
Il Napoli campione d'Italia è uscito dalla Champions League classificandosi al 30° posto su 36 squadre. Né il primo tempo di stampo europeo (come lo ha definito Conte) contro il Chelsea né l'alibi, anche forte e legittimo, degli infortuni (poi bisognerà dare una spiegazione seria anche a questo) bastano a giustificare un disastro del genere. Perché tale è stata l'uscita di scena dalla Coppa. Passata la sbornia emotiva per il folklore epico della "sporca dozzina" arrivata a un tanto così dall'impresa, è la ragione che prende il sopravvento. E in testa ronzano una serie di pensieri. Accompagnano la delusione dolorosa, pagata a caro prezzo dal presidente, Aurelio De Laurentiis, che si sarebbe aspettato ben altro dopo aver investito 150 milioni e oltre (obblighi compresi) sul mercato in estate. Mica pensava di vincere la Champions? No, certo. Ma almeno cullare l'ambizione di trovare una buona legittimazione anche al di fuori della Serie A, spingersi un po' più oltre nella competizione, sembrava (anzi, doveva essere) possibile.
Invece il suo Napoli torna a casa mentre ai playoff va il Qarabag, la cui rosa vale 28 milioni, meno di quanto ha speso per acquistare dal Bologna (31 milioni) Sam Beukema, bocciato da Conte che lo tratta come un buon panchinaro. Messo in fila con Lucca e Lang (spediti in prestito), in tre fanno 100 milioni per nulla. Che vergogna anche rispetto al Bodo Glimt, al Bruges, all'Olympiacos, al Benfica di José Mourinho che da "allenatore bollito" ha fatto il miracolo all'ultima giornata grazie al portiere o, addirittura, nel confronto coi ciprioti del Pafos e i belgi dell'Union Saint-Gilloise che hanno ottenuto anche un punto in più dei partenopei.
E siccome al peggio non c'è mai fine, è impietoso perfino il paragone coi risultati del passato quando il fegato si gonfiò perché 12 punti non furono sufficienti per scollinare un girone nel quale c'erano Borussia Dortmund e Arsenal o, ancora, per i ceffoni presi sul muso col Milan nei quarti e per la rabbia covata contro l'arbitro Marciniak. Era la ‘vecchia Champions', si dirà. La squadra non era a pezzi, scalcagnata e coi muscoli fragili come quella di oggi, si dirà. No, queste sono balle.
La verità è che il Napoli ha balbettato in Coppa anche quando aveva la rosa al completo. Non possono bastare un'ora contro il Chelsea e quel sussulto contro lo Sporting Lisbona per ripulire la coscienza di una campagna europea fallimentare per la figuraccia a Eindhoven, la serata di stenti con l'Eintracht e le sberle prese col Benfica. Due partite su otto, con l'aggravante di aver dato un calcio alla qualificazione per il pareggio dissennato di Copenaghen (subito su rigore e in superiorità numerica).

Troppo poco per chi ha lo scudetto sul petto e non si sente ex campione d'Italia. Troppo poco per un allenatore che ha grandissimi meriti (e rivendica anche la conquista della Supercoppa italiana) ma è il più pagato in Italia anche per far sì che la squadra compia l'ultimo salto di qualità. Dopo aver vinto lo scudetto, Conte poteva strapparsi di dosso l'etichetta fastidiosa di essere inadatto ai palcoscenici continentali. Il campo ha confermato ogni scomodo pregiudizio.
C'è ancora un'immagine che fotografa il tracollo: il migliore nella sfida con gli inglesi è stato Vergara, costato nulla. Il ragazzo di Frattaminore che ha illuminato la serata di Champions con un gol bellissimo ma gioca solo perché tutti gli altri si sono fatti male, mentre in un altro Paese (perché l'Italia non è posto per i giovani e per il talento) avrebbe beneficiato di maggiore fiducia. Nemmeno avrebbe mai visto il campo se Lang (comprato per 25 milioni e già sbolognato al Galatasaray) non fosse stato un flop. Il Napoli esce dalla Coppa con le ossa rotte e il portafoglio vuoto di certezze (anche per come si sono messe le cose in campionato). E Conte va a casa sputando veleno sui calendari, col marchio di formidabile allenatore pedemontano.