Giuseppe Peruchetti, dai campi di Serie A alla Resistenza: il portiere che visse la Liberazione in prima linea

Nel panorama del calcio italiano ci sono figure ricordate per trofei e numeri, e altre che lasciano un segno più profondo. Tra queste c’è Giuseppe Peruchetti, protagonista di una vicenda che unisce sport e storia, passando dai grandi stadi alle montagne della Resistenza.
Nato a Gardone Val Trompia nel 1907, crebbe in un ambiente operaio che ne forgiò il carattere essenziale. Portiere istintivo e affidabile, esordì in Serie A con il Brescia nel 1928, diventando in pochi anni un punto fermo della squadra. Stabilì anche un lungo record di imbattibilità e arrivò a vestire la maglia della Nazionale.

Il salto di qualità arrivò nel 1936 con il passaggio all’Ambrosiana-Inter, dove raccolse importanti successi, tra cui due scudetti e una Coppa Italia. Elegante tra i pali, veniva soprannominato “Pantera Nera”. In quegli anni condivise lo spogliatoio con campioni come Giuseppe Meazza e contribuì alle decisioni tecniche del club, salvo poi tornare sui suoi passi e continuare a giocare.
Giuseppe Peruchetti, il portiere partigiano: da San Siro alla Resistenza
Nel 1941 si trasferì alla Juventus, con cui vinse un’altra Coppa Italia. Ma il contesto storico stava cambiando rapidamente: con la guerra e l’armistizio del 1943, anche il calcio venne travolto. La squadra bianconera si spostò nelle Langhe per cercare una relativa sicurezza, ma Peruchetti fece una scelta diversa.

Decise di unirsi attivamente alla Resistenza, combattendo tra le colline piemontesi accanto a uomini come Beppe Fenoglio. Non fu una partecipazione simbolica: prese parte alla lotta armata, vivendo in prima persona i rischi e le difficoltà della guerriglia.
Nel novembre 1944 venne catturato dai fascisti. Nonostante la notorietà come calciatore, subì prigionia e torture, fino a essere condannato a morte. Solo un intervento esterno riuscì a evitargli la fucilazione: a salvarlo fu Eraldo Monzeglio, difensore due volte campione del mondo con la Nazionale Italiana (1934 e nel 1938) che aveva un legame strettissimo con Benito Mussolini e la sua famiglia. Il giorno che pensava di essere fucilato fu accompagnato fuori dal carcere e ad attenderlo c’era proprio Monzeglio, con le credenziali del Comitato di Liberazione Nazionale e un’auto fornita da Ferruccio Parri (futuro Capo del Governo dell’Italia liberata). Rimase comunque detenuto fino alla Liberazione, passando per le carceri di Alba e Torino.
Finita la guerra, non cercò visibilità né riconoscimenti. Tornò a una vita discreta, allenò per un periodo e poi si allontanò dal mondo del calcio. Come molti ex partigiani, preferì il silenzio al racconto eroico.
Morì nel 1995, in modo improvviso, nella sua casa. La sua scomparsa passò quasi inosservata, ma la sua storia resta significativa: quella di un uomo che fu protagonista sul campo e che, nel momento decisivo, scelse di rischiare tutto per la libertà e per i suoi valori.