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11 Gennaio 2022
12:53

Sara Ricci: “Credo che Davide Silvestri debba sapere che Paolo Calissano non c’è più”

Sara Ricci racconta Paolo Calissano in una lunga intervista rilasciata a Fanpage.it: gli anni sul set di Vivere, le confidenze e il ricordo dell’ultimo incontro. L’attrice ritiene, inoltre, che Davide Silvestri debba sapere che Calissano è morto: “Erano molto legati. Dirglielo sarebbe un bel modo per ricordarlo”.
A cura di Daniela Seclì
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La morte di Paolo Calissano ha sconvolto Sara Ricci. L'attrice ha condiviso un pezzo di strada con il cinquantaquattrenne, che il 29 dicembre è stato trovato morto nel suo appartamento. Nei panni di Adriana Gherardi e Bruno De Carolis, hanno rappresentato una delle coppie più amate della soap Vivere. Una sintonia non solo sullo schermo, ma anche nella vita reale dove spesso Sara Ricci aveva raccolto le confidenze e le afflizioni dell'attore. L'attrice, che è impegnata nello spettacolo teatrale L'ombra di Totò con la regia di Stefano Reali, ha raccontato a Fanpage.it:

"Qualcuno mi ha detto: "Vedrai che Paolo ti starà accanto" e forse è vero, la proposta di questo spettacolo teatrale è arrivata tre giorni fa. Se c'è una vita dopo la morte, Paolo vedrà che avrò sempre una buona parola per lui. Mi andrà sempre di dire qualcosa di vero e positivo, per riscattarlo".

Nel 1999, andava in onda la prima puntata di Vivere. Tu e Paolo Calissano avete fatto sognare gli italiani interpretando Adriana Gherardi e Bruno De Carolis. 

Il mio personaggio e quello di Paolo li scelsero per ultimi, perché erano i più difficili. Mi hanno scelto venti giorni prima di girare. Mi dissero che stavano facendo i provini per scegliere il mio compagno. In una rosa di cinque attori, c'era anche Paolo. L'ultimo a essere provinato con me. Andò una bomba, non riuscivamo a smettere di baciarci, nonostante ci dessero lo stop. C'è stata chimica da subito.

Com'era Paolo Calissano a quei tempi?

Aveva un'immagine molto diversa rispetto a quella che si è formata in questi anni. Stava ancora benissimo. Era manager di se stesso. Sano. Sul set era perfetto, arrivava in orario, profumato, preparatissimo, sempre sorridente. Lo chiamavo l'americano, vitaminizzato. Lui mi chiamava "la pellegrina" (ride, ndr).

A cosa era dovuto questo nomignolo?

Perché a Milano io non avevo neanche la macchina. Ero agli inizi, non navigavo nell'oro. Mi piaceva muovermi con i mezzi perché li trovavo e li trovo ancora oggi molto comodi. Quando finivamo di girare, volevo staccare. Lui mi chiamava: "Dove sei? Sarai pellegrina da qualche parte". E, infatti, il più delle volte stavo aspettando la metro. E lui: "Ti passo a prendere". E arrivava con queste macchine sportive, era molto figo sotto tutti gli aspetti. Una persona carina che si preoccupava degli altri. Un galantuomo. Quando veniva a prendermi, mi parlava spesso della madre.

E cosa ti diceva?

Non siamo mai entrati nei particolari, ma è come se la madre non lo avesse mai degnato di grande interesse. Ad esempio, mi diceva: "Sono andato da lei, ma non si è fatta trovare". Sapevo che il padre fosse un grande imprenditore, però non sapevo che la madre fosse nobile, non me ne aveva mai parlato. Comunque si lamentava, credo che la sua depressione abbia avuto origine anche da lì. Mi diceva spesso che la ricchezza non serve se non hai la serenità, è come se gli mancasse l'ascolto nella vita privata, sul set ce l'aveva da me.

Paolo Calissano, Sara Ricci e Alessandro Preziosi
Paolo Calissano, Sara Ricci e Alessandro Preziosi

Ai tempi di Vivere, le indiscrezioni parlavano di una relazione tra voi. Quanto c'era di vero?

In realtà erano gossip. Io la storia l'ho avuta con Alessandro Preziosi (a Vivere interpretava Pietro Foschi, ndr). Poi, per carità, con Paolo avevamo un ottimo rapporto, baciandoci tanto sul set poteva succedere anche fuori. Era un rapporto strano. Non c'è mai stato, ma è come se fosse…eravamo una proiezione di quello che avremmo voluto, ma cristallizzato nella finzione.

Ricordi quando vi siete visti l’ultima volta? 

Nel 2010 stavo facendo una fiction su Artemisia Gentileschi con un suo amico, che mi chiese se mi andasse di chiamare Paolo. Quando lo chiamammo, mi sembrò distante, ci rimasi anche un po' male. Poi l'ho rivisto cinque anni fa e l'ho trovato benissimo, ci incontravamo perché abitavamo nello stesso quartiere. Stava sempre con le stampelle, per dei problemi al ginocchio risalenti a quando giocava nella Sampdoria.

Nel 2005, poi, Paolo Calissano venne arrestato con l’accusa di avere causato la morte della ballerina Ana Lucia Bandeira Bezerra, cedendole degli stupefacenti. È mai riuscito a lasciarsi alle spalle quella tragedia?

Dopo quella vicenda, era meno sicuro di sé. Non che fosse mai stato aggressivo o prepotente, però aveva perso la sua sicurezza. Era come se si vergognasse un po', aveva sempre uno sguardo sfuggente.

Paolo Calissano
Paolo Calissano

Dopo avere appreso della morte di Paolo Calissano, hai pubblicato sul tuo profilo Instagram un video in lacrime. Come mai hai deciso di condividere quel momento di sofferenza?

La morte di Paolo, mi ha riportata a quel pezzo di strada fatto insieme. Ho pianto per dolore ma anche per quella parte di me che ho perso con lui. Quello sfogo è stato istintivo. Un mio amico cretino, che verrà depennato, mi ha scritto: "Mi dispiace per il tuo collega, l'ho visto qualche anno fa fuori dalla palestra e non stava proprio in forma". Dico, ma come ti permetti di dirmi una cosa del genere?

Valeria Fabrizi ha invitato il mondo dello spettacolo a vergognarsi per non avergli teso una mano. È stato davvero emarginato?

Secondo me, i responsabili sono quelli che si sono approfittati di lui e della sua fragilità e che gli davano le sostanze. Il mondo dello spettacolo non è un'opera di mutuo soccorso. Non dico che non ci fosse un minimo di pregiudizio basato su quanto accaduto a Paolo nel 2005, ma non credo ce l'avessero con lui.

La famiglia di Paolo Calissano esclude l'ipotesi del suicidio. Tu come la vedi?

Io e Paolo siamo nella stessa agenzia. Il nostro agente mi ha detto: "Paolo ce la voleva fare", nel senso che sicuramente non si è voluto suicidare. Secondo me, si è trattato di un mix di farmaci che è risultato fatale, non voleva uccidersi. Aggiungo anche che a volte è molto difficile aiutare chi soffre di depressione. C'è chi mi ha scritto: "Tu dov'eri?". È brutto da dire, ma non eravamo in contatto, cambiava numero di telefono continuamente, sui social non si trovava. Si voleva isolare.

Non è il caso di Calissano, ma molte persone che soffrono di depressione non chiedono aiuto perché non hanno i soldi per pagare la terapia. Proprio alla luce di questo, sarebbe fondamentale il bonus psicologo che il Governo ha bocciato.

È assurdo. Tra l'altro spesso sono i giovani che soffrono di più di depressione e non vengono aiutati. Le mie amiche psicologhe mi hanno detto che durante la pandemia sono state tartassate di richieste, sono state raggiunte da telefonate anche in piena notte.

Andrai ai funerali di Paolo Calissano?

Ci andrò. Sono funerali in forma strettamente privata, magari non potrò neanche assistere. Mi diranno: "No, grazie", ma comunque io ci andrò.

Con voi sul set di Vivere c'era anche Davide Silvestri, che interpretava Marco Falcon.

Certo, con Davide avevamo un bellissimo rapporto. So che sta facendo il Grande Fratello Vip, anche se non guardo molto la televisione. È molto carino. Ma l'ha saputo di Paolo?

Non è trapelato ancora nulla, ma non è da escludere che sia stato informato in confessionale.

Chiedo perché loro erano abbastanza legati. Paolo Calissano, nella soap, era lo zio di Davide.

Se ti chiedessero di andare al Grande Fratello Vip per comunicargli cosa è accaduto, lo faresti?

È una situazione delicata. Sì, forse lo farei. Sarebbe un momento molto commovente e un bel modo per ricordare Paolo. Davide era molto legato a lui. All'epoca era piccolo, era la mascotte del gruppo. Diceva: "Appena faccio 18 anni, esci con me" (ride, ndr). Io avevo 30 anni e lui stava per diventare maggiorenne.

Un'ultima cosa, come vorresti che Calissano fosse ricordato?

Bella domanda. Mi piacerebbe che ci fosse una cosa fisica a ricordarlo, una via o una fondazione. Io continuerò a mantenere viva la sua memoria sui miei social. Era un uomo gentile, con il senso del rispetto, che non c'è quasi più anche nel lavoro, siamo diventati dei barbari.

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