Ighli Vannucchi: “Oggi vendo abbigliamento. Da calciatore scappavo di notte dal ritiro per pescare”

Ighli Vannucchi non è stato solo un trequartista dai piedi raffinatissimi, ma è un personaggio poliedrico: appassionato di pesca, musicista e imprenditore. Capitano dell'Empoli e numero 10 di quelli veri che forse oggi non esistono più – specie nel calcio italiano – si è raccontato nel corso di un'intervista rilasciata a Fanpage. Tra aneddoti e curiosità, Vannucchi ha parlato un po' della sua carriera nel mondo del calcio trascorsa tra squadre di livello come lo stesso Empoli, Venezia, Palermo e Salernitana su tutte.
Un personaggio poliedrico: non solo un ex "numero 10" ma un vero spirito libero che ha saputo unire il talento calcistico a passioni autentiche come la pesca e la creatività. Oggi, lontano dai riflettori della Serie A, continua a raccontare la sua idea di libertà tra un lancio di lenza e un nuovo progetto creativo. Su tutti anche una scuola calcio che abbia come obiettivo quello di far crescere i nuovi "numeri 10" del domani.
Ighli, hai vestito maglie storiche in un'epoca in cui il trequartista era il cuore pulsante della squadra. Come è cambiato quel ruolo oggi? Esiste ancora un "Vannucchi" nel calcio moderno?
"Il calcio è cambiato e purtroppo la figura del tradizionale 10 è sparita. Una volta c'era l'ala destra, la sinistra e c'era il 10 che creava le situazioni. Oggi il 10 è una figura mistica, è scomparsa e non è semplice riportarla al centro del calcio perché ormai abbiamo preso una direzione non adatta e consona a lui".
Cosa fai oggi nella vita? Sei un po' sparito dal calcio.
"Mi sono allontanato sì anche se a me piace il calcio giocato, mi piace il rettangolo verde, e mi piace essere calciatore. Proprio per questo ho smesso di giocare due anni fa, appendendo gli scarpini al chiodo a 46 anni. Ho concluso la mia carriera in maniera definitiva giocando al fianco di mio figlio e insieme siamo riusciti a vincere un campionato di Terza Categoria, che sembra facile, ma non lo è. Abbiamo fatto una piccola grande impresa, anche se non nel settore professionistico".
E oggi?
"Ho portato avanti le passioni, come la pesca che è diventata anche un'altra piccola professione. Abbiamo un seguito nazionale con ‘buonapesca.it'. Siamo io e Gianfranco Monti, un comico toscano tifosissimo della Fiorentina e insieme abbiamo dato il via a questa iniziativa e abbiamo coinvolto tantissimi pescatori italiani ricevendo un seguito nazionale".
Sei attivo anche nell'abbigliamento.
"Sì, ho portato avanti la mia passione per l'abbigliamento e ho una ditta da oltre 10 anni che veste uomini, donne e chissà se in futuro anche i bambini".
Per quanto riguarda il il brand legato alla tua passione, quanto c'è della disciplina dell'atleta nel tuo modo di fare impresa oggi?
"Il mio motto è: ‘Dove la classe incontra la semplicità'. Cerco di dare ai clienti una mentalità anche nel modo di vestirsi. Farli sentire a proprio agio con i miei vestiti".
Empoli è stata la tua seconda casa. Qual è il ricordo più indelebile che porti nel cuore delle tue stagioni al Castellani?
"Empoli è stata la mia casa perché ho trovato la mia dimensione, quello che desideravo fare perché per me il calcio era veramente una passione, un qualcosa da fare anche in serenità".
Arrivaste fino all'Europa.
"Sì, in quella stagione ho disputato un campionato di Serie A ad altissimi livelli, nelle ultime giornate l'Empoli era in zona Champions. Avevamo creato un grande gruppo dove ci divertivamo come matti, però allo stesso tempo eravamo molto carichi nell'ottenere il risultato e abbiamo fatto un'impresa storica perché per una piccola società come Empoli".

C'è mai stata la possibilità di giocare in un top club?
"In quell'anno lì c'era l'Inter che stava prendendo informazioni su di me tramite il procuratore, però io volevo vivere tranquillo, sereno, e fare le cose che mi piacevano, quindi avevo tolto ogni dubbio subito alle persone che mi riferivano la possibilità che io potessi andar via".
Rifiutasti l'Inter?
"Non l'ho rifiutata, però quando hai dall'altra parte un calciatore che non è spinto e non è entusiasta, meglio non farlo quel passo. Probabilmente, da giovane sarei stato entusiasta, ma a 27 anni avevo tutto sotto controllo, una squadra dove mi divertivo e riuscivo vivere serenamente vicino casa mia, a Prato".
E questo ti ha spinto a dire no?
"Vivere vicino casa e poter portare avanti le altre passioni per me era veramente salutare".
Cosa hai fatto col primo stipendio da calciatore?
"Il primo anno di contratto guadagnavo 40 milioni di lire, e mi comprai una macchina cabrio, la mitica Fiat Barchetta. Per me era un'auto strepitosa, poi avevo 20 anni, quindi era una macchina semplice, ma comunque di classe. L'anno successivo con contratto nuovo della Salernitana mi comprai una casa a Prato".

L'esperienza di Salerno.
"C'è tantissima passione lì, e la la vivi in ogni momento della giornata, sia quando vai a fare la spesa, al campo e al cinema. Io tutt'ora torno a Salerno, le persone mi vogliano bene, quindi sono riuscito nel mio modo di essere e di fare a lasciare un bel ricordo".
La stagione in A però non si concluse al meglio.
"Le ultime due giornate non sono andate come dovevano perché il Perugia fece quella vittoria a Udine. L'Udinese era una squadra talmente forte che eravamo quasi convinti che con la vittoria col Vicenza noi fossimo salvi, invece è andata male".
Com'è stato lavorare con Delio Rossi?
"Faticoso, molto faticoso perché il mister ti spremeva a livello fisico anche troppo, secondo me. Erano allenamenti molto tosti, fisici, dove la condizione atletica era la base di tutto e solo dopo subentrava la parte tecnica. Gli allenatori così spingono tantissimo però io preferirei fare le cose in un'altra maniera".
Hai giocato anche con Gattuso, cosa ricordi?
"È stato uno spettacolo giocarci insieme. Per un trequartista avere Gattuso era una fortuna perché ti copriva tutto".
Te l'aspettavi CT della nazionale?
"Gattuso ha una grandissima forza, riesce a travolgere le squadre, spingere i compagni, a motivarli. Serviva un elemento simile".
C'è un aneddoto che ti lega a lui?
"Ricordo che quando gli facevi un dribbling ti rincorreva, si incavolava come una iena. Quando usciva un tunnel era un disastro, partiva la caccia all'uomo".

Senti di aver raccolto meno di quanto il tuo talento meritasse o sei totalmente in pace con il tuo percorso?
"Sono in grandissima pace, anzi, ringrazio l'annata di Venezia, la seconda, dove avevo perso completamente tutta la passione per questo sport".
Cosa accadde?
"Ero un trequartista, dunque un artista, e un artista che non riesce più a creare va in depressione. Io quell'anno lì con mister Prandelli giocavo da esterno e mi faceva fare cose che purtroppo non rispecchiavano quello che volevo io. Alla lunga si è creata una situazione dove sono finito fuori rosa, in tribuna, e lì ho pensato veramente che fosse arrivato il momento di smettere di giocare a calcio. Avevo intuito che i soldi non facevano la felicità e quindi per fortuna l'Empoli mi ha aperto le porte di casa e mi ha adottato".
Sei sempre stato visto come un atleta fuori dagli schemi, lontano anche dagli eccessi della vita mondana, è stata proprio questa semplicità la chiave della tua longevità agonistica?
"Diciamo che le mie bischerate le ho fatte anche io da ragazzo, nel senso mi divertivo anch'io e parecchio".
L'allenatore con cui ti sei trovato meglio?
"Quando ho conosciuto mister Cagni mi ha finalmente consacrato anche a Salerno nel ruolo puro del trequartista, e penso che la gente si divertisse".
Qual è il ricordo che ti lega maggiormente a lui?
"Avevamo un bel rapporto. Ricordo che quando con l'Empoli eravamo in ritiro a Vinci, c'erano delle garette di pesca in un laghetto lì vicino e parlando con il magazziniere gli dicevo di passarmi a prendere col pulmino per andare a pescare. Chiaramente poi a questa gara c'erano anche tanti tifosi, che si chiedevano cosa ci facessi lì. Era una cosa che mister Cagni sapeva, ma faceva finta di non sapere. Insomma, mi lasciava fare perché comunque sapeva che ero il capitano, si fidava".

Oggi però fai anche altro nella vita.
"Sì, da 4-5 mesi sono direttore tecnico di una scuola calcio qui a Lucca che si chiama Sporting Lucca 86. È una società che è nata parlando col presidente Mirko Nicolai, e io mi sono immediatamente innamorato della sua filosofia, che è un po' la mia".
Di cosa si tratta?
"Portiamo avanti una filosofia per far crescere i bambini. Cerchiamo di fare anche informazione spiegando ai genitori che quello che fanno fuori al campo è deterrente per il ragazzo. In campo invece cerchiamo di fare tantissima tecnica rivalorizzando quella figura preistorica che è il trequartista, sperando che un domani possa nascere dalla nostra scuola calcio un un nuovo 10".
Un progetto molto originale.
"Cercheremo di lavorare nel tempo perché adesso dobbiamo essere delle figure di riferimento per i bambini, non dei mister, quindi degli educatori. Abbiamo chiesto all'allenatore di fare veramente tantissima tecnica individuale perché senza quella purtroppo il gioco a calcio non si può fare. Elimineremo quel giro palla dal basso che è una roba… L'obiettivo sarà quello di creare una cantera con il 4-3-1-2".