di Riyadh, con cui ha centrato la salvezza e sfiorato la conquista della Gulf Club Cup.
A Fanpage.it racconta cosa significa allenare in un campionato in continua crescita, come funzionano davvero le academy dei grandi club europei all'estero e perché, a suo giudizio, il calcio italiano continua a perdere terreno nella formazione dei tecnici. Senza slogan né luoghi comuni, Santoni offre uno sguardo diretto su un movimento che conosce dall'interno e lancia anche una riflessione sul sistema italiano, tra opportunità mancate e una mentalità che, secondo lui, fatica ancora a guardare oltre i propri confini.
Mister, com'è andata la stagione all'Al Shabab?
"Quando entri in corsa ci sono sempre delle problematiche. L'obiettivo principale era la salvezza, che era abbastanza alla nostra portata rispetto ad altre esperienze, e l'abbiamo raggiunta senza problemi. Poi avevamo anche la possibilità di vincere un trofeo, la Gulf Club Cup, paragonabile a una Conference League tra le squadre dei paesi del Golfo. Abbiamo vinto la semifinale ma perso la finale. Purtroppo le finali sono così: basta un episodio. Noi abbiamo avuto un'espulsione al 60′ e giocare mezz'ora in inferiorità numerica oggi è davvero complicato".
All'Al Shabab che ambiente ha trovato rispetto alle altre esperienze nel Golfo?
"È una realtà diversa. Essendo a Riyadh, logisticamente si vive molto meglio rispetto alle mie precedenti esperienze. Le strutture sono ottime e c'è praticamente tutto per lavorare bene. Anche il livello della rosa è superiore: parliamo di giocatori come Carrasco, Adli e Wijnaldum, gente che in Europa ha fatto tanti anni ad altissimo livello".
Lavorare con calciatori che fino a poco tempo fa giocavano la Champions cambia qualcosa?
"Nelle mie esperienze abbiamo sempre avuto stranieri con un background importante, ma qui il livello è ancora più alto. Più aumenta il curriculum dei giocatori, più diventa complessa anche la loro gestione quotidiana. Però è proprio questo il bello del lavoro".
C'è qualche suo giocatore che è stato convocato ai Mondiali 2026?
"Sì, uno della Giordania. Poi avevamo due sauditi nella lista allargata ma non sono entrati nei convocati definitivi. Carrasco, invece, non è stato chiamato".
Lei frequenta quell'area del mondo ormai da tanti anni. Come hai visto cambiare il calcio in Medio Oriente?
"La mia prima esperienza in Australia risale al 2016-17, mentre in Arabia Saudita sono arrivato nel 2019. Il calcio lì è sempre stato molto seguito. Oggi il livello è cresciuto tantissimo. Più che altro credo che il divario tra le nazioni stia diminuendo ovunque. Basta guardare quello che succede nelle competizioni internazionali: ormai nessuna partita è semplice".
Ha lavorato anche nelle Juventus Academy tra Kuwait e Dubai. Come funzionano?
"Noi collaboriamo con società o aziende locali che vogliono sviluppare un'academy. Portiamo il know-how Juventus: metodologia, allenatori qualificati e organizzazione delle sedute. Poi ogni Academy ha caratteristiche diverse. In Australia, ad esempio, il taglio era molto orientato alla competizione sportiva; nei paesi del Golfo spesso c'è anche una componente commerciale molto importante".
Il lavoro viene controllato direttamente dalla Juventus?
"Sì. Ricevevamo visite frequenti da Torino, soprattutto in Kuwait e Dubai. Dovevamo caricare gli allenamenti sulle piattaforme dedicate e seguire programmi ben precisi. Già allora il controllo era molto accurato, oggi immagino sia ancora più evoluto".
Ha allenato qualche ragazzo che poi è arrivato nel professionismo?
"Sì. Mi viene in mente un ragazzo che allenavo nell'Under 16 a Melbourne e che oggi è nel Melbourne City Under 21 dopo aver fatto qualche presenza in prima squadra. Anche in Kuwait alcuni ragazzi sono arrivati nelle prime squadre locali".
Si parla spesso della vita degli staff nei compound in Arabia Saudita. Lei come ha vissuto da quelle parti?
"Io non ho mai vissuto nei compound. Come staff avevamo un ottimo appartamento vicino al centro sportivo. I compound hanno sicuramente dei vantaggi: piscine, palestre, supermercati e servizi, soprattutto per chi ha famiglia. Però secondo me il futuro è diverso. L'Arabia si sta aprendo sempre di più e si andrà verso un modello molto simile a Dubai".
Qual è la differenza culturale che l'ha colpita di più?
"Il ritmo della vita. Riyadh è una città che praticamente non dorme mai. Alle due o tre di notte trovi ristoranti aperti, supermercati aperti, qualsiasi servizio. Questo influisce anche sul calcio: gli allenamenti si fanno quasi sempre nel tardo pomeriggio o di sera, anche per via del caldo e del Ramadan".
Da chi lavora lì arriva spesso un giudizio diverso rispetto a quello che abbiamo in Italia sul campionato saudita. Lei come lo descriverebbe?
"Prima del boom dei grandi acquisti il campionato era più equilibrato ma con un livello tecnico inferiore. Oggi le prime quattro o cinque squadre sono molto forti, possono competere anche con club europei. Il problema è che il divario con il resto del campionato è aumentato tantissimo. Quindi il livello medio si è abbassato, mentre quello delle squadre di vertice è salito in maniera enorme".
Quindi è sbagliato dire che un buon giocatore di Serie C o Serie D andrebbe lì a fare il fenomeno?
"Nelle squadre di vertice assolutamente sì. Oggi ci sono giocatori di altissimo livello. Magari qualche anno fa era diverso, ma oggi nelle big saudite ci sono calciatori che possono giocare tranquillamente ai massimi livelli".
Ha mai avuto possibilità di lavorare in Italia?
"Ho avuto qualche proposta, ma spesso gli stipendi non sono il massimo e non sai mai se poi riesci a lavorare come vorresti per tutto l'anno. In Italia, soprattutto nelle categorie inferiori, spesso e volentieri le persone che lavorano negli staff sono costretti a fare un secondo lavoro. Così diventa molto complicato mostrare il proprio valore se devi barcamenarti tra mille cose perché non devi pensare solo al campo ma hai la testa anche a quello che c'è fuori".
Secondo lei il sistema italiano valorizza abbastanza i tecnici che non hanno avuto una carriera da calciatori?
"No. Io credo che un ex calciatore abbia competenze importanti, ma uno staff dovrebbe essere composto da professionalità diverse. Servono competenze tattiche, fisiche, psicologiche, analitiche. In Italia, invece, si tende ancora a privilegiare quasi esclusivamente l'ex giocatore".
Anche il sistema dei corsi UEFA dovrebbe cambiare?
"Secondo me sì. Il problema non dovrebbe essere entrare ai corsi, ma superarli. In Spagna è molto più semplice accedere, poi però gli esami sono davvero selettivi. Da noi invece è l'opposto".
Tra tutti i viaggi e le esperienze all'estero, qual è il ricordo che si porta più dentro?
"Una salvezza ottenuta in maniera insperata in Arabia. Dovevamo affrontare una trasferta lunghissima, eravamo praticamente spacciati e già pensavamo al rientro. Invece abbiamo vinto e ci siamo salvati. È stata una delle giornate più belle della mia carriera perché racchiude tutto quello che significa lavorare lontano da casa".
Negli ultimi mesi avete vissuto anche momenti di forte tensione per il conflitto nell'area. Come li avete affrontati?
"Noi siamo stati abbastanza fortunati. Personalmente non ho percepito situazioni particolarmente critiche, a parte qualche episodio isolato. Ho invece sentito amici a Dubai e in Qatar che hanno vissuto momenti di maggiore tensione. Quando sei lì un po' di preoccupazione c'è sempre, ma fortunatamente per noi non ci sono stati problemi diretti".