
Domenica In, un quarto d'ora alle 17. Una madre straziata in collegamento con lo studio di Mara Venier. Un cardiologo che fa l'esperto, anche lui in collegamento, presumibilmente dal giardino di casa sua. Un avvocato che legge in diretta, da uno smartphone, il "secondo parere" dell'Ospedale Bambino Gesù. Il cuoricino che non parte. L'appello al Papa. Il colpo di scena sulle "controindicazioni al trapianto". Tutto in diretta, tutto spettacolarizzato, tutto trasformato in contenuto.
La storia del piccolo Domenico è terribile. Un bimbo di due anni che aspetta da anni un trapianto, l'organo che arriva il 23 dicembre e qualcosa che va storto. Un cuore trasportato da Bolzano in un contenitore inadeguato, conservato – dicono – con ghiaccio secco invece che normale. Sei operatori sanitari indagati. Un bambino attaccato alle macchine che lotta tra la vita e la morte al Monaldi di Napoli.
È una tragedia che merita rispetto, indagini serie, risposte. Non un palcoscenico televisivo.

Eppure eccoci qui, col dolore trasformato in format. Mettere di fronte a uno specialista – il cardiologo Rebuzzi, che della vicenda sa quanto ne sappiamo noi da cronaca – una madre che chiede un miracolo al Papa è televisione, non informazione. Far leggere all'avvocato di parte il "secondo parere" con tanto di suspense sul "terzo parere" richiesto oggi è show, non servizio pubblico. Ma davvero era necessario? Davvero serviva questa messa in scena del dolore per raccontare una storia già drammatica di suo?
Il punto, ovviamente, non è la madre. Patrizia Mercolino ha tutto il diritto di cercare giustizia, di chiedere aiuto, di sperare contro ogni evidenza medica che qualcuno salvi suo figlio. Il punto è trasformare l'agonia di un bambino in contenuto televisivo con tanto di colpi di scena e appelli in diretta. E mentre il dolore viene spettacolarizzato, sta succedendo qualcos'altro. Si sta montando l'opinione pubblica contro i medici. Sei indagati, certo. Le responsabilità andranno accertate, ci mancherebbe. Ma qui si sta facendo un processo in televisione, si stanno creando capri espiatori prima ancora che la magistratura stabilisca cosa sia realmente accaduto.
Mettere sul banco degli imputati un'intera équipe, far leggere in diretta perizie mediche che parlano di "controindicazioni al trapianto", lasciare intendere chissà cosa – il tutto mentre i medici non possono difendersi, vincolati dal segreto professionale e dall'indagine in corso – è una roba che potevamo risparmiarci. I medici lavorano in condizioni già difficilissime. Carenza di personale, turni massacranti, strutture al limite. E un clima sociale sempre più ostile: ogni errore, vero o presunto, diventa un caso nazionale. Ogni complicazione si trasforma in un'accusa. Ogni esito infausto alimenta la narrazione del "medico colpevole".
Servirebbero tutele, non processi mediatici. Servirebbero protezioni simili a quelle di cui si parla per le Forze dell'Ordine, non serve questa gogna televisiva. Invece si soffia sul fuoco, si alimenta la caccia alle streghe, si crea la sensazione che in quella sala operatoria ci siano stati mostri anziché professionisti che cercavano di salvare un bambino.
Perché il vero scandalo, qui, non è solo cosa sia successo al Monaldi. È anche questo: la trasformazione di una tragedia in prime time. Il dolore come ascolti. La sofferenza come share. L'appello disperato di una madre usato come momento televisivo. E mentre tutti ci emozioniamo davanti allo schermo, mentre giudichiamo e commentiamo e ci indigniamo, c'è un bambino di due anni attaccato a una macchina che gli tiene in vita. Lui non è contenuto. Lui non è show. Lui è solo un bimbo che merita rispetto. Anche quando le telecamere si spengono.