17 Giugno 2022
18:24

A inizio stagione si era candidato come montatore video, oggi Payton II è campione NBA

Il figlio del più famoso “The Glove”, giocatore iconico degli anni ’90 con la maglia dei Seattle Supersonics, ha trovato nella squadra di Steve Kerr il suo posto nel mondo.
A cura di Luca Mazzella

Negli straordinari Golden State Warriors freschi campioni NBA dopo il successo nella notte ai danni dei Boston Celtics è difficile trovare una e una sola storia di riscatto umano e sportivo in grado di spiccare sulle altre. La rivincita di Steph Curry, il più rivoluzionario giocatore del basket moderno, il ritorno ad alti livelli di Klay Thompson, fuori 1000 giorni e di nuovo decisivo dopo due gravi infortuni, la metamorfosi della "presunta" superstar Andrew Wiggins nel perfetto two-way player di sistema, la consacrazione del sempre troppo bistrattato Draymond Green, una delle più evolute menti mai passate in questo Gioco.

Eppure, in un così fitto intreccio di storie da ricordare ce n'è una che ha davvero dell'incredibile, e che spiega forse meglio di ogni altra come la franchigia di San Francisco abbia raggiunto un anello lasciando lavorare i propri giocatori in un ambiente ideale, sotto il profilo culturale, umano, psicologico, mettendo ognuno di loro nelle migliori condizioni di lasciar esplodere il talento a disposizione. É proprio il caso di Gary Payton II, 30 anni il prossimo dicembre, da stanotte campione NBA nella più impronosticabile delle risalite.

Un'eredità importante

Gary porta nome e cognome decisamente pesanti. Il papà Gary Payton Sr, infatti, è stato uno dei più iconici giocatori degli anni '90, un agonista e difensore da Hall of Fame, uno dei tanti fenomeni che si sono dovuti arrendere solo alla muraglia di nome Michael Jordan, affrontato alle Finals con i suoi Seattle Supersonics in compagnia del fido alleato Shawn Kemp, in una delle più amate franchigie mai viste. Nonostante il DNA potesse agevolare in qualche modo il suo emergere tra i professionisti, tra Gary Payton II e l'NBA non è mai scattata davvero la scintilla sin dagli inizi.

Nel 2016 infatti, completati i 4 anni di College, GP2 si era dichiarato eleggibile per il draft ma nessuna squadra lo aveva scelto tra primo e secondo giro. Da quel momento in poi è iniziato per lui un lungo peregrinare tra G-league (con i Rio Grande Vallery Vipers e con le franchigie di sviluppo di Milwaukee Bucks, Los Angeles Lakers e Toronto Raptors) e NBA (senza mai restare oltre un anno con la stessa squadra), passando di taglio in taglio, da un 10-days contract all'altro.

Un nomade della lega, che sfumata l'ultima chance in quel di Golden State, che ad aprile 2021 lo firma con un contratto a tempo, rinnovato per tutta l'annata salvo poi essere tagliato alle porte della stagione 2021-22, ha solo un'ultima chance da giocarsi, la più folle: quella di restare all'interno di una franchigia che sente giusta per lui, ma non da giocatore. Prima che inizi l'annata infatti Gary si candida per i Warriors nell'unica posizione libera extra-campo, quella di video coordinator. Montaggio video, in pratica. Un modo per restare nell'ambiente e continuare a sperare in una piccolissima possibilità, fosse anche di un minuto, per mostrare il suo valore.

La scalata nelle gerarchie

Quando con l'ultimo slot disponibile, il 15esimo posto a roster, il GM Bob Myers e il coach Steve Kerr decidono di aggiungerlo al roster dell'attuale stagione ovviamente da giocatore, il figlio di "The Glove" sente di aver trovato letteralmente il suo posto nel mondo.

Gioca 71 partite su 82 quando non era mai andato oltre le 29 con una squadra, scala alla velocità della luce posizioni nelle gerarchie di Kerr, si trasforma nello specialista difensivo sulla palla della squadra visto il Klay Thompson lontano dai tempi d'oro e l'incedere degli anni di Iguodala, addirittura nella serie contro i Memphis Grizzlies diventa l'uomo per arginare la superstar Ja Morant, la cui reattività e velocità non spaventa il ragazzo.

La favola sarebbe già degnamente conclusa così, ma il lieto fine è dietro l'angolo: proprio nella serie contro i Grizzlies, lanciato in contropiede, Gary cade malissimo sul gomito sinistro riportando una frattura che per molti significa stagione finita. Operatosi, il mancino confida nell'allungarsi dei Playoffs di Golden State fino all'atto finale, quello in cui in tempi miracolosi conta di esserci.

E così avviene: Gary rientra, gioca una gara 5 sontuosa con la serie sul 2-2, e anche nella notte decisiva di gara 6 brilla come spesso gli è accaduto con un tabellino che non risalta (6 punti, 3 rimbalzi, 2 assist, 3 palle recuperate e 1 stoppata) ma con il miglior plus/minus della squadra. É infatti in campo nei momenti in cui Curry e soci collezionano anche grazie alla sua difesa e alla sua capacità di riempire gli spazi lasciati liberi con tagli e movimenti continui in attacco il parziale che spacca in 2 la partita.

Il tutto fino all'epilogo più bello e inatteso se si pensa a come in punta di piedi aveva chiesto un posto nello staff della squadra rinunciando all'idea di continuare a giocare: l'anello di campione NBA, festeggiando ovviamente con papà Payton Sr.

I meriti della franchigia

Se cercate l'ennesima dimostrazione di come i Warriors siano stati ben più delle triple di Steph Curry, ecco la storia che fa per voi. Una franchigia che sa scrivere un capitolo decisivo e vincente del proprio destino con l'ultima delle firme dell'estate, pescando il tassello ideale non solo per fisico e atletismo ma anche per spirito di sacrificio e voglia di dimostrare a tutti di meritare un posto in una lega che troppe volte gli ha chiuso le porte in faccia, è una franchigia che nella cultura si dimostra anni luce avanti a tutte le altre. Ecco perché Gary, questa chance, l'ha voluta proprio lì. E perché è nella Baia che il giocatore ora conta di proseguire la sua avventura per anni, in quella che è diventata molto più di una seconda famiglia. Il sogno di "GP2", forse, è appena iniziato.

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