In Italia non si insegna più la tecnica? “Non è una parola magica o una ‘bandierina’: si lavora per età e metodo”

Entrando nella Scuola Portieri di Giacomo Violini capisci subito di non essere in un luogo dove il calcio viene vissuto soltanto per mestiere. Basta una domanda, un aneddoto, un nome pronunciato quasi distrattamente e il racconto si apre come un libro pieno di dettagli, gesti tecnici, ricordi di spogliatoio e intuizioni nate sul campo.
Violini parla dei portieri come si parla delle persone: prima la testa, poi le mani. E forse è questo il filo che lega quasi trent’anni di carriera tra Brescia, Bologna, Cremonese e di settore giovanile. Una vita passata a studiare posture, aperture di braccia, uscite basse e palle alte, ma anche paure, insicurezze e caratteri. Perché, spiega, il preparatore dei portieri “deve essere anche uno psicologo”.

Nel corso della conversazione a Fanpage.it il calcio diventa quasi un pretesto per parlare di educazione, crescita, fiducia e cambiamenti generazionali. Dai ritiri senza telefoni ai ragazzi di oggi sempre connessi, dalla tecnica insegnata per fasce d’età fino all'evoluzione che ha avuto il gioco, Violini alterna riflessioni severe e racconti pieni di ironia, con la memoria lucidissima di chi il campo lo ha vissuto davvero. Ne esce un viaggio dentro il ruolo più solitario del calcio, ma anche dentro un modo di allenare.
Prima di affrontare temi tecnici, però, mister Violini ha dedicato un pensiero ad Alex Manninger: “Come prima cosa volevo ricordare Alex, portiere che ho allenato e la sua scomparsa è stato un brutto colpo. Era un buon portiere, era un ragazzo che avrebbe lavorato tutto il giorno per migliorarsi ed essere sempre sul pezzo. Una persona meravigliosa”.

Grazie per questo sentito ricordo mister Violini. Lei ha allenato tanti portieri importanti. Da dove nasce e come si evolve il suo modo di allenare e di preparazione?
"Nasce dal campo. Io ho fatto questo lavoro per 27 anni e all’inizio ho sbagliato tanto anch’io. Poi strada facendo ho capito che il preparatore dei portieri non deve essere solo uno che insegna tecnica: deve capire le persone. Devi entrare nella testa del portiere".
Quanto conta il lato umano nel vostro lavoro?
"Tantissimo. Io dico sempre che chi fa il mio lavoro deve essere anche un po’ psicologo. Se il portiere ha un problema e tu non lo capisci, non lo aiuti. Quando invece il rapporto è sincero, il giocatore si apre".
Le è capitato spesso?
"Certo. Mi ricordo Gianluca Pagliuca a Bologna. Un giorno arriva e mi dice: ‘Giacomo, ieri ho fatto serata’. Se io fossi stato distante da lui non me l’avrebbe mai detto. Invece abbiamo gestito il lavoro in modo intelligente, il giorno dopo si è allenato bene e la domenica dopo è stato il migliore in campo".

Quindi il rapporto di fiducia viene prima delle qualità tecniche?
"No, devono andare insieme. Però se il giocatore non si fida di te, non puoi lavorare bene. Io con i miei portieri ho sempre cercato un rapporto vero, senza fare il protagonista. Quando le cose vanno male devi stare vicino al portiere, non sparire".
Lei ha allenato anche portieri internazionali come Pavel Srnicek. Che ricordo ha di lui?
"Un ragazzo straordinario. Aveva fatto nove anni al Newcastle ed era il portiere della nazionale ceca. Però tecnicamente gli mancava qualcosa. In Inghilterra all’epoca lavoravano molto sulla forza e meno sulla tecnica specifica del ruolo".
Violini ha avuto anche Emiliano Viviano da giovane. Com’era?
"Fortissimo. Aveva carattere, personalità, ma anche una testa particolare. Io però ero convinto che fosse il più forte che avevamo. Lo dissi anche al presidente Corioni e lui mi ascoltò, si fidava di me".

Che cosa vedeva in lui?
“La personalità. Alcune cose tecniche le sistemi, il carattere no. Lui aveva rabbia agonistica, presenza e coraggio. Soprattutto quest’ultima è una dote che non tutti hanno, nonostante i portieri vengano dipinti sempre come ‘spericolati’”.
La scuola italiana dei portieri è sempre stata una delle migliori al mondo ma nel corso degli anni anche altre nazioni hanno lavorato bene: cosa abbiamo noi di diverso dagli altri?
“In Italia la tecnica del portiere è sempre stata curata di più. Noi lavoravamo tanto sui dettagli: postura, posizione, tempi d’uscita e coordinazione. Sono cose fondamentali. Altri ci sono arrivati solo col tempo e hanno, in parte, colmato il gap".
Torniamo al tema cardine. Ogni volta che la Nazionale non si qualifica ai Mondiali, ormai per noi italiani è diventato un doloroso callo, si parla di calcio giovanile e della mancanza di lavoro sulla tecnica. Secondo lei è davvero il problema principale?
“Il problema è che tutti parlano di tecnica in modo generico. Ma che cos’è la tecnica? Non basta dire ‘manca la tecnica nei settori giovanili’ per lavarsi la coscienza e poi abbandonare il lavoro di base perché ci sono altri temi di cui occuparsi. Non interessa a nessuno, o comunque interessa davvero a pochi. Va fatto un lavoro specifico, ma non si può slegare dalle altre componenti. Spesso viene usata come una bandierina da sventolare o come una parola magica ma bisogna capire come si insegna, a che età e con quali metodi. Anche nelle trasmissioni tv che seguo si critica la mancanza di tecnica nei settori giovanili senza avere una conoscenza approfondita dell'ambiente o delle metodologie di allenamento, basandosi su ‘voci di popolo' che diventano ‘verità assolute'".
E, quindi, come si insegna bene?
"Per fasce d’età. Un bambino di sette anni non può fare il lavoro di uno di quattordici. Prima deve imparare coordinazione, postura, caduta, rapporto con la palla. Se fai volare subito un bambino gli fai dei danni".
Secondo lei oggi nei settori giovanili si pensa troppo alla tattica?
"Spesso sì. Ci sono allenatori che vogliono insegnare costruzione e possesso senza che i ragazzi sappiano ancora controllare bene la palla. Ma se uno non sa fare le cose base, come puoi chiedergli un cambio gioco di quaranta metri?".

Naturalmente. Il calcio, però, è cambiato tanto e sarebbe sbagliato non rimanere al passo con i tempi…
"No, assolutamente. Il calcio evolve ed è giusto così. Però non esiste un solo modo di giocare. Oggi sembra che ci sia una verità unica. Invece ogni allenatore deve adattare il gioco ai giocatori che ha".
Anche il ruolo del portiere è cambiato moltissimo…
"Certo. Oggi il portiere deve giocare con i piedi, partecipare alla costruzione e leggere il gioco. Ma non bisogna dimenticare la base: prima di tutto deve parare".
Lei ha vissuto il calcio prima in campo, poi da allenatore e ora da istruttore: c’è qualcosa che è cambiato radicalmente negli ultimi dieci/vent’anni? E se sì, in cosa?
"Lo spogliatoio. Una volta si stava insieme: carte, cene e viaggi. Oggi finiscono allenamento e ognuno prende il telefono e va per conto suo. C’era uno spirito di condivisione diverso. Ora alcuni allenatore devono fare delle regole apposite per contingentare l’uso degli smartphone".

Questa cosa incide anche sul rendimento?
"Certo. Una squadra forte nasce da un gruppo forte. Se non c’è condivisione, nei momenti difficili manca qualcosa".
Lei continua ancora oggi a lavorare con i giovani. Che cosa cerca in un ragazzo?
“Voglia di imparare, personalità e disponibilità al sacrificio. Se vedo quelle qualità, il portiere lo puoi costruire".
Abbiamo parlato di tecnica, ma un altro tema è quello del ‘talento' naturale: ci sono ragazzi che sono più predisposti a fare alcune cose rispetto ad altri per diversi fattori fisici e tecnici, questo quanto conta?
"Conta tantissimo, ma non basta. Io dico sempre che i giovani corrono, ma i vecchi conoscono la strada. Se un ragazzo ascolta chi ha esperienza, cresce più in fretta".