Il Napoli mostra i muscoli a San Siro, acciuffa l’Inter per due volte con un super McTominay

Scott McTominay. Il Napoli si aggrappa allo scozzese che sa fare anche il bomber vero, mette dentro le due reti che acciuffano l'Inter a San Siro (2-2) e le impediscono di scappare in fuga scudetto (in attesa dei recuperi). Il palo di Mkhitaryan nel recupero fa aumentare le palpitazioni, è da infarto come il legno scheggiato da Hojlund in avvio di ripresa (devastante il danese, per quanto fatto). Il cuore batte a mille almeno fino a quando, dopo il lungo recupero, non arriva il triplice fischio. È un pareggio pesantissimo per i partenopei, giunti a San Siro anche senza Neres (oltre ad altri infortuni importanti come Anguissa, Gilmour, Lukaku, De Bruyne) ma in campo con la personalità che è propria delle squadre di Conte e di chi ha (ancora) lo scudetto sul petto.
Antonio, quoque tu… che combini: espulso in occasione del rigore concesso col VAR ai nerazzurri per aver urlato "vergognatevi!" e ringhiato in faccia al quarto uomo, ha potuto solo intravedere la deviazione vincente. Ed è stata una liberazione dolcissima dopo la rabbia amara che lo aveva pervaso per le proteste accese, furibonde che gli sono costate care.
Che emozioni. Segna Dimarco, ironia della sorte su azione nata proprio da un errore dell'ex Manchester United beffato dall'ex Zielinski. Poi sale in cattedra il centrocampista scozzese che non si perde d'animo e imperversa sul match accompagnato dal suono della cornamusa: gliele "suona" anche quando là in mezzo è chiamato agli straordinari. Corre, lotta, rientra in difesa, è pronto a ripartire. Elmas e poi Lang lo trovano (anche) lì, nel cuore dell'area di rigore avversaria per piazzare la deviazione vincente come l'attaccante che annusa nell'aria la palla gol e se la va a prendere. Box to box, è uomo ovunque. E infilza l'Inter, gela il Meazza, che già gongolava dopo il rigore del 2-1 di Calhanoglu.

Inter e Napoli hanno spiegato sul campo perché tutti dicono che sono le candidate alla vittoria dello scudetto. A San Siro hanno dato vita a un match giocato sul filo della tensione e dell’agonismo, maschio ma mai esagerato. Si sono affrontate a viso aperto, con personalità e senza tatticismi. La guerra delle parole ha lasciato spazio al gioco, ai duelli uomo su uomo, all’adrenalina, al palleggio che diventa verticale all’improvviso, ai gol segnati e a quelli mancati d’un soffio (in avvio di ripresa gli azzurri mettono le mani nei capelli due volte, con Hojlund, che scheggia il palo, e Di Lorenzo), alle mosse che Chivu e Conte cambiano di continuo sulla scacchiera.

Personalità. Inter e Napoli ne hanno tanta, per questo appaiono davvero una spanna sopra le altre che stanno lassù a concorrere per le posizioni di vertice (e per un posto in Champions). E se il fattore campo dà motivazioni forti ai padroni di casa, i partenopei compensano con la mentalità che Conte ha inculcato loro. Non si molla d’un centimetro. Nemmeno quando le cose si mettono male. Il gol preso dopo 9 minuti, per una ripartenza provocata da un errore di McTominay, poteva essere un colpo tremendo dal punto di vista psicologico. Invece no, i campani lo hanno incassato restando in piedi, senza lasciarsi prendere dall’ansia e dall’angoscia, hanno tenuto i nervi saldi e sono rimasti compatti fino a trovare il pareggio proprio con lo scozzese che si riscatta e sale in cattedra. Nei momenti peggiori è la luce in fondo al tunnel.

Chi temeva per l’arbitraggio, s’è dovuto ricredere. Il metro di giudizio adottato da Doveri è stato semplice: fischiare il giusto, intervenire solo quando necessario, essere presente ma senza fare ombra, usare molto buonsenso nell’interpretazione delle differenti situazioni. E quando è andato al VAR a verificare lo step-on-foot di Rrahmani su Mkhitaryan non ha avuto dubbi nel concedere il rigore all'Inter. Né nello sventolare il rosso a un Conte esagitato.