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Andrea Russotto: “A 16 anni la Svizzera, a 17 ero in Serie A. Ma mi trattavano come un Bancomat”

Intervista esclusiva ad Andrea Russotto, storia di un talento del calcio italiano schiacciato dalle pressioni. I paragoni illustri, l’esperienza al Napoli, una carriera che ha preso una piega diversa: “Non tutti quelli che ho avuto attorno hanno pensato al mio bene”.
A cura di Sergio Stanco
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Andrea Russotto (classe 1988) è uno dei tanti “nuovi Del Piero” (o se preferite Baggio, Totti, Signori, etc etc) che il nostro calcio ha prima “urlato” e poi “bruciato”. A 16 anni era già sulle prime pagine dei giornali, le agenzie (tra cui la famigerata GEA) se ne contendevano la procura e, per sfuggire alla pressione, è finito addirittura in Svizzera. Da lì, la sua carriera ha fatto giri immensi, senza però riuscire a rispettare le (altissime) aspettative. Un’onesta carriera, si dice in questi casi, ma non quella che ci si aspettava da un ragazzo che aveva bruciato tutte le tappe, era il fiore all’occhiello delle nazionali giovanili e ha esordito in Serie A a 17 anni. Settore giovanile della Lazio, di cui per altro è sempre stato tifosissimo, poi Bellinzona, Treviso e la grande occasione a Napoli. Successivamente, tante città, tante piazze, troppe difficoltà, fino all’arrivo a Catania, dove ormai ha messo radici.

In un momento in cui il calcio italiano si interroga sulle sue fragilità, sulla sua incapacità di coltivare il talento e di generare campioni, il punto di vista di Russotto non è banale. Il discorso è complesso, e abbiamo provato a sviscerarlo, ma la sua storia è emblematica e vale la pena di essere raccontata: “Per quella che è stata la mia esperienza – ci racconta Andrea in Esclusiva per Fanpage.it – è stato tutto troppo veloce. A 16 anni ero già in Svizzera, a 17 giocavo già in A, tutti si aspettavano tantissimo da me e, quando non riuscivo a soddisfare le attese, lo vivevo come un fallimento. La pressione era tanta e non sono riuscito a gestirla. In più, non tutti quelli che mi stavano attorno pensavano al mio bene…”. Insomma, una sorta di tritacarne che ha intrappolato l’estro, bruciato il talento e ha (quasi) fatto svanire la passione. Quasi… “A 38 anni gioco ancora (al Vittoria, nel campionato di Eccellenza siciliana, n.d.r.) e oggi sono felice. A Catania ho trovato la mia dimensione, mi son fatto famiglia, come si dice da queste parti (sorride, n.d.r.), e mi diverto. Finché il fisico regge, continuerò. Il futuro? Un po’ fa paura, non lo nascondo, ma spero che sia nel calcio, anche perché – nel bene e nel male – è stata tutta la mia vita…”.

Partiamo proprio da qui: a 38 anni, dopo tanto calcio professionistico e – possiamo dirlo – qualche delusione, possiamo chiederti cosa ti spinge ad andare ancora agli allenamenti?
“Mah, guarda, dopo tanti anni di calcio, questo è il momento in cui andarmi ad allenare, e giocare la domenica, mi pesa meno in assoluto. Adesso lo posso fare davvero per passione. Quando scendo in campo, sento ancora quella emozione di quando ero ragazzino. Sensazioni che non sempre ho vissuto nella mia carriera…”.

A 38 anni, però, è periodo di bilanci e riflessioni, oltre che di pensare al futuro…
“A questo sinceramente non voglio ancora pensare (sorride, n.d.r.). Finché il fisico regge, vorrei continuare a giocare, poi vedremo cosa ci riserverà la vita. La mia esperienza mi ha insegnato che spesso è inutile fare progetti a lungo termine”.

Ecco, allora raccontiamo la tua esperienza: si è cominciato a parlare di te fin da giovanissimo. Si diceva: “Nel settore giovanile della Lazio c’è il nuovo Del Piero”. Tu come l’hai vissuta?
“Ero troppo giovane per rendermi conto di quello che stava accadendo. Io volevo solo giocare a pallone e coronare il sogno di diventare calciatore, quello sì. Erano gli altri a dirmi “diventerai questo, farai quello” e, sinceramente, con il tempo ho anche capito che non sempre lo facevano a fin di bene”.

Russotto nelle giovanili della Nazionale.
Russotto nelle giovanili della Nazionale.

Facciamo un passo indietro: come e dove il piccolo Andrea sognava di diventare il calciatore?
“Mio nonno è sempre stato tifosissimo della Lazio, e così mio papà e, io, di conseguenza. Sono nato a Roma e cresciuto in un piccolo paese di provincia (Santa Lucia, frazione di Fonte Nuova, n.d.r.) e a quei tempi si giocava ancora per strada. Sono il classico ragazzino che giocava in piazza da quando usciva da scuola, fino a quando mia mamma non mi veniva a minacciare per farmi tornare a casa (ride, n.d.r.)”.

Chi era il tuo idolo ai tempi?
“Non ne avevo uno in particolare. Per affinità con il mio ruolo, mi ispiravo a Baggio, Del Piero, Totti, mi piaceva quel tipo di giocatore lì, ma non ne avevo uno in particolare”.

Da Santa Lucia al settore giovanile della Lazio: che ricordi hai?
“Bellissimi. Poi, puoi capire, io ero tifosissimo della Lazio, per cui già varcare quei cancelli per me era come entrare in Paradiso. E’ stato bellissimo per me, per la mia famiglia, per tutti quelli che mi volevano bene”.

Quella, per altro, era la Lazio degli anni d’oro, piena di campioni, che dominava in Italia e in Europa…
“Sì, anche se già si cominciava a parlare di problemi economici e rischio fallimento, però – sì – per me è stato un periodo eccezionale. A 16 anni ero aggregato alla Primavera, che si allenava a Formello dove c’era anche la prima squadra. Già vedere quei campioni da vicino era una sensazione incredibile”.

Mai avuto contatti con qualche “mostro sacro” di quella squadra?
“Non direttamente, ma spesso andavo a fare il raccattapalle. Ricordo una partita di Champions League nella quale la Lazio stava vincendo. La palla finisce dalle mie parti e io, per fare bella impressione, mi sono catapultato. Ad un certo punto sento Peruzzi che fa: “Oh, ma che te cori? Piano, piano…”. Devo dire che per riprendermi dall’immagine di un colosso come Peruzzi che mi urlava dietro, ci ho messo un po’… (ride, n.d.r.)”.

A 16 anni ti sei trasferito in Svizzera, al Bellinzona: ci spieghi i motivi di quella scelta?
“Come dicevo in precedenza, girava già qualche voce sul fatto che la Lazio fosse in difficoltà economica e ci fosse il rischio di fallimento. Così, forse anche mal consigliato, ho deciso di trasferirmi in Svizzera. Non è stato semplice, anche perché per me la Lazio equivaleva al Barcellona o al Real Madrid, non me ne sarei mai voluto andare”.

Russotto festeggia un gol con il Treviso.
Russotto festeggia un gol con il Treviso.

Col senno di poi, è una scelta che rifaresti?
“Visto poi come è andata, ti direi di no, perché alla fine la società è riuscita a venirne fuori, ma a quel tempo non si sapeva come sarebbe potuta finire. Con le informazioni che avevo, o – meglio – con quello che mi avevano detto, credevo di non avere scelta”.

Si era parlato di un tuo addio alla Lazio e all’Italia per colpa della GEA, che ti avrebbe messo spalle al muro: o con noi, o con nessuno…
“Si è romanzato. Mi avevano fatto un’intervista, non avevo nemmeno 16 anni, non so nemmeno cosa ho detto, ma sicuramente non una cosa del genere. Ovviamente, poi ci hanno ricamato su. Che la GEA si fosse offerta di curare i miei interessi, era vero, ma così come mille altri agenti o agenzie. Da qui a dire che mi hanno minacciato, ce ne passa…”.

Dunque, a 16 anni ti ritrovi in Svizzera: è stata dura?
“Un po’ sì, perché originariamente doveva essere solo per sei mesi, ma alla fine non è stato proprio così. Devo ringraziare la mia famiglia, perché hanno fatto tanti sacrifici per assecondare il mio sogno. Mia mamma e mia sorella si sono addirittura trasferiti con me, perché non potevo stare da solo. Mio papà, che aveva un bar, si faceva 750 chilometri avanti-indietro da Roma per vederci”.

Nel 2005, a soli 17 anni, esordisci in Serie A al Treviso: è lì che hai pensato di avercela fatta?
“No, perché ero ancora troppo giovane e, sinceramente, fino a quel momento non avevo ancora dimostrato nulla. L’esordio in A è stata un’emozione fortissima per me, ma anche per la mia famiglia che mi aveva assecondato in tutto e vedeva il mio sogno realizzarsi piano piano, ma sapevo che la strada era ancora parecchio lunga…”.

Ti ricordi come hai festeggiato? Ti sei fatto un regalo?
“Ho festeggiato con la mia famiglia. Il giorno del debutto c’erano tutti ed è stata una grande emozione. Il giorno dopo siamo andati a Venezia a fare una gita e ricordo che mio papà mi ha regalato una borsa di Louis Vuitton. La desideravo da tanto, ma per lui – che odia queste cose – è stato davvero un sacrificio (sorride, n.d.r.)”.

Russotto in azione con il Napoli sotto gli occhi di Edy Reja.
Russotto in azione con il Napoli sotto gli occhi di Edy Reja.

Tu, invece, ti sei fatto un regalo con il tuo primo ingaggio?
“Devo dire di no, non ho mai fatto spese folli. Diciamo che, appena possibile, ho cercato di ripagare i miei genitori e mia sorella dei sacrifici che hanno sempre fatto per me. Questa è stata la mia soddisfazione più grande”.

Nel 2008 la grande occasione a Napoli: 15 presenze, pochi squilli. Rimpianti?
“L’unico rimpianto è quello di non essere riuscito a lasciare il segno, ma d’altronde non ne ho avuto nemmeno l’opportunità. Non sono mai partito dal primo minuto, ho giocato solo spezzoni e non ho trovato continuità. Detto questo, quello che dico sempre è che non puoi dire di essere stato calciatore se non hai mai giocato nel Napoli, perché è un’esperienza unica. Si fa fatica a spiegarlo se non lo si vive in prima persona, è davvero qualcosa di “mistico”…”.

Visto che si fa fatica a spiegarlo, ci racconti qualche episodio che ci aiuti a capire cosa significhi giocare e vivere da calciatore a Napoli?
“Solo per il fatto di vestire quella maglia, tu diventi l’idolo di un’intera città, di tutto un popolo. La passione che c’è per la squadra è una cosa assurda. Ricordo il preliminare di Europa League contro il Benfica al San Paolo, c’era talmente tanto frastuono che – ti giuro – io non sentivo il mio compagno seduto a fianco a me in panchina. Quando c’è la partita, la città è un deserto, perché sono tutti allo stadio o davanti alla TV. E’ davvero un qualcosa di incredibile. Ecco, forse è proprio quello il momento in cui mi sono sentito davvero calciatore…”.

Raccontaci del momento in cui ti hanno detto: “Andrai a Napoli, giocherai nello stadio di Maradona”…
“E’ stato tutto piuttosto veloce: ero in ritiro con la Nazionale Olimpica e, durante una pausa, mi sono incontrato con il mio procuratore, che mi ha prospettato questa opportunità. Ovviamente non ci ho pensato nemmeno un secondo ed ho firmato immediatamente, perché l’occasione era davvero troppo grande e, quasi, non ci credevo. Avevo paura che, se non avessi firmato subito, mi sarei risvegliato tutto sudato (ride, n.d.r.)”.

Per Russotto anche un’esperienza con il Crotone.
Per Russotto anche un’esperienza con il Crotone.

E che emozione è stata per i tuoi genitori?
“Ti dico solo questo: la notizia era riservata, perché avevo già firmato, ma il Napoli non aveva ancora annunciato ufficialmente il mio acquisto. Torno al mio paese e ho trovato la banda ad aspettarmi. Non sto scherzando. I miei amici mi avevano fatto uno striscione tipo “Complimenti Guagliò” che avevano affisso nella piazza principale e c’era un sacco di gente ad aspettarmi. Quando ho visto quella scena ho guardato mio papà e ho pensato: “Meno male che non doveva saperlo nessuno”. Ma era così emozionato che non sono riuscito a dirgli niente…”.

Dopo quell’esperienza, un lungo girovagare su campi di “provincia”, diciamo così, con qualche exploit, ma anche tante difficoltà: riguardando oggi la tua carriera, c’è qualcosa che cambieresti?
“Sì, forse anche più di qualcosa. Non lascerei più la Lazio, probabilmente, e credo che già questo avrebbe cambiato la mia storia. Ma al di là di quello, credo che prenderei decisioni diverse, cercherei di ragionare più con la mia testa, facendo un passo alla volta. Il mio è stato un percorso “inverso”: avevo 16 anni, già giocavo con i grandi e, forse, mentalmente, non ero pronto. Lo puoi fare se sei forte psicologicamente, se sei in grado di sopportare la pressione, se non vivi ogni partita brutta come fosse un fallimento personale”.

Cosa ti è mancato?
“In quel momento mi sarebbe servito un supporto professionale, che invece non ho avuto. Non parlo della mia famiglia, che per quanto ha potuto mi ha aiutato, ma di chi avrebbe dovuto consigliarmi e sostenermi nella crescita. Ero un ragazzino che sognava di diventare un calciatore, invece spesso ho avuto la sensazione di essere trattato come un “bancomat”. Il mondo del calcio è anche questo. Per fortuna non sono tutti così, adesso – ad esempio – ho un procuratore (Claudio Parlato, n.d.r.) che da tanti anni mi segue, che è più un amico che un agente. Di lui mi fido ciecamente e so che farà sempre le scelte nel mio interesse. In passato non sempre è stato così”.

Se incontrassi un altro giovane Andrea Russotto che sta crescendo in un settore giovanile di qualche squadra e che sogna di diventare un calciatore ad alti livelli, cosa gli consiglieresti?
“Di circondarsi delle persone giuste, quelle che hanno davvero a cuore il suo futuro. A quell’età ti devi divertire, non devi caricarti di troppe responsabilità, perché potresti rimanerne schiacciato. Il calcio non deve mai essere considerato un lavoro, deve darti da vivere perché è quello che fai tutto il giorno e non puoi fare altro, ma quando cominci a considerarla una professione, perdi completamente la passione e rischi di essere trascinato in un vortice che può portarti a fondo”.

Russotto ha giocato oltre 150 partite con il Catania.
Russotto ha giocato oltre 150 partite con il Catania.

Nella tua carriera hai giocato in tutte le nazionali giovanili: il compagno più forte in assoluto e quello su cui, invece, avresti scommesso, ma non è “esploso”?
“Il più forte in assoluto è stato Seba Giovinco: era una cosa fuori dal normale, proprio bello da vedere. Era uno per il quale avrei pagato il prezzo del biglietto. La classe degli ‘88, in realtà, è stata veramente eccezionale, per cui faccio fatica a dire qualcuno che non è “arrivato”: potrei citare Salvatore Foti (ex Sampdoria, recentemente allenatore in seconda proprio dei blucerchiati e in passato assistente di José Mourinho, n.d.r.), che era veramente forte ma ha dovuto smettere precocemente a 27 anni per problemi alla schiena. Ecco, ad esempio, anche in questi casi ai ragazzi servirebbe un supporto morale e psicologico…”

La tua esperienza potrebbe tornare comoda in futuro: non è che vuoi diventare procuratore o mental coach?
“No, quello no, perché non credo di essere caratterialmente compatibile con un ruolo del genere. Come dicevo prima, finché il fisico regge, voglio continuare a giocare per divertirmi, anche per recuperare un po’ del tempo perso in gioventù. Poi, non so ancora. Sto facendo il corso per diventare allenatore, ma non riesco ancora ad immaginare quello che può succedere. Da una parte, ho un po’ di “paura”, perché nella vita ho sempre e solo fatto il calciatore e non ho un “piano b” oltre al calcio. Comunque, oggi sono sereno, mi sono stabilito a Catania, dove ho vissuto professionalmente le emozioni più belle, come la promozione dalla D alla C (2023, n.d.r.), ma anche alcune delle delusioni più cocenti, come la sconfitta ai play-off di C contro il Siena (2018, n.d.r.). Qui ho trovato la mia dimensione ideale ed al momento non riesco ad immaginarmi altrove. Alla fine, qui si respira la passione di cui ho ancora bisogno”.

Se, invece, la FIGC volesse sfruttare la tua esperienza e ti chiedesse il motivo per il quale in Italia non sforniamo più talenti, da dove cominceresti?
“Innanzitutto, non credo che in Italia non nascano più talenti, penso invece che non li curiamo più come una volta. I ragazzi hanno bisogno di essere educati, guidati, consigliati, sia in campo che fuori. Per quanto riguarda il campo, credo che negli ultimi anni abbiamo trascurato il gesto tecnico, per dare più spazio alla fisicità e alla tattica. In questo senso, ricomincerei dalle basi. Per farlo, però, servono maestri veri: il talento va affidato a professionisti che – come mestiere – fanno quello di crescere calciatori. E basta. Però, d’altro canto, li devi anche pagare il giusto: non si può chiedere a un educatore con il minimo salariale, di portare un ragazzo al massimo, perché altrimenti non lo farà con la giusta dedizione o, ancor peggio, penserà più ai suoi interessi piuttosto che a quelli del giovane calciatore…”.

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